Sia prudente lungo la via... non tutto, ma di tutto...

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Questo blog
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contiene il mio libro amatoriale di religione e sociologia, scritto negli anni novanta.
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Contiene una miscellanea di argomenti. Un prosimetrum!
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E' stato la mia palestra introspettiva. Oggi non lo scriverei così giacchè trattasi di una raccolta multitematica scritta tra il 1994 e il 2001. Sono cambiati i tempi e i contesti (in peggio purtroppo...), ma provate a richiamare delle 'parole chiave'
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Gesù, anima, angeli, romani, Giovanni, Madonna, bambini
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e ciò che in tema Vi viene in mente e Vi troverete dei rilievi interessanti... di un viaggiatore modesto, ma cavilloso come me!
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Vi porterà nei meandri delle elucubrazioni di un dilettante... che però viveva un'epoca più felice dell'attuale.
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Chi cerca... talvolta trova!

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Una copertina di buone intenzioni...

Il dovere di proteggere la donna...

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...dagli inganni del demonio e le sue complici: le religioni!
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Soltanto il sentiero mistico può condurci al senso assoluto della vita!
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Non è nemico degli umani, mentre lo è il pattume ideologico che i nostri antenati vi hanno disseminato.
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Il riscatto è affidato a noi ed è la sfida di questo secolo, alla cui sconfitta l'umanità non sopravviverebbe.
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Argomenti inerenti nel tema "Il peccato e la donna"

Un aiuto per disturbi paranormali?

Magia bianca? Magia nera? Malocchio? Depressione? Crisi mistica?
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Presenze oscure oppure labilità all'autosuggestione?

Se qualcosa inerente gli argomenti esposti La assilla, mi scriva!
ulissedibartolomei@gmail.com
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Lo spirito del tempo I

Agli inizi del 1980 mi persuasi che per attraversare degnamente l'oceano dell'esistenza terrena, non potevo non compiere il balzo dalla Londra dei “grandi traguardi” dopo aver ottemperato alla necessità di impararne la lingua e conseguire un brevetto di pilotaggio. Il mio grande sogno! L'invito di un amico romano giunse alla bisogna, ma dopo qualche giorno dall'arrivo, incontrai la setta denominata unification church (chiesa unificatrice oppure di unificazione) del sedicente Reverendo Sun Myung Moon e in qualche modo venni invogliato ad aderirvi. Non sto qui a raccontare tale avvicendarsi, tanto è articolato e avventuroso. Questo testo lo approntai tra il 1996 e il 2000 dopo piccole esperienze con la poesia. È la mia bisaccia interiore riempita scandagliando "il mio tempo alla corte di S.M. Moon" per comprendere perché la religione riesce a farci tanto bene, ma anche a complicare così la vita da renderla talvolta impossibile o disseminata di inibitori travagli.Questo libro si intitola lo spirito del tempo e il dominio del cuore! Fu un titolo fasullo poiché compresi poi che il cuore era soltanto sperato e nel libro traspariva solamente la voglia di dominare il passato e la voglia di riscatto attraverso la ragione. Vi sono interessanti suggerimenti sul rapporto tra genitori e figli, adulti e infanti, adolescenti ecc… per un educazione senza rancori. La mia settennale esperienza tedesca mi permette di proporre delle prospettive di approccio ai travagli esistenziali piuttosto intriganti per la psicologia italiana, notoriamente refrattaria alla disciplina intellettuale e civica. Fu un'edizione sperimentale condotta in proprio. Lo stampai in 2000 copie nel marzo del 2001 proponendomi di migliorarlo per un editore "normale" ma l'attentato alle torri gemelle lo rese presto obsoleto inducendomi a implementarlo in un testo diverso che ho completato in questi giorni. Sgrammaticato, dilettantesco e pieno di errori rappresenta tutto il contrario di un altro mio proponimento: dominare l'emozione in favore della ragione. Lo ritengo una lettura interessante e divertente e ho deciso di disporlo a tutti in questo blog.
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L’indice asserve soltanto un’orientamento sugli argomenti ed essendo assente l’impaginazione, utilizzare la funzione trova dal menù modifica per rintracciare gli argomenti specifici.

INDICE GENERALE
prefazione IX
plagio volontario 1
fede e successo? 3
i soldi degli altri 5
termini oltraggiosi 8
non la morte 12
affetto puerile 13
l’autoerotismo 16
il peccato e la donna 17
senza lavoro? 20
i fumetti 22
il furto parziale 23
la pubblicità 24
il linguaggio del corpo 27
l’indole popolare 29
il dialetto 30
affetto improprio 31
il denaro 32
il tabù 37
le tasse 43
la libertà 46
genitori e figli 47
le anime di Roma 49
destra & sinistra 52
casta? 56
il castello 58
la verità 59
i bambini 61
serio o scherzoso? 63
mal comune... 64
il bagaglio linguistico 65
il mondo moderno 67
la lingua italiana 69
le bugie 70
la politica 71
memoria viziosa 75
il catenaccio 76
eterne illusioni 78
economia integrale 79
la verità salvagente 85
la forza di gravità.. 86
il credito e il lavoro.. 87
chiromanti e veggenti 91
percezione estetica 93
vita sì & vita no 94
tesori complicati 96
la mente e il suo carico 98
lo spirito del tempo 99
le verità storiche 103
acquisti di strada 104
l’imbecille sociost.. 105
il fotoreporter 108
il cane 110
mezzo pieno.. 115
le opinioni 116
l’ovvietà morale 119
ragioni dell’ esistenza 119
il militare 120
credere senza prove 124
l’intelligenza 124
la democrazia 128
ti sta bene 132
emotività molesta 134
fede o scienza? 135
veleno invisibile 136
bestia nascosta 139
il razzismo 141
barriere e barricate 143
il calcolo d.prob.. 147
la nonviolenza 149
il multietnico 151
Adamo ed Eva 153
fede & ottimismo.. 158
Esistono gli alieni? 160
la frattura morale 165
lo scassista 167
regali per i figli 168
sensitivi 172
untertasse 173
la vita e la mucca 174
Italia e immigrazione 176
le filosofie.. 180
il crimine 182
la vulnerabilità 183
delitto e castigo 185
il ciliegio, la vite.. 188
il malocchio 190
l’aborto 191
sacrificio, martirio.. 193
colpe incognite 196
al villaggio.. 199
tensioni esistenziali 202
e si che c’è da ridere 208
la multicultura 209
i miracoli 211
mutuo soccorso 212
le sétte 214
l’inizio disquisibile 216
la dialettica 219
capacità effettive 222
la meditazione 223
la lealtà 226
cibo & salute & dieta 227
educazione fisica 231
i santi 232
chiese private 233
giornalismo 237
bolle 240
il cinema 241
colpe residue 244
il matrimonio 245
riconciliazione 246
il turista 248
la vita esiste da sempre 250
un mondo di pace 252
l’ambiente 255
punizione corporale 257
differimento sensor.. 262
povero 265
i giocattoli 269
la morale e.. 270
la comicità 274
le razze 276
le apparenze 278
i Savoia 279
schiavi liberati? 281
pittori e fotografi 282
educare e nutrire 285
la caduta del muro 289
la felicità 290
la chiesa cattolica 291
la portaerei 293
poveri ma felici? 294
l’omodiritto 297
disinfestazione 298
associazioni 299
guerra, stili e tradizioni 301
disegno 306
la pace interiore 307
il trenino 312
la dittatura 316
immigrazione 319
le multe 323
l’hobby 326
la prigione 328
il crimine 329
la borghesia 330
essere coscienti 331
la grande sorella 335
il futuro c’è 337
dovere e sentimento? 340
l’amore ormonico 342
la dignità 348
variazioni su econ.. 349
le colpe 352
l’amore 358
mondi simili 360
le mine della mente 363
Berlino 363
tristezza sociale 366
perspicacia 368
la preghiera 369
licenziare? 372
cartoni animati 376
il rito 377
il mammismo 378
tre suicidi e un’eutanasia 387
potere partitico 388
linguaggio formale 390
Bill il finestraio 391
parità sociale 392
il deterrente 394
lo zoo accanto 397
diritti umani e disumani 398
perché la vita? 399
cosa vuole il prossimo? 399
nubi e ombre 403
amare, lodare.. 406
io, tu e.. essere se stessi 409
quale somiglianza? 411
infanzia e rimproperi 412
piccola manutenzione 413
la pena di morte 415
il rispetto 419
filosofia in canottiera 421
parliamone 421
il tempo 421
il valore..umano 421
tenera età 421
la predestinazione 422
il fine 422
la provetta 423
almeno l’avvocato 423
una morale perfetta 423
l’adozione 424
che tempi! 424
conforto psicofisico 425
l’attenzione critica 425
il nulla 425
la vita 426
coscienze.. relative 426
e burliamo.. 426
il terrorismo 427
dialettica, demagogia.. 428
coscienza materialista 428
l’ingenuità 428
le differenze 429
ancora demagogia.. 429
l’indole popolare II 429
indovinello 430
miracoli II 430
religione e scienza 431
il vigile di S.Giovanni 431
il buon derubato.. 432
gabbie morali 432
un colmo 432
infanzia infelice 432
trama relazionale 433
Bill il sassofonista 433
gabbi costituite 434
mammismo II 434
etica ereditaria 434
Nerone, Hitler.. 435
il ciccionissimo.. 435
infelicità intellettuale 435
il pregiudizio 436
la sfera ferita 436
il cancello 436
il pendolo 437
l’opulenza 438
la butto lì.. 438
rimpianti e.. 438
è voto positivo.. 438
l’innocenza 438
mi è successo.. 439
la giustizia sociale 439
è politica positiva 439
è questione di fiducia 439
è giustizia piena 440
il lupo 440
la compassione 441
le filosofie 441
la lettura 441
ricordare 442
il popolo italiano 442
la società ideale 442
un uomo ricco 442
la globalizzazione 442
il diritto delle genti 443
lavoro minorile 443
l’intellettualità 444
la caccia 444
polvere 444
la violenza 445
rapporto in ordine 445
lamento semplice 445
l’anima e i sogni 446
il pessimista 446
rubare 446
il vizio 447
denaro filantropico 447
il buco nero 448
acqua fresca 449
l’aconomia in sintesi 449
filosofia a braccio 449
riconciliazione 449
frasi fatte 450
follacciano 450
il segreto 450
la dualità + uno 450
comunicazioni utili 451
labilità mentale 451
centri di attenzione 451
l’effetto barricata 451
il congruo esistenziale 452
le fragole.. 452
la mente 453
non so se ridere.. 453
l’arte del comunicare 453
il metalinguaggio 454
il contenitore 454
porgi l’altra guancia 454
Dio esiste! 455
ripuntualizziamo 455
amerai il tuo prossimo.. 456
commiato 459
riflessioni poetiche 461
sogno 463
il vento 465
la neve 466
la stella cadente 467
preghiera 468
la verità 469
la pizza 470
i figli 471
adolescenza.. 472
Don Gigi 473
il tram 474
nebbie 475
la notte 476
la fantasia 477
i bambini 478
il compagno.. 479
la vigna 480
il 20 ° secolo 481
il naufrago.. 482
la pasta 483
l’oro e il grano 484
il domani 486
il fiume 487
il treno 488
la fiducia 489
il giornalista 490
il telefono 491
il mulo e il contadino 492
la luce 494
poesia 495
la colpa 496
il mare 497
il temporale 498
il somaro 500
la pioggia 501
bellezza senza tempo 502
la primavera 503
la voce del cucciolo 504
il cruccio dell’uomo 505
lo specchio e la vita 506
i fili d’erba 507
il viottolo 508
rispondimi 510
il brodo ricco 511
il disordine 512
il colle 514
Mirka 516
il castello e il diavolo 517
il mio ciliegio 518
il gallo 520
Natale 1997 522
il cavallo, l’asino.. 524
strada di rena 526
Dio 527
Reminescenze 528
ricordi in prosa 529
Ulisse Di Bartolomei







Lo spirito del tempo
e
il dominio del cuore































ai miei figli

alla mia cara maestra Signora Rina Cremisini

allo spirito del tempo che tutti ci guarda impaziente...


































PREFAZIONE



La società cristiana conosce il male che l’affligge ma non ha il coraggio di curarsi! Tende ad ignorarlo o normalizzarlo. Sta alla persona difendere la pro­pria integrità esplorando con attenzione la palude dei compromessi che l’essere umano ha lasciato imputridire pur di evitare di battersi contro il nonsenso, il falso e “caino irredento”. La malattia, che si espande da questa palude, semina i suoi virus lentamente ma inesorabilmente su ogni individuo ricettivo agli stimoli dell’ambiente. Il generale deteriorarsi del sociale fa sì che i baluardi di difesa vengano sempre più inde­boliti, i “virus” giustificati e poi ignorati. La società odierna ri­nuncia alla coerenza di pensiero, all’onestà, all’educazione perché, avendo perso la disciplina come canale di tramando, non trova più in­dividui disposti a contenere queste qualità e battersi per esse. Il futuro che si profila di fronte a noi ci mostra una società apatica, immorale, irresponsabile verso il prossimo ed orfana del principio, perché esi­ge conflitto tra il bene e il male e, quindi, tra le genti. Conflitto che il “socio” attuale non è disposto a combattere se non toccato direttamente dagli eventi e spesso neanche quando ne è toccato. Una società formata da individui deboli porta ad una drammatica espansione di potere delle corporazioni professionali che, potendo disporre di grandi concentra­zioni di denaro, si organizzano in modo da ovviare agli inconvenienti, che questa società apporta, per il proprio esclusivo benessere e conservazione. La conseguenza è un progressivo dislivello della qualità della vita con imbarbarimento della periferia economica e culturale dell’umanità cristiana. Un nuovo medioevo dunque! Colui che deside­ra uscire dalla “palude” deve affilare la sua capacità di discernere ed avere il coraggio di espugnare i templi più sacri della menzogna dolosa, giuntaci in assenza di un sufficientemente onesto lavoro critico che “l’umanesimo professionale” sottoposto alle pressioni del clientelismo politico, non ha saputo esprimere. La nostra civiltà non vede orizzonti di gloria alle soglie del terzo millennio. I sacrifici che essa ha patito in questo se­colo non sono serviti a creare le premesse di un benessere spirituale e socioeconomico stabile perché è mancato il coraggio di individuare le radici del male nel timore che, assodate “tutte” le colpe, si dovessero indicarne “tutti” i colpevoli. Il grande macchinario delle verità storiche viziate schiaccia l’individuo togliendogli un terreno etico stabile dove ancorare la propria identità e obbligandolo ad un continuo esperimentare con esiti imprevedibili. E infelici perché quasi sempre verso la negazione del bene comune a vantaggio di un io che non può sopravvivere fuori di esso. Taluni argomenti sono ripresi in contesti differenti ed angolature diverse. In ambiente di conoscenza relativa non ha senso assumere “verità” ma “plasmare” un valido metodo di di­scernimento che ci permetta di superare il buio della resa. Gli argomenti esposti sono integrati da aneddoti e molto umorismo allo scopo di evitare un’eccessi­va tensione sulle problematiche e renderne rilassante la lettura. A tale scopo ho cercato di evitare contiguità tematiche. Consiglio di relegare le sensazioni specifiche ai corrispondenti argomenti prima di entrare in un nuovo immaginario.


Grande Signore degli universi

di smisurate grandezze e petali tra rovi

fuggirò le ombre della mente per conquistare

la tua luce



amen


PLAGIO VOLONTARIO

Viviamo in tempi dove si ricerca disperatamente un’identità compatibile con le mode generali. Assistiamo così alle più svariate forme estetiche che potremmo identificare nei seguenti stereotipi: Homo sapiens.. sciapus, elegantis, sbracatus, freneticus, menefreghis, barbutus, rapatus, pelatus, malatus, ginnicus, discretus, im­pegnatus, pettegulus, qualunquis, partitus, motorinus.. provi a trovarne altri dieci.. Le culture, le for­me ideologiche e filosofiche vengono utilizzate come vestiti o mode da seguire a cui si ancorano dei sensi estetici che si cerca di interioriz­zare ed assumere nell’intimo. Il risultato è che sempre più si vive una vita non propria ma in affitto. In affitto da coloro che potremmo defi­nire creatori di cultura, di stili e di vie da seguire. La quota dell’affitto non sarà costituita semplicemente dai soldi che arricchisco­no miserabili personaggi senz’anima, con il solo pregio di saper tra­sporre elegantemente per verbo le loro elucubrazioni, ma anche dall’obliare delle preziose potenzialità insite nella propria persona. La vita moderna si avvia ad acquisire sempre più connotati di plagio, di imitazione e di assecondamento degli stimoli che la pubblicità fornisce in abbondanza. L’offerta è ricca per cui affidare la gestione della nostra vita ai modelli proposti non appare controproducente. In realtà è drammaticamente controproducente. Per sentirsi vivo, l’individuo ha bisogno di costruire un approccio creativo con tutto ciò che lo circonda. Ha bisogno di interiorizzare e moralizza­re i fatti che lo vedono protagonista o testimone. Colui che vive di ste­reotipi e scarso autocontributo è paragonabile ad una pozza di acqua stagnante.. probabilmente malsana perché non sa riciclare quan­to le cade dentro e lascia imputridire tutto rendendosi dannosa per la vita intorno. Egli può anche non sentire che le sue energie interiori sta­gnano e maleodorano. La conseguenza è l’incapacità di gestire positi­vamente i rapporti con il prossimo. Chi vive di stereotipi giudica l’am­biente solo dalla compatibilità che questo mostra con quanto già accettato, eludendo qualsiasi forma di reale comprensione. Socialmente vive trascinato e il suo contributo al benessere sentimentale della co­munità è insignificante se non negativo. Perché siamo così? Perché non siamo educati a scegliere gli elementi culturali e di costume validi ad elevare la qualità della nostra vita. Non siamo coscienti della pericol­osità di ciò che passivamente assorbiamo. Al supermercato sappiamo riconoscere il buono per la nostra salute. Evitiamo il colesterolo, cibi fritti, grassi, conservanti e, scelto, non mangeremo ciò che giudichi­amo dannoso per la salute perché portiamo a casa quanto desiderato. Altro è la dinamica per la cultura nelle sue varie forme. Quando atti­viamo il televisore o leggiamo un libro, assorbiamo in tempo reale i dati necessari a stabilire se il programma merita di essere seguito o il libro acquistato (o continuato nella lettura). Trasferiamo questo modo di usufruire di un bene, in questo caso culturale, nel campo della spesa alimentare: dovremmo assaggiare tutti i cibi che decidiamo poi di non acquistare con il risultato di danneggiare la nostra salute fisica! Quando ­cerchiamo di procurarci dati per la valutazione di un pensiero, o un concetto, ne assorbiamo comunque dei “virus”. L’innata curiosità aggrava questo problema. Quante volte si legge fino in fondo uno scialbo romanzo soltanto perché si vuole conoscerne l’esito? Alla fine la te­stardaggine è soddisfatta. Ma la coscienza e sfera sensibile escono confuse e provate per il prolungato conflitto che la ragione sostiene nel ricercare un’ utilizzo migliore del tempo disponibile. E non sempre si può fruire la letteratura con obiettivo senso critico in quanto, dopo aver letto un libro, difficilmente si riesce ad accettare di aver dedicato ore ed ore ad una montagna di idiozie. Diventa tutto oro colato! Un come nei ristoranti per l’alta società: anche se i bruciori di stomaco inducono sospettare che il cuoco non usi cibo fresco, lo si applaude comunque. Si fa finta di aver apprezzato il cibo, lui fa finta di averne dato del buono e.. via col digestivo! Ma questo vivere atrofizza l’indole creativa spingendo sempre più nella ricerca di emozioni precucinate e conseguente rinuncia alla mediazione della coscienza. Negli anni vissuti come agente di commercio, innamorato della tecnologia e il rapporto interpersonale, ho maturato la convinzione che si debba ricer­care non il massimo livello di conoscenza ma il “giusto livello di igno­ranza”. Ciò che abbisogna veramente è la struttura morale e la capacità di analisi e valutazione, che non possono essere in forma se la mente è occupata ad incamerare una quantità enorme di dati: disturbano la percezione. Per distinguere i corpi celesti, non basta il telescopio, ab­biamo bisogno del cielo terso. L’accumulare diventa dipendenza. Tos­sico dipendenza dal virus nozione. La conoscenza è come un gas di­sperso nell’aria. Non volendo lo respiriamo e ci condiziona. Sta a noi educarci nel riconoscere il cibo malato senza assaggiarlo. Assaggiare significa assimilare un po’ di vita o morire un po’. La felicità non con­siste nel conoscere ma nel saper amare, identificare e valutare. Chi possiede queste qualità non è e non sarà mai solo. Che viva in comu­nità oppure in un’isola perduta. Una notte di anni fa, prigioniero di un profondo travaglio interiore, mi alzai e scrissi quattro poesie. Un mo­mento mai vissuto prima. Tre anni dopo mi decisi a scriverne altre e le esperienze raccolte in questo libro, un po’ seriose e un po’ divertenti. Non pretendo di insegnare verità ma stimolare a vivere una propria, fors’anche umile, vita. Un proprio originale pensiero. Essere protago­nisti della propria esistenza. Scultori del tempo che s’incammina. Del tempo a sé disposto. Sentire lo spirito del tempo e le ragioni del cuore per una vita umile, ma vera.


FEDE E SUCCESSO?

Una relazione incerta. Nel rapporto diretto si impongo­no coloro che hanno una personalità sciolta, che sanno “glissare via”, senza patemi d’animo, sia sui propri errori diretti che le implicazioni indotte. Le persone sensibili “annegano” nei sensi di colpa e la mania di perfezione sicché, di menti eccelse, pochi finiscono in gloria. L’in­telletto mediocre ma scaltro è la dote preziosa del mercante senza scru­poli e del politico arrivista. Credere che Dio faccia per noi è come cre­dere che un ottimo cavallo riesca a trainare un carro con le ruote rotte. Non funziona! Come nel cattolicesimo che in Dio “confida” più di al­tri.. a cui va meglio! Chi riesce a zittire il travaglio interiore appare convincente ed ottiene di più. Dato che: il confronto tra le idee e il giudizio critico della coscienza viene a vantaggio di queste quando le emozioni, che le hanno ispirate, sono così forti da corazzarle contro la revisione intima di essa. È dignitosa la fede mendica nel divino? La fede ci libera perché fa tacere l’irrisolto, fardello della psiche, ma non risolve! Io credo in Dio ma.. mi “frulla” che è assurdo come il non crederci! Credere o non credere indica incertezza sull’oggetto di fede. Una presa di posizione d’interesse verso l’occultato. La fede si snatura in idolo, se intesa come salvagente. Un approccio disastroso con “Lui”! Per me non si pone tale dilemma. Io identifico con Dio il mondo di origine e l’intelligenza che vi è a monte. E qui proprio non ci piove. Inol­tre non pretendo che Egli mi aiuti. Lo faccia! Se ritiene che lo merito! Ma io non “credo” in Lui perché, se lo facessi, ne porrei implicitamen­te in dubbio l’affidabilità. Per me semplicemente Lui è, come so che la mia coscienza è! Allo “affedatato”, è vero, gli concede il miracolo. Inte­so come l’oscar per la carriera da tanti religiosi! Il riconoscimento tota­le. Ma tonnellate di santi, che gli ratificano la loro miseria personale o spostano montagne di denari da chi li guadagna a chi abbisogna o sem­plicemente li vuole, salvano il mondo? Manco un po’! Se un dipenden­te adula continuamente l’impresario, elogiando la sua grandezza e la propria pochezza, non arriva il momento che questi arguisce che tale “poco” serve a poco e lo licenzia? Che noi siamo piccoli e Lui è grande lo sappiamo sia noi che Lui. Non sappiamo però fin quando sopporterà le nostre lagne da umili di professione. Al posto Suo chi non si sarebbe già scocciato? Ma lì ci deve essere una pazienza eterna! Perché solo un tiranno sciocco e frivolo può godere delle umilianti manifestazioni di fede che il credente classico rivolge a Dio. Le accetterà sicuramente.. in mancanza d’altro! Ma chissà Lucifero come se la ride! La fede, inte­sa come religiosità, è un veicolo per avvicinare una dimensione che non possiamo tangere con la mente analitica, fino ad abbracciarne i tratti fondamentali. Infatti sono in movimento forti cariche emotive quando indirizziamo al mondo dello spirito il messaggio tipo: “siamo deboli ed incapaci di risolvere. Ci rivolgiamo a Te confidando di essere liberati. In cambio offriamo la nostra obbedienza, umiliazione ed accet­tazione di ogni castigo che Tu voglia comminarci”. Questo denota la vigliaccheria strutturale del religioso “secolare” che alla più sana e ra­gionevole ricerca di migliorarsi preferisce la “questua” presso una confortante forza onnipotente. Il vantaggio personale è labile e trascu­rabile per il gruppo. Mentre il coltivare l’intelletto in dipendenza degli stimoli della coscienza (quindi da Lui), eleva le qualità del singolo e ciò va in sociale beneficio. Solo la bonifica dell’ambiente può portare quel progresso qualitativo che la religione insegue invano da millenni attraverso la fede “accattonica”. E il progresso qualitativo generale so­stiene quello singolo avviando una mutua e rapida dinamica evolutiva. La fede non deve significare la resa di fronte alle difficoltà terrene ma la ricerca di un’interazione con il mondo di origine onde cogliere quel­le risorse interiori “naturali” necessarie per vincere. La religione, stereotipando l’umanità come insufficiente a se stessa, la riempie di problemi invece che libe­rarla. Perché distoglie la naturale fiducia in sé dall’individuo relegan­dola alla “forza della fede”. Una forza malintesa che insegue il riscatto previo esterno ausilio, mentre è semplicemente dentro attraverso la coscienza: interfaccia dello spirito e filo diretto con il nostro Padre eterno! Incontrare Dio si può solo attraverso un’ intelletto moralmente ed esteticamente pulito: proiezione della coscienza universale. ..Sì, mi sento cattivo in queste righe. Riconosco che cucinare aria fritta sarebbe facile e meglio remunerato.. avrei dovuto cominciare da giovane però.. Ulisse, Ulisse non ti abbandonare e vai avanti che magari trovi un po’ di nebbia di stagione, ottima se bollita con la pioggia di Mar­zo.. “posso fare qualcosa per Lei?” Co.. cosa? No.. .nnnò! Pondera­vo a voce alta.. medio alta! Grazie.


I SOLDI DEGLI ALTRI

I soldi degli altri sono assolutamente salubri. Il loro guadagno non abbisogna di lavoro proprio e non comportano rischi di incidenti sul lavoro o la semplice usura da smanettoni. Come si arriva però ai soldi altrui senza l’uso obsoleto di dare qualcosa in contraccambio? La soli­ta rapina a mano più o meno armata non è consigliabile. Ormai c’è la fila. E si rischia di farsi un cattivo nome. L’elemosina trova il terreno già asciutto. Scippi e borseggi alleggeriscono i buoni passanti che ti al­lungavano un cinquemila, con leggero mugugno, ai vecchi tempi. L’assistenza sociale? E no! Bisogna baciare i piedi agli assistenti. E poi sono convinti che quella è per loro. È il loro stipendio. Fare l’im­migrato è una buona idea. Però bisogna rinunciare ad ogni dignità. Piangere da poveri cristi con lacrime vere, farsi trascinare dalla polizia come sacchi di letame, strappare i documenti per darsi all’ignoto ecc.. Raggiunta la dignità di escremento è fatta! Nessuno oserà più toccarti e i soldi, insieme alla generale compassione, arrivano!! Ma anche que­sto non va per chi tiene ad un po’ di etica. Allora? Ci sono! Meglio fa­re l’uomo della carità. È sufficiente maledire i soldi guadagnati lavo­rando e benedire quelli donati ai poveri e il gioco è fatto. Riempiamo il sacco di sensi di colpa e distribuiamoli a destra e a manca. Che pac­chia! Che vita! Ci credono nullatenenti ma spassiamo da generali! Ar­miamoci di buona dialettica: Quel barbone ha donato trentamila lire. Era tutto quel che aveva! Che esempio! Altro che Agnelli! Avrà dato un miliardo ma ne ha a migliaia! Avvocà faccia meglio, nel bubumba si muore ancora! Il barbone le trentamila le recupera in un’ora di ele­mosina. O con interessi in un bel portafoglio altrui. Ma la frase è di ef­fetto e nessuno oserà contraddire. Il ladro di oggi è un impresario sen­za idee. Per prendersi i soldi degli altri bisogna usare la fantasia. I po­litici, ad esempio, distribuiscono i soldi degli altri agli amici. Quando gli amici sono al potere distribuiscono i consueti soldi altrui agli ex politici ora amici impresari. Meraviglioso! Si fa politica e si intasca. Non abbandoniamoci a piccole truffe. Ma diamoci al grande business. Da bambino, mi raccontava mio padre, che un contadino, un poco in­genuo, andava a caccia di porcospini per la campagna tenendo un sac­co aperto per le mani e cantando: ricci al sacco, ricci al sacco maschi e femmine come sono. Naturalmente di ricci neanche l’ombra. Mi chie­do se il metodo non possa funzionare con gli immigranti del profondo sud i quali così restii come i ricci non sono. Sì! È il mestiere del seco­lo! Fai il missionario! Ma non quello che va in Africa! Dai un panino ad un affamato e va bene ma se gli affamati sono più dei panini rischi di fare da salame ed essere affettato. No! Il missionario tra il tuo popo­lo! Che guadagna lavorando e non merita di godersi tutti quei soldi. E poi l’Africa è già qui! Qui raccogli e qui dai.
Apri il sacco e grida for­te!
Perderai la tua dignità ma nessuno se ne accorgerà!
E i soldi de­gli altri così facilmente a te verran!

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Con il prossimo saggio inizio un’introspezione mirata in quella complessa casa che è la psiche umana. Così, come una casa. ha stanze, corridoi, cantine, soffitte, porte e finestre ..e ritirate! Ed alla stregua di una casa dobbiamo porvi pulizia, estromettendo l’indesiderato e organizzandola, se vogliamo che asserva ai nostri bisogni senza condizionarci. Inoltre dobbiamo curarne l’economia che, per quanto la disponibilità possa abbondare, ha sempre i suoi limiti e le risorse vanno oculatamente gestite. Vi manuteniamo, quindi, solo il funzionalmente utile. Nella psiche in salute, i sentimenti, le emozioni, le idee.. non si coniugano casualmente ma solo con la mediazione della coscienza e della ragione. Una psiche in salute è la migliore amica della coscienza e fertile terreno per un intelletto funzionale e brioso. La psiche è l’occhio interiore della coscienza sull’universo sostanziale. La coscienza è l’occhio interiore della psiche sull’universo dello spirito. Buoni occhi e cielo terso consentono di vedere la luce del sole nel suo splendore autentico. Cominciamo, dunque, ad esplorare i nostri cieli.. privati!
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TERMINI OLTRAGGIOSI

Desidero sof­fermarmi sul conseguente che la dialettica “sconcia” produce in chi la usa e coltiva intensamente: le “bolle emozionali”. Ho scovato tale defi­nizione per indicare alcune sensazioni incontrollate che si annidano nella nostra sfera interiore. Esse contengono un’emozione inerente ad un fatto del passato che può essere richiamata da un fatto analogo at­tuale per simpatia, sommandosi all’emozione di questo. Scienze del comportamento, quali la psicologia, usano termini altisonanti e preten­ziosamente precisi sul tema. Spero di essere perdonato se non vado a consultare testi ormai divinizzati di autori famosi che hanno sondato profondamente l’essere umano. Alcuni per concludere che egli è irresi­stibilmente influenzato dalle sue appendici intime ed altri (più attendi­bili) che egli è, e deve al meglio, essere il risultato di nobili principi graditi e praticati. Nel qui esposto mi attengo al mio: “vissuto” tra gen­ti diverse in lingua ed etica con retrospettiva i miei studi sulla psicolo­gia di vendita. La scuola italiana oggi è raramente fucina di grandi tra­dizioni educative, come lo sono quelle del nord Europa. Ma lo è sicura­mente della più gran subcultura diseducativa che io abbia conosciuto e constatato in venti anni di vita internazionale. Non perché non sia tecnicamente valida, ma manca di autorità e non riesce ad arricchire qualitativamente la personalità dei giovani che coltivano così l’unico brodo sociosentimentale che sanno cucinare: il torpiloquio. Mentre il sapere scolastico viene assorbito a livello mnemonico, non creativo. Basta passeggiare per la strada all’ora di chiusura delle scuole per sen­tire che il torpiloquio è il mezzo fondamentale di comunicazione della gioventù. Una vera sottocultura di sciatterie, essendo soprattutto un insieme di aggettivi, attributi per definire il proprio gradimento ver­so il compagno o la compagna ed una forzatura per esprimere la consi­stenza emotiva di tali esclamazioni. La più famosa riferita al pene è si­curamente emblematica. Pochi giorni fa, davanti ad un caffè, dove ac­quistavo un quotidiano, ebbi modo di sentire e stupire per una conver­sazione tra genitori che facevano dei complimenti ad un bambino in fa­sce nella sua carrozzina: scemottoooo.. schifosettoooo.. scimmiot­toooo.. ed altro. Il bambino sembrava gradire le “effusioni”. Diverso sarà quando potrà capire il significato che il vocabolario da ai “veicoli” di queste effusioni. Le genti del sud sono sicuramente vincenti sotto questo aspetto ma il nord non scherza e il centro si fa onore. Mesi fa trovandomi in metropolitana con mia figlia di sette anni dovetti, dopo un po’, cambiare scompartimento. Cinque militari con forte accento meridionale erano entrati e conversavano attivamente. Solo gli articoli erano riconoscibili come termini convenzionali normali. Il resto erano riferimenti volgari di carattere sessuale o biologico. L’Italia è una nazione che forse non ha futuro come tale. E la colpa è proprio di questa enorme differenza subculturale che rende facilmente riconoscibile lo “straniero” suscitando immediati sentimenti di disagio e repul­sione. I tedeschi hanno conflitti risibili in confronto ai nostri. Anche dopo la caduta del muro di Berlino il problema rimane di natura econo­mica e non culturale. L’intensità delle “nostre” differenze, loro non le conoscono. La nostra nazione non sopravviverà se i suoi membri non prendono seriamente in considerazione il problema, che ha ben altre implicazioni di quelle superficialmente percepite, ed avviino una profonda pulizia di costume. Ma quali sono le conseguen­ze drammatiche del torpiloquio? Il termine volgare implica un secondo fine in sé. Se vedendo passare una bella donna si dice o si pensa che bel “sedere” che viene non ci si riferisce alle qualità complessive della persona ma ad altro, con implicito un pensiero di un possibile godimento diret­to di questo altro in quanto manca rispetto per l’essere umano e, quin­di, della sua volontà. Se invece il pensiero viene così articolato che bella donna che viene ci si riferisce alle qualità globali della persona e alla sua attraente aurea con implicito rispetto anche della sua volontà e dei possibili legami privati. La differenza qualitativa nel primo approccio dal secondo include una chiave psicologica ad un atto crimi­nale potenziale. Attuabile se ve ne fosse l’occasione. L’ambivalenza dei termini volgari o irrispettosi si applica a tutto. Non esistono più persone e cose con nomi ma solo portatori di epiteti: grassone, culone, occhialuto, quattrocchi, terrone, polentone, cellulitica, zinnona, tettona, carcassone, baraccone.. riempire a piacere. Oltre alla mancanza di ri­spetto che si normalizza nei rapporti sociali, il torpiloquio inibisce l’agilità della mente nell’analizzare e definire correttamente i fatti in generale che ci toccano. In primo luogo perché il bagaglio conoscitivo langue sotto un approccio con l’ambiente prettamente emotivo e le emozioni agiscono come filtri che si frappongono fra la ragione e la realtà oggettiva falsando l’obbiettività di indagine. I termi­ni volgari sono una forzatura di un significato o segnale che si può dare con un termine tecnico convenzionale anche astratto. Dire bello e di­re “ficoso” possono esprimere lo stesso concetto tra adolescenti ma con diverse implicazioni. Il secondo termine indica che l’adoperante apprezza la vagina, la ritiene esteticamente attraente, la pensa quasi co­stantemente e ciò che d’altro esteticamente apprezza non lo sarà mai da preferirgli. In ogni caso! Quindi quel “ficoso” è un pezzo di droga psicologica che nella sua poliedricità tiranneggia la psiche. Una forza­tura carica di emotività che rimane per decenni prima di andarsene. Perché andarsene? Perché se il nostro adolescente riuscirà a maturare, si sposerà e dopo avere “ampiamente” conosciuto l’altra metà, instaurerà, sperabilmente, un’equilibrata relazione con i consimili. A questo punto le “bolle emozionali” acquisite peseranno come macigni nei suoi pensieri. Si accorgerà che la simpaticissima col­lega di ufficio, un po’ su di peso, gli risveglierà nella mente la parola cellulitica, o peggio, infinite volte. Il principale sarà il ciccione. La se­gretaria la ficona ecc. Anche se non vorrà, sfilze di queste definizioni torneranno implacabilmente alla memoria, in ogni momento, al punto da disturbare sostanzialmente il rapporto con il prossimo. Avete mai visto persone che parlano lentamente come se le parole scaturissero da profonda meditazione o con incertezza? I casi sono tre. Primo, che il tema sia veramente delicato. Secondo, che cerchi di abbindolare l’in­terlocutore. Terzo, di esprimere qualcosa di diverso dal pensiero inqui­nato che gli suvviene non “invitato”. Quindi traduce al “serio” secondo la bisogna dato che la pancia o gli occhiali spessi o le tette o l’enorme sedere o le orecchie a sventola che l’interlocutore ha, gli fanno riaffio­rare oltre ai termini volgari anche sensazioni ironiche connesse, conservate nelle “bolle emozionali”, contro cui si batte con scarso succes­so. Anche una temporanea distrazione può significare il riaffiorare, non voluto, di bolle emozionali. Ma che fai? Dormi? Classico richiamo. Avete mai sentito parlare persone fresche o stantie di università, in un idioma miserabile?” Hanno solo memorizzato la cultura ricevuta. Per il resto hanno vissuto questo periodo da “incuriati”. Perché nono­stante il livello di applicazione non hanno capito l’importanza del cor­retto linguaggio. Il grande rispetto per il prossimo che vi è insito. Chi si serve del torpiloquio nella vita normale approccia la lingua uffi­ciale alla stregua di una lingua straniera. Gli sarà facile dimenticarla con quanto imparato attraverso di essa. Grandi somari (mi perdo­nino i veri somari) campano e guadagnano sulle spalle altrui. Imparia­mo a riconoscerli. Se sono politici non gli diamo il voto. Cerchiamo di favorire solo persone di ottime qualità generali nei posti di guida. Im­pariamo a riconoscere mestieranti in cerca di ricche pensioni. Quando andranno in pensione si vedrà l’ampiezza del disastro nella loro opera. L’Italia è l’unico paese occidentale dove persone dalle misere qualità generali, comunicative nello specifico, arrivano ad occupare cariche pubbliche di “primissimo” piano nelle quali hanno niente da cercare. Questo squallore etico della nostra politica infetta anche quelle frange del servizio pubblico a contatto con la popolazione generale dove spesso si colgono patetici esempi di operatori che, cercando di imitare il gergo politico, non riescono a formulare e comunicare efficacemente semplici riporti. Questo disastro è possibile grazie al nepotismo: peste relazionale delle contrapposizioni ideologiche. Riassumendo: il torpiloquio rallenta la maturazione interiore. Degrada e falsa il rapporto con l’ambiente. Indebolisce le possibilità di riuscita professionale, specialmente dove vi è una forte componente di pubbli­che relazioni. Costringe la mente in un conflitto debilitante con le “bol­le emozionali”, figlie del topiloquio. Compromette drammaticamente le potenzialità creative. Impedisce di capire ed amare il “compagno di via”. Infine rende l’essere succube del passato riproponendo sensazioni obsolete. “Archiviare” le bolle emozionali del torpiloquio può richie­dere anche venti anni. Se amate i vostri figli non rivolgetegli epiteti of­fensivi o volgari e cercate Loro di spegnere sul nascere tendenze di questo tipo prese dall’ambiente esterno.


NON LA MORTE
ma l’infelicità è la negazione della vita!

Con l’idea morte intendiamo l’estinzione della vita come la perce­piamo. Ma della strutturazione della vita, o dell’esistente complessivo, abbiamo una conoscenza solamente embrionale. E niente dell’intera­zione Ira spirito e materia, come avviene in noi, ma lo immaginiamo da percezioni e testimonianze non verificabili o fissabili in riscontri. La morte non riguarda noi e neanche il corpo! È il veicolo di cui l’essenza spirituale, o porzione di spirito che ci compone, si serve per agire nella dimensione sostanziale. Sembrerebbe ovvio! Ma non lo è se pensiamo che la morte è stata sempre associata alla vita complessiva, quasi interamente identificata nel lato conosciuto. Per coerenza non diremmo morte ma “mutamento sensoriale”, poiché non è il corpo a vivere ma lo spirito! E con l’abbandono delle membra, restituite così alla natura, inizia il periodo di percezione totale nella sua dimen­sione di origine. Che è il mondo dello spirito. Il corpo, e la materia in generale, sono l’emanazione sostanziale dello spirito. Che non esisterebbero senza. Non ha senso il concetto di morte quando ciò che vive continua a vivere e ciò che finisce non è mai vissuto, perché non dotato di vita propria, ma “avvolge” quella dallo spirito. Vedrem­mo il corpo, dunque, come il vestito dello spirito! Se ci liberiamo di un vestito consunto, non pensiamo che è morto! Semplicemente lo re­stituiamo alla natura che lo decompone e riutilizza nei suoi processi vitali ed evolutivi. Insomma ciò che è vivo rimane vivo per l’eternità mentre ciò che ci sembra devitalizzarsi non è la vita ma la sua “om­bra”! Dunque: Non esistendo ciò che può morire.. la morte non esi­ste! Sono utili tali disquisizioni? Se consideriamo che, oltre a vivere, si abbisogna di arricchire la vita e che questo dipende grandemente dalla disposizione ed intraprendenza mentale, allora lo sono! Perché chi cre­de di morire, e ne ha paura, deprime la sua vita di già. La relega ad ostaggio dalla sua ombra!


AFFETTO PUERILE

Fin dal parto è preferibile ri­volgersi ai bambini con parole vere o discorsi semplici ma ben articolati nei concetti e nella sintassi. Il bambino naturalmente non “comprende” ma percepisce l’amore del genitore attraverso i suoni. Sia che gli si parli “in chiaro” oppure cci cci cci, ppù ppù ppù, bba bba bba, nfuh nfuh nfuh ed altre preziosità del genere, riceve le buone in­tenzioni dei genitori. Parlandogli in chiare e ben scandite parole, però, si creano subito dei canali intellettuali puliti in lui, sebbene a livello “embrionale”, dello svi­luppo razionale. Come accennato la mente non abbisogna di enormi quantità di dati ma di una agile capacità di valutare e discernere. Il pic­colo essere non è mai “limitato” ma dotato di quanto abbisogna in base ai momenti di crescita. La sua sensibilità globale si sviluppa più velo­cemente in un ambiente intelligente dove l’amore viene espresso da suoni assignificati. Sarà la mente, permeandosi a quelli di cui necessita nella progressione di crescita, a raccogliere ciò che la natura ha previ­sto. Il genitore non può capire quando la mente del piccolo è matura per qualcosa in più. Il suo dovere è di non fare lo sciocco perché il bambino, nella progressione di crescita, si troverà ad elaborare nuovi ed avanzati dati confrontandoli con un miscuglio informe di sensazioni probabilmente emananti una buona qualità affettiva ma razionalmente incollocabili. Un lavoro inutile di cui la psiche è costretta ad oberarsi in ogni momento di voluta riflessione. Un grande freno nella progressione evolutiva perché l’incongruità assorbe grande energia intellettuale per poterne sintetizzare i tratti ambientali che l’hanno favorita. Lo è per gli adulti figuriamoci per la tenera età. All’età di quattro anni mi ricordo che non sopportavo i semi di pomodoro nella pasta. Gli adulti però mi costringevano a mangiarli.. “mica ti strozzano!” era la spiegazione. Ricordando il fatto una sera a cena in cui c’era pasta e salsa al pomodoro con qualche seme sfuggito al “passino” chiesi ai miei figli se questi li “disturbassero”. Entrambi risposero di no. Alla loro età li odiavo! Se i semi di pomodoro non costituivano un problema.. la cipolla un po’, l’aglio anche e i funghi tanto. Presi a frullare finemente le spezie e le verdure destinate ad insaporire le varie salse col risultato di rendere il cibo prelibato e ricco di pregi alimentari che i bambini non avrebbero accettato nelle forme originali.. Si! Cucinavo spesso io.. mia moglie è giapponese.. ho cercato di insegnargli a cucinare.. torniamo al tema!. Anche scuoterlo, mentre lo si apostrofa con suoni strani ed aggettivi scialbi per farlo ridere, significa violentare la sua delicata psiche. Men­tre viene scosso non riesce, talvolta, a vedere l’adulto e subisce mo­menti di panico. Il genitore, o generalmente l’interlocutore adulto, sente che questo è utile per infondergli fiducia. In realtà è il genitore che ha bisogno di sentirsi degno di fiducia e cerca facilmente dal figlio ciò che è complesso ottenere dai suoi pari. In pratica il gioco è: Ti faccio cadere. Ma no! Hai visto che non ti ho fatto cadere? Ti puoi fidare di me! Il genitore sente di fare una cosa gradita, facendogli capire che può fidarsi di lui ma, in realtà, uccide un pochino della sua fiducia e lascia una traccia di panico che frenerà in velocità e qualità il suo sviluppo globale. Giacché il bambino acqui­sisce una nuova informazione: il genitore, di cui ha totale bisogno, potrebbe lasciarlo cadere. C’è questa possibile scelta nella volontà del pa­dre! L’idealizzazione della figura paterna subisce una crepa! Anche l’intimidire con l”’uomo nero”, e affini, è da evitare. Il bambino, pur non riuscendo a ragionarci a sufficienza, sente istintivamente odore di finzione e, sebbene intuendo che il genitore la usa per farlo recedere dalle sue intenzioni, come l’allontanarsi oltre la siepe, gli rimane un dubbio irrisolvibile nell’immediato. I bambini, fin dai primi mesi, per­cepiscono visivamente e sonoramente l’omogeneità e la plausibilità ambientale! Una frottola non l’assumono facilmente. Una frottola rei­terata, o tante, rovinano la sua crescente sensorialità. La precisione sensoriale. Infatti la tensione, piccola o grande, che lo accompagnerà per tempo gli feconderà un’incertezza strutturale nella psiche che sarà difficilmente rimuovibile dalla sua personalità futura. Sembra esagera­to? Proviamo a scrutare attentamente il comportamento e il linguaggio dei bambini, magari in un parco giochi dove differenti tipologie so­ciali sono presenti, le diverse qualità educative affioranti sono impressionanti. E le buone, quelle mirate ad uno sviluppo globale armonico in ogni età, sono veramente poche. Troppi genitori “aspettano” che i fi­gli crescano per fare i “seri” con loro. Si limitano a riprenderli o sgri­darli.. finché sarà troppo tardi! Non ci si meravigli delle divisioni ge­nerazionali. I genitori che hanno cresciuto i figli con i bà bà.. e redarguiti migliaia di volte con il classico “stà zitto che non capisci niente” si ritrovano dei nemici in casa che appena possono si cercano dei sostituti da cui si sentono “capiti”. Che in pratica significa un rapporto leale fra le parti. I figli che si staccano dalla famiglia, sen­timentalmente o del tutto, cercano qualcuno con cui avere un rapporto leale e di rispetto. In definitiva: mai “approcciare” i bambini con suoni sdolcinati a meno ché siano abbastanza grandi da discernere razional­mente questo livello di comunicazione e identificarlo come gioco. Quindi in ogni caso mai dal concepimento fin l’intera infanzia. Il bam­bino può essere vezzeggiato sia con idiozie che con discorsi sensati. Oppure canzoncine foneticamente divertenti. Ma perché scegliere le idiozie? (può essere che non si sappia articolare in altro modo ma que­sto non assolve). Fin dai primi bagliori del ragionamento la mente cerca dei riferimenti corretti, logici. Quasi subito, nei momenti di veglia, gli occhi seguono strani oggetti colorati che pendolano qua e là e nu­merose facce che odorano forte ed articolano strani suoni. Cosa direb­be il pargolo intontito dai ciccibbàbbà? Vergognatevi! Si è sempre in tempo a costruire un essere umano libero, perché dotato di una mente libera e, di riflesso, educhiamo noi stessi. L’incongruità intellettuale è la sorgente primaria di un disastroso veleno invisibile: l’infelicità strutturale della psiche! Complessa da indagare, mina alla base la qualità potenziale complessiva della persona.Nel visibile la sua aurea esteriore.

L’AUTOEROTISMO

Dicono le “Glandi teste” della psicoana­lisi che l’autoerotismo è una forma di conoscenza di sé. Dall’intensità con cui questa conoscenza viene ricercata si deduce che il risultato è alquanto difficile da ottenere rendendo necessario un “reitero” reitera­to a josa del tentativo. Ammettendo che una qualche conoscenza sia possibile, come si potrebbe definire? Per favore mi aiuti Lei! Immagi­no comunque quale potrebbe essere il compito a casa dato da un pro­fessore all’avanguardia! E in casa: “Ma cosa fai in bagno tutto il tem­po?! Mamma faccio i compiti non mi disturbare! È pur vero che il cor­po maschile possiede due “teste”. Delle quali l’una, ufficiale, va tal­volta grattata onde stimolarne migliore perspicacia. L’altra si sente il bisogno di maneggiarla pensando così di tenerla in efficienza. Un po’ come chi ripone la motocicletta d’inverno avviandola ogni setti­mana per timore che il cilindro si arrugginisca. E nel contempo godere del piacevole rombo. Devo ammettere di essere stato veramente sprov­veduto perché, nell’adolescenza, non ho mai associato la conoscenza, anche quella di sé, alla manualità. Credevo che andasse rilevata dai li­bri. Letteratura insomma! Ma an­ch’io ero ossessionato da pedanti interrogativi e dovevo dargli una ri­sposta. Non foss’altro per la curiosità. Nel lasso di tempo che intercor­re tra i dodici e i diciotto anni (la tolleranza è ampia ma ininfluente) mi abbonai ad una pubblicazione mensile dal nome che suonava un po’ cosi: seleziona, ridi e digerisci.. tutto ciò che c’era dentro.. e c’era pa­recchio! A cominciare dalla pubblicità letteraria. Libri, libri e libri. Tutti rappresentati in dimensioni enciclopediche ma, nella realtà, tascabili. Vi era una serie, particolare per la sua economicità, su temi impe­gnati come la medicina, l’astronomia ed altro. Questo è quanto mi ab­bisogna, pensai, osservando un bel librone a piena pagina che promet­teva la conoscenza “in dettaglio” del corpo umano. Non sapendo che da un “incostoso” “smanettamento” avrei ottenuto la conoscenza desi­derata (Ma dov’erano gli psicologi allora?) ordinai il libro. Appena ri­cevuto mi tuffai tra le pagine, come un cercatore di perle che intravve­de un ricco vivaio, cercando segni o disegni che presagissero delucida­zioni sull’apparato riproduttivo. Indice? Niente! Mi dissi che doveva esserci da qualche parte. Niente niente niente. Il corpo umano da “di­gerire” con quel libro non aveva pipì ma solo popò. Ed anche il resto era alquanto superficiale. Pensai che il capitolo relativo fosse stato di­menticato. Forse il tipografo l’aveva tolto per leggerlo seduto nel gabi­netto, e qui “obliato”, facendo poi le matrici per tutto il resto! Capii, con il secondo acquisto, che questi libri erano all’uopo incompleti per favorire il desiderio/esigenza di una pubblicazione di pregio o, addirit­tura, un’enciclopedia. Erano un’assaggio insomma. Questo fu il mio primo contatto con quello che definisco “il furto parziale” o l’imbro­glio parziale. Il libro costava poco, era sostanzialmente inutile ma con­teneva un messaggio subliminale nascosto, utile solo al produttore. Tornando al tema autoerotismo: è conoscenza di sé? A sentire coloro che ritengono tanti propri simili teste di /-.-./.-/--../--../---/ (Alfa­beto Morse) potrebbe darsi! Ma più che conoscenza trattasi di ricono­scenza. Ovvero ci si riconosce nel pipì. Un pipì persona dunque! Per una grande pipì cultura.


IL PECCATO E LA DONNA

L’uomo e la donna sono proiezioni reciproche nella forma evoluta dell’esistenza. Le loro differenze sono di ordine funzionale, non quali­tativo. L’indebolimento della “figura” femminile è un’immane trage­dia per l’umanità. È vero che per la Genesi lei ha la colpa di aver, pri­ma, accettato la “mela”, di essersela giocata anzitempo col tipo sba­gliato, ma a dargli la colpa di tutto ce ne passa. La colpa del crimine su Adamo ed Eva è di Lucifero, un’interferenza criminale esterna di so­verchiante forza che mai avrebbero potuto evitare senza aiuto. Inoltre attraverso l’esaltazione della verginità femminile come virtù divina, o asservita al divino “dove Dio può seminare”, la si è posta in un irrisolvibile contenzioso relazionale. Mentre Lei, se vuole essere virtuosa, deve conservarsi integra Lui, orfano di speciali virtuosità, ricerca la sua autovalutazione nella capacità di generare con la stessa autorizzazione morale di un malfattore o di un ladro. Infatti qui è l’origine della tradizione maschile di perseguire l’amore della donna alla stregua di una preda di caccia. Lei non deve perdere la sua “purezza” per rimanere in grazia di Dio. Lui deve togliergliela per sentirsi un’uomo realizzato. Lei diventa sfuggente perché la sua virtù è non concedere. Lui predatore perché la sua è.. l’onore della preda nel sacco. Pugilando entrambi la coscienza. E i figli? In questa diatriba escono privi di chiara premotivazione. Ne sono le vittime! In una relazione ideale la perdita della verginità è la vittoria della vita e la piena felicità della donna, dell’uomo e dei figli generati. A lume di ragione, dunque, non è la verginità fisica da esaltare come virtù ma un grembo moralmente e biologicamente pulito dove futuri e felici individui trovino “condizioni divine” di gestazione. Le vere condizioni che permettono all’umanità di progredire in qualità interiori distanziandosi dal peccato. La chiesa cattolica ha idealizzato la verginità e soprattutto la sua simbologia, che oltre a significare la purezza della fede classica serve a combinare con il “fatto dogmatico” di Gesù dio in terra non nato dagli uomini, che impera nel suo pensiero. Ma la verginità, oltre a significare genericamente la purezza della fede come interpretata dalla Chiesa Cattolica, servì ad evitare che Maria, incinta non sposata, venisse lapidata, proponendola agli ebrei sul piano carnale. E questo è un “fatto”! Gli ebrei, aspettando da tempo una concezione da vergine, ebbero niente da ridire sull’evento. Nella Bibbia infatti si nota come Dio purifichi le linie di sangue, che portano alla stirpe che darà vita a Gesù, non con “fecondazioni divine” ma autorizzando le donne migliori, o scelte, a prendersi il “seme migliore”, o scelto, dove fosse senza rispetto di regole alcune qualora le condizioni relazionali non fossero “legali”. Insomma Lui unisce i “DNA” fisici e spirituali che ritiene più consoni per arrivare alla purezza di Adamo ed Eva prima della tentazione del demonio. Con questo non voglio affermare che Maria avesse avuto rapporti sensuali con qualcuno. È solo un’ipotesi. Qui mi interessa mettere in rilievo la contraddizione morale e intellettuale che disturba le relazioni umane. Per i mammiferi “a Sua immagine e somiglianza” l’idealizzazione della verginità è un bel casino! La grazia non è nel generare figli puri ma nel non farlo per conservare la propria purezza. Sicché l’essere umano nasce sempre sotto delle precondizioni e degli auspici contraddittori. È come se fossimo nati tutti “illegali”! E la “povera” donna, nell’espletare un dovere necessario, è costretta a sentirsene degradata. Non solo! Ci siano mai chiesti perché le donne desiderano sempre farsi belle? Perché pur essendo bellissime spesso non si piacciono? Più sono alte e più portano tacchi incredibili? Amano i regali più dell’uomo? Desiderano essere o “sentirsi” di essere sempre di più di quanto sono? Perché il loro ancestrale timore di non essere completamente accette a Dio e all’uomo le spinge a cercare continue dimostrazioni che sciolgano le loro insicurezze. La paura di Eva che Adamo non la cerchi più, dopo la “sbandata” con Lucifero, la spinge a rendersi più attraente di quanto sia onde compensare quella purezza perduta necessaria per piacere ad Adamo. Sì! La donna sente la necessità di dover essere di più per compensare quella colpa che le religioni di radice giudaica gli fanno discretamente ma continuamente pesare. Essere di più non si può.. ma apparire ne crea l’illusione.. e un’altro guaio! Il disprezzo più o meno latente, dell’uomo verso di Lei, vedendola debole e insicura.. e un’altro guaio! La sensazione continua di vivere in un’ambiente ostile dominato dalla forza fisica del maschio. Continua insicurezza! Questa situazione assurda mi sembra poco consona all’immagine di un Dio d’amore. Nella Genesi Egli non dice che la donna sarà punita di più! Lei partorirà con dolore e lui trarrà il cibo dalla terra con fatica e sudore.. “Gli dice che sarà dominata!” Già! Ma non significa più colpa. Eppoi all’uomo basta la forza fisica per dominare la donna senza che lo decida Iddio! Immaginiamo che la donna non abbia questo svantaggio etico e l’uomo la rispetti senza riserve, di quanto sarebbe migliore l’umanità oggi? Quanta sofferenza si sarebbe evitata nella sua storia? Certo! Essendo l’individuo con il peccato originale ed essendo lei a portarlo in grembo viene facile per la retorica di farne il simbolo del peccato. Ma questo tremendo freno all’evoluzione umana non può essere la volontà di Dio! Piuttosto il frutto di un’interpretazione faziosa supportata dall’arroganza e la forza fisica maschile sulla debolezza fisica femminile. Come constatiamo, per una volta di più, le complicazioni etiche hanno molte radici. ..Signore! Perché ci complichi la vita così? “Ma.. vi dato la clonazione!!” Cooosa?!.. “Scherzo.. scherzo..” Grazie Signore.. per un momento ho sudato freddo. Secondo Lei.. Senta!.. Seenta!!.. La donna, a tutt’oggi, è vittima di ingiustizie riconosciutegli poco volentieri, come il delitto contro la morale e l’offesa della dignità. Ma la donna è la “culla” delle nuove generazioni! Del futuro! Una madre indebolita moralmente, disgregata civilmente e intimidita non può educare i fi­gli ad un livello superiore di qualità che non sia il proprio. La religio­ne, sminuendo il ruolo e il valore della donna, ha azzoppato l’umanità caricandola di enormi problematiche che solo il diritto e la morale lai­ca hanno ingaggiato per risolverle. Inoltre si è arrogata il diritto, profondamente ingiusto, di giudicare! Solo Dio può giudicare perché conosce le motivazioni intime dell’esistenza e questo la religione l’ha sì propagandato ma ignorato in proprio. Sicuramente, però, la “criminalizzazione” della donna è servita nel giustificare il celibato. Insomma: l’uomo unendo il suo sangue ad un essere impuro non sa­rebbe accetto a Dio. Entre­remo nel prossimo secolo senza tali baggianate? Sperare è d’obbligo!


SENZA LAVORO?

Nel libero mercato una quota di disoccupazione è strutturale in quanto si affinano le tecniche di produzione e sempre meno si abbiso­gna di manodopera. Senza contare che le importazioni dai paesi emer­genti a prezzi ridotti (fino ad un decimo dei nostri) porta a dismettere molte culture di qualità, tipiche mediterranee. Ad esempio l’olio d’oli­va collinare d’alto Lazio costa, solo per produrlo, anche fino lire 15.000 al litro e lo si trova ormai solo nelle rivendite gastronomiche specializzate ad oltre il doppio del prezzo di produzione. Le condizioni climatiche sono ideali e la qualità del prodotto veramente notevole. Il lavoro manuale per giungere al prodotto finito è però intenso. L’olio medio orientale si trova nei supermercati anche a lire 4.000. Lascio immaginare il costo d’acquisto all’importazione. Sicuramente entro le cinquecento lire per il migliore. Però la qualità dell’olio prodotto nelle terre calde è bassa in quanto al momento della raccolta quasi tutte le olive sono abitate da insetti e vermi che, macinati insieme, finiscono per elevare il contenuto di sostanze non gradite al gusto e alla salute. Il successivo filtraggio elimina in parte queste sostanze rendendo l’olio di sapore neutro. Benché la differenza di qualità tra i due prodotti sia eclatante l’olio economico viene acquistato facilmente mentre quello di qualità arricchisce la tavola di famiglie che per cultura o possibilità economiche lo sanno o possono apprezzarlo. Na­turalmente la differenza di prezzo è decisiva. In questo contesto essere disoccupati non è imputabile alla propria incapacità o inadeguatezza alla domanda ma ad un difetto intrinseco del sistema del libero merca­to (e della libera speculazione). La manodopera non specializzata ne fa le spese in particolare. (Mentre quella specializzata può essere sovrab­bondante e quindi superflua). Molte nazioni evolute hanno efficienti sistemi di compensazione, supportano economicamente i disoccupati e nello stesso tempo li stimolano a frequentare corsi di formazione ad al­tre professioni. Cosa fare se non si ha la fortuna di vivere in codeste società? Prima di tutto: niente panico! Ma ricordarsi che la scon­fitta è pur sempre tale anche se i colpevoli possono essere gli altri e l’inazione è una bestia diabolica che a lungo andare corrode le ca­pacità reattive relegando nell’apatia. A quel punto anche se capitassero ottime occasioni verrebbero ignorate. Come accennato chi perde ne paga le conseguenze e realizzarsi è una necessità incondizionabile. Pretendere solamente di ricevere un posto di lavoro signi­fica affidare la propria dignità ad altri. E spesso perderla. L’uomo d’onore non aspetta di ricevere ma cerca da sé ciò di cui ha bisogno. Chi sente vivi gli ideali cristiani non deve temere l’ignoto. Chi si pre­senta al prossimo con l’attitudine di servire trova simpatia e porte aperte. Chi solamente pretende trova ostilità e malumore. E normale lavorare perché si è pagati ma ricordarlo al datore di lavoro, ad ogni sguardo, significa vivere col cuore di Caino. E Caino ottiene il suo sa­lario ma non è amato. Sentimento e presenza di spirito sono indispen­sabili per sopravvivere da disoccupati senza sfaldarsi dentro. Ci si può ingaggiare in piccoli lavori poco remunerati ma ricchi di rapporti umani. Acculturarsi in altri campi. Vivere brevemente in un monaste­ro e interiorizzare i valori della vita. Accettare possibilità di impie­ghi lontani. L’essere trova la sua dignità dove si rende utile, non dove impigrisce.


I FUMETTI

Poco fa osservavo in un’edicola alcune copertine di fumetti di sto­rie criminali. Scioccavo nel vedere, in un metro quadro di superficie esposta, così tante scene terrificanti. Omicidi, torture, immagini da in­cubo anche con bambini nel contesto. Mi sono chiesto perché nessuna autorità si sia preoccupata del danno sui minori di tali nefandezze commerciali. La vetrina da sull’esterno in volta d’angolo sicché i bam­bini che vanno a scuola, o ne tornano, li trovano di fronte agli occhi senza doverseli cercare. Nonostante l’isteria garantista attuale il setto­re pubblicitario, e di intrattenimento in generale, è libero di volgere di­rettamente ai bambini proponendo prodotti di normale consumo ed in­fame letteratura. Scavalcando il buon senso e, ciò che è peggio, il dirit­to dei genitori di filtrare gli stimoli esterni verso i figli. Alcuni giovani di sinistra che avevano danneggiato molte vetrine così motivarono: “chi lascia la società essere così com’è è colpevole comunque delle sue ingiustizie”. Concetto duro ma che non fa una grinza. Non giustifi­ca naturalmente il danneggiare le robe d’altri ma la protesta non può che colpevolizzare la “pilateria” sociale della ricca società. (Perché Pilato poteva, se voleva, Lui era il potere!) Notare che chi protesta lavo­ra poco ma pensa molto e spesso pensa giusto! Senta questa! Se la fratta invade l’argine la multa arriva al contadino, che non ha sfrattato, non alla fratta.
Il FURTO PARZIALE

Una fetta impensabilmente grande del libero commercio contiene quello che potrebbe definirsi “il furto parziale”. Difficilmente accerta-bile penalmente, ed altrettanto difficile da perseguire in quanto, come “microfurto”, i rischi connessi alle spese legali inducono le vittime a rinunciare. Quindi estremamente efficaci! Casi classici sono i rimborsi da piccoli servizi mal resi come quelli dei corrieri privati. Dichiarano per inscritto che una consegna fuori tempo viene automaticamente rimborsata ma, in realtà, lo è se il danneggiato si rivolge ad un legale e se riesce a dimostrare l’inadempienza della ditta. La quale, non “infor­mando” delle sue intenzioni, farà in modo che la reazione avverrà così in là nel tempo da non doverla temere. Attraverso il furto parziale si guadagnano montagne di denari. E difficilmente i clienti beffati sospetteranno una truffa metodica. I commessi sono accuratamente istruiti sul come rispondere ai clienti scontenti. E neanche le associa­zioni dei consumatori possono fare qualcosa. Sono troppo vulnerabili alle pressioni e corruzioni. Dovendo restituire un computer, vendutomi al doppio del suo valore, mi rivolsi ad una associazione consumatori. Dopo quasi due mesi di contenzioso mi arrivò una lettera di detta asso­ciazione che affermava di avere inviato un fax al rivenditore ingiun­gendogli di riprendersi l’apparecchio. La fotocopia del fax era nella busta. Osservai la data di spedizione. Riportava il giorno successivo al mio accordo diretto con il rivenditore avvenuto pochi giorni prima! Accordo che mi permetteva di restituire il bene perdendo un decimo del valore sul contratto. L’asso­ciazione mi proponeva di divenire socio. Naturalmente rifiutai. Situa­zioni analoghe si incontrano nei beni di lusso. In difficoltà finanziarie mi sono ritrovato spesso nei banchi di pegno. Un giorno, aspettando il mio turno, potei assistere ad un’interessante conversazione tra una si­gnora con una pelliccia praticamente nuova a l’estimatore. “Possiamo darle massimo tre milioni”. “Ma.. questa pel­liccia è una ***** e l’ ho pagata quindici milioni”. “Lo so ma posso valutarla dalla qualità del materiale e non dal nome. Se la lascia possiamo venderla al valore commerciale reale”. Nella sua “innocente” sincerità l’estimatore aveva “suggerito” all’esterrefatta cliente, ed astanti, che il rivenditore aveva guadagnato una enormità sulla sua amata pelliccia. Fin’anche dodici milioni su quindici. E che da un altro onesto negoziante, e senza nomi altisonanti, poteva costare cinque. Si immagini l’espressione della donna e d’ironia sui volti dei presenti.


LA PUBBLICITA’

La pubblicità è compresa nel novero dei messaggi visivi che, più o meno passivamente, assorbiamo ogni giorno. Essa, spesso ad inaccettabili livelli di arroganza, enfatizza un’individuo non pervaso da un genuino desiderio di perseguire nuove frontiere di progresso morale o relazionale di qualità ma di esternare freneticamente quanto contenuto e vissuto, in bene e in male, in un orgasmico esibizionismo completamente indifferente al diritto del prossimo alla creatività intima, espugnata da tanto condividere, e al difenderla. Infatti emerge prepotente, in questa pubblicità, la volontà di sfaldare i tabù morali, culturali ed estetici che le migrazioni favoriscono. Il risultato, più o meno dolosamente perseguito, vuole essere una trama sociale “psicodebole”. Condiscendente ai governi e ai mercanti! Tre tipi principali di pubblicità meritano attenzione. La più onesta, quella che mostra e spiega il prodotto. La disinvolta, quella che mostra ma non spiega il prodotto, spinge o invita semplicemente ad acquistarlo. La più atipica quella che non mostra e non spiega nessun prodotto ma ricorda con degli accosta­menti scioccanti un determinato produttore. La pubblicità, intelligente o stupida che sia, si serve di immagini. L’immagine è una forma di co­noscenza e quindi è soggetta all’equazione: conosciuto = usufruito. Siccome i concetti astratti, le immagini/concetto e semplici immagini so­no cibo della mente, mi sembra giusto che questo cibo debba essere buono e sano. (Se non lo è, è bene lamentarsi con il cuoco e pretender­ne dell’altro. Se il cuoco non è disposto a fornirne di migliore, meglio alzarsi ed andarsene senza aver pagato. Altrimenti potrebbe specularci. Se dispone di clienti di passaggio gli fa buon gioco dare cibo scadente per liberarsene in fretta, dopo aver preteso i soldi..) L’uomo comune ha d’altro a cui pensare e ne diventa la vittima ideale. I cartelli posti in stazioni metropolitane, o nei luoghi pubblici, agiscono come lampi subliminari. Anche se notati frettolosamente, o con noncuranza, lasciano ugualmente una traccia nella memoria. Risulta chiaro che la qualità della pubblicità è essenziale per la qualità della vita. Come difendersi? Evitando di acquistare i prodotti che la cattiva pubblicità propone. Questo però non basta. I promotori potrebbero pensare che il prodotto non tira e fare di peggio. Allora scriviamo delle lettera di protesta o te­lefoniamo per comunicare il nostro disappunto. Vedendo arrivare un centinaio di “sentite opinioni” al giorno cambieranno sicuramente tipo di pubblicità. Il tema non è leggero. Ne va della nostra identità. Della salute spirituale dei nostri figli. Le pubblicità che mirano a scioccare, puntando al massimo sugli effetti subliminari, sono le più dannose. Le ditte che le effettuano mirano a ricordare incessantemente che esi­stono attraverso accostamenti di effetto. Alcune industrie sono specia­lizzate nel proporre immagini orrende. Come quella della fotocamera in mano ad un africano con un chiodo infilzato nel labbro inferiore. In questo caso l’accostamento degli elementi e cromatico. La fotocamera chiara metallizzata si accosta alla faccia dell’africano, pitturata par­zialmente di bianco, e al chiodo (almeno questo sicuramente metalli­co). Di che cosa si voglia convincere con questa pubblicità non è facile immaginare. Anni fa vidi una nuova pubblicità murale, su biancheria ed indumenti intimi, stile “sbracato totale”. Vi erano raffigurati quattro giovani. Due ragazzi vestiti di similcenci e due ragazze in mutande. Si intuiva, dai loro volti, che non sapessero perché fossero al mondo. Occhi da pesce lesso e braccia penzolanti co­me stalagtiti. I loro genitori si erano dimenticati di erudirli! I professo­ri anche? Pensiamo agli effetti di tali immagini. L’amplificazione e ra­tificazione del peggiore in noi. Ed ultima la pubblicità che mostra im­magini che non hanno rapporto col prodotto ma l’intento di creare cul­tura. Questa pubblicità, nata in Italia, è spesso geniale. Con un piccolo difetto strutturale. Essa vuole portare i tabù allo scoperto per smuovere le coscienze. In se è positivo. Però molti tabù non sono risolvibili dalle coscienze che ne rimangono ferite. Tabù può anche essere l’escremen­to ma, per quanto lo si rispetti, il suo posto è sempre la toeletta o far da concime tra le zolle. Non ci farei un quadretto. All’inizio bellissime immagini di attualità ne erano i soggetti. Poi: labbra socchiuse, orec­chie a sventola (tabù anche queste?), sguardi “sono così” e adolescen­za varia in calore. Quando ci si arroga il diritto di decidere per gli altri, senza il loro parere e nonostante le proteste, si incorre nel soppruso. Ed ognuno deve ribellarsi per difendere il proprio diritto di non veder­si imporre qualcosa in cui non riconosce i suoi migliori sentimenti e difendere i figli da assurde interferenze educative. Non è strano che, mentre i genitori si preoccupano di difendere i figli adolescenti dall’immoralità, qualcuno debba sentirsi in diritto di affiggere manife­sti dove il proprio prodotto sia proposto direttamente a questi con chia­ri ammiccamenti tipo: “scopri te stesso/a attraverso i buchi che sono in tè”! Molte industrie vendono anche troppo da poter assorbire facil­mente i rischi di una pubblicità particolare. Suggerire “sociomoralità”. Ma chi pretende di produrre cultura senza avere una precisa base mo­rale spesso riesce solamente ad avvelenarla attraverso una letteratura ed una fotografia miserabile. Senza etica! E lo scopo prefisso viene mancato: l’ossessiva pressione di immagini forti spinge all’indifferenza (più o meno inconscia) e refrattarietà ai soggetti simbolo mostrati, invece della riflessione critica che si vorrebbe ottenere. Ma è il tabù così importante da dissolvere? Nel caso in questione, no. E importante defondare il difetto (quando vi è presente), che spesso si cerca di normalizzare nelle menti altrui, paventando una superiore morale e giusti­zia sociale. Le quali certamente non sono lo scopo di questa pubblicità che appone su tutto l”’accettazione a tutti i costi” del diverso come pa­nacea universale. Emblematico dei nostri tempi è il fatto che il succes­so industriale viene perseguito anche diffondendo delle mode disgre­gatrici della struttura sociale, basata sulla famiglia cristiana o il sem­plice buon senso, senza che vi sia una reazione adeguata da parte delle autorità morali, le chiese, e civili, lo stato. Questa connivenza di viltà e disinteresse pubblico non può che portare a foschi destini. Tutti gli es­seri umani vanno rispettati anche nell’errore finché vivono le loro scel­te nel discreto privato. Ma chi si adopera ad espandere il suo vizio privato costituisce un pericolo serio. E ci si deve difendere. Tolleranza ed accettazione comportano implicazioni sostanzialmente differenti. Chi tollera è disposto a convivere pacificamente con una realtà non gradi­ta. Chi accetta apre in sé una possibilità di diventare a sua volta. Non è un’inezia! Ne va della libertà della persona di essere conforme a ciò in cui crede! Carta e penna: “Spettabile ditta.. non mi riconosco nella Vo­stra pubblicità che reputo offensiva, irrispettosa ed immorale. Ignorerò i Vostri prodotti ed eviterò di consigliarli ad alcuno”.


IL LINGUAGGIO DEL CORPO

Ma a noi, oltre la sciatteria linguistica, ci guasta il linguaggio del corpo! Senza addentrarmi nella vastità del tema, che orgogliosamente “ignoro” (ricordare che questo libro intende rivalutare l’ignoranza!), ne soffermarmi sugli aspetti escatologici, delle fisiologie da “cibi for­ti”, che il tema potrebbe incidentalmente richiamare, passo a ciò che di più deleterio caratterizza noi italiani, rispetto al resto del mondo: il gesticolio! Fa ridere il mondo ed è il terrore dei microfoni che gracchia­no di panico vedendo quante piroette fa l’altra mano del “lavoratore della comunicazione”. Non sono un buon sbandieratore come i nostri politici (una persona invisibile prenderebbe some di sberle tra di loro) ma anch’io un po’ dirigo l’orchestra. Mi accorsi, in Germania, che i tedeschi mi guardavano le mani. Tra il gesticolare meglio e il cercare di non farlo scelsi il secondo. Sono un buon fotografo (perché me l’ hanno detto!) ma a fare musica sono negato! Punzecchiato da qual­che magra figura posi attenzione alla cosa e notai che i giornalisti televisivi, inviati in Italia, riprendevano spesso il gesticolio della gente per comicizzare programmi anche seri. E spesso, dialogando, se entrava qualcosa del popolo italiano, l’interlocutore tedesco accennava ad un rapido sorriso. La qual cosa mi metteva a disagio spingendomi pro­gressivamente ad estromettere le “cose” italiane. Per anni, però, non focalizzai il “fenomeno”. Sembra incredibile ma questa caratteristica ci fa danni di immagine che difficilmente possiamo “immaginare”, senza un’acuta introspezione. In sostanza l’aurea di non serietà e frivolezza ci è stampata fin dalla nascita come il centinaio di milioni proca­pite da debito nazionale. Il gesticolare indica un’incertezza della psiche ad esprimere verbalmente il pensiero in atto in tempo reale alla sua formulazione mentale. Provarlo è semplice. Basta afferrare il tavolo o le gambe di una sedia mentre si parla in una tavolata. Gli smanettatori accaniti, a mani bloccate, non riescono ad eloquire fluentemente come al solito.. quando il “ventilatore” va! Oppu­re parlano con esagerate smorfie e movimenti della testa, in sostituzio­ne, o si bloccano! La psiche sente il movimento delle mani come delle specuralità geometriche ausiliarie dei concetti o semplicemente delle “conferme” sulla ricettività dell’ambiente. Il gesticolare non è dannoso come il torpiloquio, o le bolle emozionali, ma essendo un’estensione comportamentale di una incontrollata proiezione psicomotoria, la sua “cura” ed eliminazione porta un contraltare beneficio alla pulizia inte­riore. I “nemici” corrispondenti della psiche, perdendo i loro artigli sull’ambiente, quindi la possibilità di ledere, sceglieranno la resa, l’oblio. Similmente agli esercizi di “digiuno” del pensiero, consiglio il “digiuno” del gesticolo! Ci si riunisce in un gruppo affiatato. Si stringe il tavolo o le gambe di una sedia evitando movimenti “sostitutivi” con i piedi, la testa e smorfie varie. Si eloquisca quindi muovendo solo il necessario! Si sente allora il corpo come imbizzarrito! Tutto vorrebbe saltare al cigolante fluire delle parole e ribelli articolazioni di pensiero. Non si tratta di robotizzarsi ma di educare la mente a lavorare efficacemente e la motorietà a seguirla con una sensorialità ordinata, non ca­suale o emotiva. E dovere dei genitori educare se stessi per meglio educare i figli. Un neonato sempre vezzeggiato a parole e piroette di mani e testa, impara l’eloquio piroettando! Anche la scuola “dovreb­be” porre attenzione al problema ma i genitori possono iniziare subito.


L’INDOLE POPOLARE

è determinata dalle religioni. In occidente ab­biamo soprattutto la latina e l’anglosassone. Conciliante e perdonista la prima, aggressiva e sanzionista la seconda. Ciò che appare oggi fuor di dubbio è che il cattolicesimo ha indebolito la struttura sociale sotto la sua influenza, sfinendo la tempra delle persone con la filosofia infruttuosa di ricercare la pace senza la precondizione della soluzione dei conflitti.. la pace, senza la precondizione della risoluzione dei conflitti o riparazione del torto, è utile solo al ladro che, con essa, può godersi il malloppo.. in pace.. accumulandone così una quantità forse letale per la sua sopravvivenza. Mentre i “riformati” hanno coltivato un’aggressività che li ha portati a risolvere i contenziosi, spesso con la forza, ma premiati poi da lunghi periodi di pace sociale ed autentica, vitale economia. Perché ciò? Perché la Chiesa Cattolica legando il suo credo quasi esclusivamente sul sacrificio di Gesù, come redenzione unica possibi­le, ha “suggerito” alla persona una attitudine passiva, di impotenza, di fronte al peccato, sfociandola in abulimia caratteriale. Gesù, Dio, i Santi e la Madonna lo salveranno! Quindi perché affannarsi? Il prote­stantesimo, allontanatosi dal cattolicesimo con astio, ha ricercato quel­la praticità, nella cristiana morale, che gli permettesse di giustificare moralmente la scissione e di acquisire un’identità di culto differente onde costruire quell’antagonismo culturale che lo avrebbe garantito da “ricadute papalizie” Come si sa al tempo vi erano cause più venali che spingevano i nordeuropei a staccarsi dal Papa. Ma le critiche alla chiesa mossero le coscienze spingendole a ricercare qualcosa di più di quanto offrisse l’interpretazione cristiano cattolica. Il conflitto interio­re però non poteva essere risolto semplicemente da un’accorta filoso­fia di cambiamento. Infatti, se il cattolico sente di appartenere alla ve­ra chiesa dei padri fondatori, il riformato è roso dal dubbio che il suo distacco non possa essere accettato da Dio. E quindi benché senta le sue ragioni valide, cova in sé il timore di andare comunque all’”infer­no”! Questo timore costante di cainaggio religioso lo ha portato e lo porta ad essere irruento, inflessibile e desideroso a tutti i costi di vin­cere i contenziosi, anche slealmente. Infatti la violenza caratteriale è un espediente psicologico per rinforzare e tenere in auge le convinzio­ni non sentite completamente fondate. Di contro il cattolico coltiva il disimpegno fino ad aperta vigliaccheria pur di soddisfare l’interpreta­zione di un’amore concettuale ritenuto, solo per essere perseguito e predicato, solutore dei problemi. Dunque, il cattolico si debilita inte­riormente e con lui la sua società perché, pur “credendo” di essere nel giusto, vede i suoi sforzi senza risultato. Il riformato, pur “sentendo” di essere nel giusto, dubita latentemente della legittimità della sua po­sizione autonoma. La reazione interiore sfocia in un maggiore prota­gonismo e desiderio di imposizione che dinamizza la sua società. Queste due indoli se riunite porterebbero ad un individuo estrema­mente competitivo sotto l’aspetto morale e civile. Ed è una sfida che i cattolici e i riformati non possono lasciarsi sfuggire se vogliono in­fluenzare da protagonisti anche il secolo entrante. E chissà quelli dopo.


Il DIALETTO

Il dialetto può essere comparato alla pittura. Esiste una convenzionale comprensione estetica che si rifà al senso comune, cosiddetto “classico”, ed una traduzione alternativa dell’aspetto ogget­tivo delle cose. Tali variazioni artistiche sono profondamente dipen­denti dal cumulo di sensazioni emotive del pittore. Vi sono dialetti bel­lissimi, altri meno belli ed altri orribili. Prendiamo uno dei più belli che è il milanese. Calza come un elegante vestito alla persona fine che lo utilizza. Le inflessioni che portano quasi sempre le parole a ter­minare in toni “alti” rendono positivamente radioso questo dialetto che ispira dinamismo e continua prontezza di spirito. Il dialetto romano, invece, da l’impressione di sbracamento: famo invece di facciamo, nnamo invece di andiamo, cià a potemo fa invece di ce la possiamo fa­re.. Parlato insomma da qualcuno che non ha più fiato e non vede l’ora di andare a riposare. Sarà che i romani, avendone fatte tante nei tempi imperiali, ritengono di poter campare di rendita. In realtà l’ammirazione per i romani, nel mondo moderno, è enorme. Ho conosciuto persone di ogni cultura che sanno tutto dell’impero romano. Per loro non vi è più affascinante periodo storico di questo. Ma per i romani es­sere stimati o no non è un tema. Il mondo è sempre Roma e al momen­to ci si riposa.


AFFETTO IMPROPRIO

La sensualità è un dono della natura che va go­duto asservito all’amore di coppia e non altro. Di conseguenza si deve educare per non diventarne succubi. Tralasciando le implicazioni “adulte” desidero soffermarmi su alcune forme di affetto verso i bam­bini in tenera età. Molti genitori e nonni usano baciarli sulla bocca o agli angoli di essa. Questo affetto “forte” devia la sensibilità infantile verso il sensuale. Ho notato spesso che i bambini mostrano disagio in questi impeti affettivi. Toccare esplicitamente le zone “erogene” stimola sensualmente fin dalla tenera età influenzando la personalità in formazione. Il bacio in sé non appare negativo. Ma lo è in quanto atti­va la reattività ad un fatto sentito anomalo, invadente. Un impulso indagativo! Sembra esagerato disquisire tale innocua “bazzecola” ma anche i semi sono minuscoli ed apparentemente inermi. Solo che cre­scendo diventano piante da decine di metri! La personalità dei bambini è vulnerabile. Ogni stimolo prematuro apre una crepa a fatti analoghi: come fa un bambino a “sentire” l’illecito nel bacio di un pedofilo se i nonni, qualcosa di “simile”, lo fanno spesso? Baciare i bambini sulla bocca, anche se fuori da ogni sospetto, è pur sempre un osare che il processo naturale di sviluppo relazionale non tollera. Genitori e nonni “sboccati” confondono al piccolo la lettura “legale” degli eventi.. Ma cosa fa? Per favore non getti il libro!! Ma vada avanti che ci sono altre cose interessanti!
Il DENARO

e i beni materiali non suppliscono ad una personalità arida. La quantità di denaro di cui si abbisogna deve commisurarsi alla personalità costruita nel corso della vita e la grandezza effettiva delle passioni. Ogni squilibrio porta ad un volgere incontrollato degli eventi. Può bastare? No! Parliamone ancora del danaraccio Suo e dei soldini miei. “Invidioso”! Ma no! Mi immedesimo nella pleba sfruttata, o meglio, munta all’osso dalla cor­rotta borghesia neofascista al neon sopravvissuta alle doglie rivoluzio­narie soffocate dalla CIA col ciàcciàccià.. Qui mi fermo perché la dia­lettica impegnata non è il mio forte. Il denaro? Sì! Parliamo di denaro ma.. denaro vuoto! “Intende soldi falsi?” No! “Assegni a vuoto?” No! “In bianco?” No, no e no! Intendo banconote vere ma “vuote”, sempli­cemente vuote! “Lei scriveva interessanti poesie.. la trovo confuso!”. Sarò serio resista! Il denaro è un mezzo convenzionale di scambio ma prima ancora esplicita un diritto ad acquisire dei servizi, o beni, a fron­te degli stessi resi ad altri. Il droghiere vende del formaggio? Col denaro ricevuto acquista della frutta per la famiglia. Perché vuoto? (speriamo che nessuno l’abbia detto finora.. così mi prendo il diritto alla “primodicitura”! O primoscrivitura?) Questa espressione l’ ho presa in prestito dalla microscopia. Di qui se un’obiettivo viene utilizzato ad un ingrandimento troppo elevato a quello concesso dalla sua apertura numerica (insomma oltre le specifiche che il suo progetto ottico, in in­terazione con l’oculare, consente) l’immagine ottenuta sarà parzial­mente vuota. Ovvero sarà sì più grande ma i dettagli saranno diluiti in­vece che risolti, evidenziati o scinti. Non vi saranno ulteriori dettagli riconoscibili, in concreto, oltre quelli consentiti dal tipo di progetto, ma solo gonfiata l’immagine già ottenuta ai limiti delle possibilità risolutive! Riflettendo sul denaro mi è sorta la sensazione che ad anch’esso possa associarsi il concetto di vuoto. Se consideriamo che il denaro acquisisce potere di acquisto in quanto veicolo virtuale di tra­sformazione della quantità dei servizi/beni in movimento più ricchezze “immobili” ed immobiliari, possiamo affermare che è alquanto malato. Vuoto! Perché funziona come veicolo “vuoto” delle specula­zioni in borsa e sui cambi (qui imputate a nome di tutto il resto), furti ed imbrogli commerciali, salari per impiegati statali fannulloni e lotterie, questue ed altro. Tutti i movimenti in profitto che non hanno a monte una produzione di servizi, che consentano di produrre altri ser­vizi, indeboliscono il denaro. Lo rendono vuoto. Si dirà: con i guada­gni delle speculazioni si creano altri benefici. È vero! Però manca il servizio reso per acquisire quel denaro! Per metà, quindi, risulta vuoto! Immaginiamo un micro mondo dove tre “agenti” debbano forzata­mente scambiarsi dei beni/servizi per attivare un’economia reale che gli consenta di sopravvivere: il droghiere Caio vende il formaggio a Tizio l’idraulico. Con i soldi ricevuti da Tizio, Caio compra la frutta da Sempronio. Il fruttivendolo Sempronio ha una perdita d’acqua in cuci­na e chiama Tizio per effettuare la riparazione potendo pagare con i soldi ricevuti da Caio in cambio della frutta. Tizio ripara il rubinetto di Sempronio e recupera i soldi dati a Caio per il formaggio. Siamo: Sempronio ha venduto la frutta e fatto riparare il lavandino. Caio ha venduto il formaggio e comprato la frutta. Tizio ha comprato il for­maggio e ripreso il denaro speso guadagnando nel riparare un rubinet­to. In questo trittico relazionale Caio, Tizio e Sempronio hanno fornito un bene/servizio guadagnando qualcosa che ha loro consentito di acquisire a loro volta. Ma facciamo uno scherzo a Sempronio mettendo un Tizio, speculatore finanziario, che al più d’idraulica conosce l’idromassaggio. Quando Sempronio si rivolge a lui per la riparazione gli risponde che ha solo soldi perché l’unica cosa che sa fare è speculare in finanza. Sempronio che ha bisogno di riparare il rubinetto non ha inte­resse a scambiare soldi con Tizio perché questo non produrrebbe bene­fici tantomeno quello richiesto. Ecco che il denaro, che Sempronio de­ve destinare alla riparazione del rubinetto, diventa vuoto perché a fron­te di un’esigenza reale finanziabile non corrisponde l’esistenza del ser­vizio richiesto. Ma si tratta di un vuoto ereditario! La colpa è di Tizio speculatore che ha acquistato il formaggio da Caio con del denaro vuoto, consentendo a Caio di acquistare la frutta di Sempronio a cui consente a sua volta di riparare il rubinetto quando non vi è disponibile un “servizio idraulico” che lo possa fare. Infatti nel trio sono presenti tre persone in grado di spendere denaro ma solo due in grado di offrire beni/servizi tangibili. Il denaro di Tizio è malato incurabilmente per­ché ottenuto con delle manipolazioni finanziarie senza avere prodotto un servizio riciclabile in altri nella società. Il vuoto di questo denaro si distribuisce equamente nella quantità totale, presente nel circolo eco­nomico affine, come una malattia debilitante invisibile che lo rende instabile. Per annullare questa instabilità occorre che qualcuno fornisca il servizio mancante gratuitamente oppure togliere dal mercato almeno la metà della quantità di denaro relativa. Prendiamo dieci banconote e tiriamo una linea verticale a metà. Scriviamo nella metà a sinistra “ser­vizio reso” e nella metà a destra “servizio acquisito”. In una delle ban­conote lasciamo un “vuoto” sulla parte sinistra ad indicare che non vi è un servizio reso. Poniamole in cerchio in modo che il servizio acquisi­to a destra dell’una incontri il servizio reso della seguente. Vediamo che la banconota che incontra quella vuota si trova nella condizione di dover cedere il suo servizio acquisito avendo alcunché di ritorno per­ché la seguente è vuota nello scomparto servizio reso. La banconota “vuota” si trova nella condizione di dover riempire il suo vuoto senza offrire niente alla sfortunata che la precede. A questo punto le due ban­conote hanno tre alternative: quella buona di sacrificarsi cedendo il suo servizio (valore) acquisito alla vuota (impoverimento), battersi l’una per difendere il proprio servizio acquisito e l’altra per prender­glielo (commercio disonesto) e poi spacciarlo per proprio servizio reso (truffa) ed infine la vuota che sottrae il “servizio reso” alla seguente (furto) innescando così una catena di reazioni simili: litigi ed appro­priazioni “indebite” generali! Infine il “vuoto” viene riempito dal sa­crificio di tutte le banconote del cerchio svalutandosi del necessario. Ma non in tempo da evitare i guasti di relazione! Crimini in quantità nella popolazione, infelicità, povertà..banconota sana banconota malata banconota sana
da speculazione




alla fine del processo di assestamento le tre banconote avranno un troppo elevato potere di acquisto rispetto all’economia reale contenuta.
Altro esempio.. di missilistica: immaginiamo la nostra amata banconota alla stregua di un missile. Il servizio reso è il motore che per­mette al nostro missile di raggiungere la meta, ovvero il servizio ac­quisito. Se il servizio reso non c’è il nostro “missile” rimane immobile (inflazione grave). Se il missile, pur avendo il “motore servizio reso” in ordine, non parte per volontà del pilota, poco male (riserve). Il servizio acquisito rimane sempre a disposizione: raggiungibile a discrezione del pilota! Dunque se il servizio acquisito verrà sicuramente utilizzato mol­to difficilmente il servizio reso “non reso” sarà recuperabile perché do­vrebbe essere fornito da qualcuno gratuitamente. L’esempio umano. Se un’agente di cambio guadagna il necessario per l’acquisto di una ricca villa significa che il settore industriale produttore di beni concreti e ci­vile sono stati defraudati di metà di quel valore. Abbiamo quindi “dena­ro vuoto” in notevoli quantità che la società ammortizza “svalutandosi” del necessario. Oppure il governo ritira dal mercato e trattiene inutilizzata la parte vuota del denaro usato per la villa (al contrario lo reimmet­te a fronte di troppi servizi acquisiti non utilizzati.. “denaro sotto il ma­terasso”). L’agente di cambio, investendo nella villa il guadagno otte­nuto, restituisce il denaro alla società che gli fornisce il servizio villa. Privato però del valore di un servizio riciclabile che lui avrebbe dovuto fornire per ottenerlo. Molta gente detesta istintivamente gli speculatori. Guadagnando creano povertà. Tutto ciò che viene guadagnato con la pura speculazione grava sulle spalle di chi produce beni e servizi tan­gibili. E questi si chiedono perché, pur lavorando come muli, non rie­scono a conquistare quel respiro finanziario che sembrerebbe ampia-mente guadagnato. I governi, allo scopo di neutralizzare i “vuoti”, svalutano le monete e aumentano le tasse. Ma questo è giusto? I soldi, nel loro valore nominale, sostituiscono il valore reale dei beni/servizi non maneggi furbeschi. Un’economia forte si ottiene coltivando l’economia reale ed estirpando i “vuoti speculativi”. Soldi si? Soldi no? Sciocchez­ze! Il denaro è il veicolo che ha permesso il cammino della civiltà occi­dentale. Il denaro è meraviglioso perché ha permesso di arrivare a qual­cosa di meraviglioso che è la società moderna. Non si criminalizza un’innocente! Si deve solo decidere quanta parte dell’economia può es­sere lasciata alla libera speculazione senza che questa la debiliti. Con­sentire di procurarsi denaro solo a fronte di un servizio “tangibile” reso, dunque guadagnarselo, non è solo una remora morale ma un’esigenza irrinunciabile di ogni economia. A prescindere dal tipo. Il denaro sosti­tuisce il baratto. Nel baratto solo beni o servizi possono scambiarsi. Se così veramente deve essere perché non si è ancora pensato alla reale dannosità della speculazione? Perché il buon senso è stato colto di sorpresa dal vertiginoso aumento della massa di denaro in questo secolo. La grande dinamicità economica, motore di ciò e beneficiaria nello stesso tempo, sembrava dover cancellare ogni povertà. Invece la facilità con cui il denaro è speculabile ha consentito di spostare invisibilmente ricchezze e “vuoti” impoverendo e arricchendo indipendentemente da caratteristiche di economia reale. I crimini in ombra, ad opera delle persone apparentemente rispettabili, sono i padri dei crimini alla luce ad opera dei disperati. Coloro che per grandi colpe “invisibili” non hanno potuto disporre di terreni fertili per i propri semi. Ogni società merita quanto gli accade perché in sé cela le fondamenta del male che vi emerge. Dunque bisogna impedire che la li­bertà concessa dal denaro si ritorca su di lui facendocelo odiare. Per i romani il denaro non odorava. Ma non c’erano i mercati finanziari allo­ra! Oggi langue sotto le scorrerie degli eredi dei gloriosi pirati del pas­sato. Almeno quelli erano gente valorosa. Sfidavano le tempeste, colti­vavano le arti marinaresche, compivano scoperte geografiche. Questi? Parassiti puri! Brillanti nell’arte di razziare negli orti altrui. È un azzar­do discettare su temi così delicati? Però non si sbaglia certamen­te ad affermare: i soldi degli altri sono salubri.. veramente salubri.


Il TABU’

Siamo buoni credenti? O creduloni? Quanti tabù nella testa fanno “bù” alla nostra dignità? Probabilmente troppi. Pensiamo ad esempio al povero Gesù Cristo che, dopo aver provato di tutto per convincere i suoi contemporanei ad assoggettarsi a principi morali che oggi ci paio­no tutto sommato ovvi, muore sulla croce con il cuore spezzato. Si “assume” che fosse venuto per morire. Ma dal suo periodo missionario si capisce tutt’altro. Gesù fa intendere alla madre, che aiuta in un matri­monio nelle “nozze di Cana”, che dovrebbe occuparsi di Lui (del Suo matrimonio!?) perché l’ora dovrebbe essere venuta. Bel tabù. Dice che gli animali hanno la loro tana ma Lui neanche un sasso dove posare il capo. Quindi con la Sua intera famiglia e l’intelligenza ebraica aveva tagliato i rapporti. Altrimenti come poteva dire così? Alla madre, che gli chiede di stare con la propria famiglia, risponde che la Sua famiglia è dove si fa la volontà del Padre Suo. Quindi aveva lasciato i suoi per­ché evidentemente non facevano la volontà del Padre Suo! Dato che ne rifiuta anche il sicuramente disponibile “morbido sasso”! E se avessero atteso a questa volontà, egli sarebbe rimasto con Loro facendoli propri discepoli. D’altra parte non è naturale che i geni­tori del Messia dovrebbero essere i suoi primi discepoli? Giovanni il Battista, che dice di dover diminuire e l’Altro crescere e, in punto di morte manda a chiedergli se è Lui quello che doveva venire, viene osannato come un grande che ricerca l’umiltà. Invece è il traditore principalmen­te responsabile della disgrazia di Gesù. Era figlio di farisei, avrebbe do­vuto “guidarlo” al tempio, presentarlo agli altri sacerdoti e dire: “questo è l’uomo mandato da Dio, la mia missione è finita. Da ora dobbiamo seguire Lui.” Questo era il suo compito destinato! Invece continua a battezzare per conto suo e tenersi i suoi seguaci confondendo le idee di tutti. Perché lui era l”’approdo” diretto del messia al tempio. Gesù disse che tra i nati di donna era il più grande ma nel regno dei cieli, il più pic­colo era più grande di lui. Quindi lui ne era fuori!




Godiamoci un pò di grafica..
(disegno nella parte iniziale del blog)


Se Giovanni il Battista ha sbagliato, la sua colpa non può essere che gravissima.. perché permette a “Lucifero” di scalzare via il secondo Adamo.. e la seconda Eva! Una donna restaurata e preparata per Lui.. che l’”Adamo” si sarebbe cercato vita natural potendo..

La chiesa cattolica lo ha dichiarato santo. Altro che tabù. Qui c’è un macigno che offende la dignità intellettuale della teologia! Una cantonata assurda che si può giustificare solamente con la frenesia “teologica” di magnificare a tutti i costi ogni “personaggio” biblico. Che Maria possa essere rimasta incinta da vergine niente da dire. Però che lo sia rimasta quando era da Elisabetta, sua sorella moglie di Zaccaria che la manda via dopo qualche settima­na, sembra strano. Perché Maria, incinta senza matrimonio, rischiava la lapidazione a quei tempi. Quindi avrebbe potuto ospitarla, visto che era agiata e sposa di un sacerdote del tempio. Cosa irritava così intensa­mente Elisabetta di sua sorella Maria?! ..Massì osiamo e, mi raccomando, non mi si linci subito dato che ciò che vado a raccontarvi è come la pensa il Sig. Sun Myung Moon. Un coreano che dice di saperla lunga perché Dio gli ha aperto gli “archivi storici” senza limitazioni! Secondo lui Gesù non è Dio fatto uomo ma un uomo fatto da Dio col meglio che avesse potuto mettere insieme sulla terra: Zaccaria e Maria! E motiva! Dopo l’avvenuto peccato originale Dio lavora per sottomettere il male al bene. E può farlo solo attraverso le generazioni. La prima è Caino e Abele. Caino rappresenta il male perché come primo figlio rappresenta l’unione di Eva con Lucifero (e forse non solo la rappresenta.. ne è il frutto fisico! Ma questo lo penso io). Abele, invece, rappresenta il bene perché e frutto dell’unione di Adamo ed Eva. L’unione predestinata. Per sottomettere il male, rappresentato da Caino, al bene, rappresentato da Adamo e riscattare la purezza dal peccato Dio rifiuta le offerte di Caino per costringerlo a farle attraverso Abele. Se la cosa funziona si ha la restaurazione del piano umano di creazione perché il bene trionfa e, nello stesso tempo, la sottomissione simbolica di Lucifero a Dio perché gli effetti della sua interferenza nella creazione vengono annullati e le prossime generazioni saranno pulite. Ma, come si sà, Caino non ci stà e accade l’irreparabile: l’eliminazione fisica del “lato” del bene. Sicché Dio deve continuare a ricercare la sottomissione del male rappresentata in Caino vivo pulendo, dalla sua linea di sangue, una linea generazionale dove il bene relativo trova le migliori condizioni fino a reincarnarsi in un Abele capace di affrontare il suo Caino e sottometterlo. Questo Abele redivivo, il Messia, deve trovare il suo Caino in un fratello di sangue come nel giardino dell’Eden avvenne. Tali condizioni si realizzano con Maria, Elisabetta e Zaccaria, l’uomo “pulito” a sufficienza per la bisogna. Essendo Maria pura, sua sorella Elisabetta, che non lo è, rappresenta Caino. Ed essendo Elisabetta moglie di Zaccaria Dio può qui riottenere la situazione della famiglia di Adamo ed Eva con queste tre persone. Maria, ricevendo il seme di Zaccaria, da vita all’Adamo restaurato. Elisabetta, ricevendo il seme da Zaccaria, suo marito, da vita ad un’uomo di qualità Caino “migliorato” destinato a sottomettersi a Gesù: Giovanni il Battista. Egli, sottomettendosi a Gesù, restaura il fallimento di Caino. Purtroppo anche Giovanni il Battista fallisce il suo compito. Sorpreso di trovare il Messia nelle povere vesti del cugino, lui, di ricca famiglia, se ne vergogna e continua per i.. battesimi suoi! Gesù, venendogli a mancare il sostegno delle classi altolocate che Giovanni doveva assicurargli, imbocca inevitabilmente la via della croce. Questa interpretazione del corso di restaurazione appare come un fantasioso ricamo della migliore fantabibbia però.. dall’infondatezza tutta da provare. Anche sullo Spirito Santo il Moon da un’interessante lettura. Abbiamo il Padre, il Figlio e lo Spirito santo. Quest’ultimo è accanto a Gesù. E cosa dovrebbe esserci accanto a Gesù? La sua sposa! Se ci fosse stata! Ma Gesù muore e il posto rimane in attesa di una Eva restaurata. Quel posto Spirito santo non può che appartenere a Lei. È improponibile che Dio conduca la restaurazione dal peccato solo riedificando l’Adamo originale invece che l’intera famiglia originale! Insomma se a Gesù fosse andata meglio oggi non pregheremmo il messia ma la “famiglia messia”.. “nel Nome del Padre, del Figlio, della Figlia e dei Figli.. Amen” Anche qui tutto si può dire tranne che sia fantasia pura.. D’altra parte mi sembra inverosimile che Dio dia il posto dello Spirito Santo ad una donna, Maria, solo perché è la madre di Gesù e non ad una donna in quanto parte paritetica della creazione. Quasi che Dio l’avesse creata perché senza di lei l’uomo non poteva riprodursi? Ma per favore.. Comunque la solitudine della famiglia di Gesù, prima e dopo la nascita, sembra veramente troppa per una fecon­dazione extraterrena. Che era a conoscenza di molti intimi ma probabil­mente poco creduta come extraterrena. In fondo il popolo ebreo, “avvisato” da secoli, avrebbe dovuto vivere una specie di prostrazione psicologica di fronte a tanto evento. Invece, dopo l’immediata “lieta sorpresa”, una sostanziale indifferenza ..per trent’anni! Cosa imbarazzava del divino evento? Che Gesù fosse costretto ad an­darsene dai Suoi mostra che loro, inclusi parenti ed amici, non tenessero molto conto della volontà di Dio. L’inizio della vita pubblica di Gesù appare come il momento in cui discerne che tra i suoi, famiglia e paren­ti, non c’è altro da fare. Zaccaria, che era a conoscenza diretta dell’identità speciale di Gesù, poteva introdurlo d’autorità agli altri fa­risei. Niente da fare neanche un sasso dove posare il capo. Le stesse parole dei protagonisti di questa storia sono chiare. Volendogli dare un altro significato si è persa gran parte dell’incisività del ruolo messianico di Gesù. Soprattutto estrapolando tra le profezie bibliche di gloria e martirio, del vecchio testamento, che Lui fosse venuto per e contento di morire. Che la salvezza dell’umanità esigesse obbligatoriamente il Suo sacrificio fisico. Con la conseguenza di snaturare e ferire la vitalità del Suo messaggio d’amore come proiezione morale della perfezione uni­versale. Innaffiando così l’intera storia di becero compassionismo e mielose interpretazioni. In realtà da nessuna parte è scritto che Gesù dovesse morire. Le profezie del vecchio testamento sono scontate. Si dice semplicemente che se gli andrà bene sarà accettato, stabilirà un regno divino sul quale regnerà e via di seguito. Se gli andrà male, invece, ci rimetterà la vita: il sacrificio totale. A quei tempi, un pensatore d’avanguardia che non avesse successo, raramente moriva di morte na­turale. Quindi la profezia sarebbe risultata azzeccata in ogni caso. In realtà Gesù muore nella più totale incomprensione. Anche la scelta di non difendersi e lasciarsi crocifiggere viene dal calcolo che solo una morte plateale da martire può salvare qualcosa della Sua missione compromessa. Sa che questo verrà capito solo dai posteri ma non c’è altro da fare. L’incomprensione anche di quest’ultimo atto gli procura scher­no e stolta ironia da parte del popolo e impedisce anche ai più vicini di cuore di andare altre la compassione verso di Lui. Niente affetto, terri­bile solitudine, un grido disperato che espande il suo eco fino ai nostri giorni. Può l’umanità, che conosce fin nell’intimo della materia, accon­tentarsi di una verità demagogica sul periodo più importante della sto­ria? Come mai dopo la “superpubblicizzata” nascita con annunciazioni, cometa, re magi ed altro Dio deve di nuovo, in forma di colomba di fronte a Giovanni il Battista, dire questo è mio figlio prediletto? E i tre decenni vissuti da sconosciuto? Da sconosciuto o ignorato? Sicuramente il mestiere di messia era molto difficile a quei tempi. Come forse lo sarebbe in ogni tempo. Ma i danni causati da postumi interpreti dei fatti sono altrettanto micidiali. Da considerare che, anche allora come oggi, per una persona che credeva o rispettava le cose di religione ce n’erano dieci che ci sghignazzavano a più non posso. Dei trenta anni di vita di Gesù, a noi pressoché sconosciuta, si può ben immaginare. Un uomo nato dallo spirito? E chi non ci credeva? Cosa pensava poi di Giuseppe? E di Maria? Insomma trent’anni “obliati”!. Ma per Gesù e i suoi sicuramente scomodi. Come menzionato, le ipotesi esposte in questo saggio punzecchiante provengono da alcuni interessanti studi teologici d’avanguardia addizionati con qualcosa di personale. Di fatto quando si tratta di teologia bisogna muoversi con cautela. Non si­gnifica, però, che non ci si debba muovere! Perché è anche un “fatto” che dietro ogni tabù o mistero, sia religioso che scientifico, può esserci tutto come anche niente. Le riflessioni suggerite in questo saggio sono, a mio giudizio, di primaria importanza se si vuole che la cristianità sopravviva ai prossimi decenni. Così come oggi appare è un simulacro che non dà da vedere la validità complessiva di ciò che contiene. Reli­gione è ricerca dell’interiore storico, ma se il dogma rimane intoccabile che ricerca è? La religione “secolare” tende più alla conservazione che al dipanamento dei misteri. Un segno è anche nel fatto che tra le diver­se chiese cristiane non c’è alcun beneficio reciproco delle rispettive “esperienze” teologiche. Ognuna teme di incrinare la sua “stagionata” identità dogmatica. Queste sono le ragioni del perché la scienza “laica” sta alla religione un paio di millenni davanti. Qualsiasi religione che pretenda di giustificarsi solo dal contenuto più o meno rivelato del suo dogma è troppo astratta per essere funzionalmente utile. Per l’umanità! Perché per se stessa e chi la serve sì! L’inconscio timore di una delusio­ne, che accompagna ogni uomo di fede, spinge a conservare il simula­cro così com’è. Ma questo, alla prova dei fatti, non funziona. Ne è la prova la crisi delle chiese cristiane degli ultimi decenni. Questo nasce però da un equivoco! Non è il dogma, né la ritualità che ne consegue, fondamentale per essere religiosi ma la comprensione della essenza/scopo della religione che si identifica con il suo momento più elevato che è la vita di Gesù! Dei suoi fatti! Va da sé che un Gesù inter­pretato come la teologia classica fa: nato per intervento dello spirito, “asessuato” e destinato a morire, può fare ben poco per questa umanità. Chi desidera amare nella completezza della natura (è sacrosanto!), ave­re dei figli, essere ottimista.. sente la religione come un calzino scomo­do. Dopo un po’ si stufa e lo mette da parte. Tanto vale, dunque, prende­re coraggio e cercare di capire oltre il dogma perché i dogmi sono co­me le ideologie: sono utili a tutto tranne allo scopo per cui sono rite­nute di esistere. Non sta alla religione creare culture specifiche e statiche, quindi settarismi sociali, ma estrapolare, dal suo sapere, un meto­do universale di bonifica dal conflitto del canale che unisce la mente umana alla coscienza cosmica.


LE TASSE

sono anche le mogli dei tassi. Genere di bestiole dotate di denti in perenne rapida crescita che per mantenerli corti e affilati sono costrette a mordere senza tregua i fusti di alberi innocenti. Il raffronto alle tasse, intese come prelievi monetari sui guadagni altrui, non po­trebbe essere più appropriato. Quale impresario non si sente alla stre­gua di un albero perennemente rosicchiato da una famelica bestia? Anche i dipendenti soffrono ma l’obolo viene trattenuto alla fonte. Facile per Loro farci l’abitudine. Carico fiscale del 33%. Per la grossa industria che lavora sui grandi numeri significa produrre ampi profitti e avere ideali risorse finanziarie per la ricerca scientifica e programmi di espansione. Per l’artigiano che vuole iniziare un’attività in proprio significa conservare la maggior parte dei guadagni e poter mantenere la famiglia anche in caso di lento avvio. Per il dipendente significa avere più denaro in busta paga e risparmiare alla moglie di lavorare anch’essa permettendogli di accudi­re ed educare i figli a tempo pieno. Carico fiscale del 57/65%. Per la grossa industria che lavora su grandi numeri significa produrre profitti suffi­cienti alla gestione dell’economia interna ma probabilmente, come spesso succede, non ha soldi da dedicare alla ricerca scientifica co­stringendosi a dipendere da altri.. acquistare la tecnologia. E per l’espansione dovrà ricorrere ad accordi interaziendali o coopera­zioni. Per l’artigiano che vuole iniziare l’attività in proprio significa affrontare enormi rischi in quanto è costretto da subito a guadagnare il doppio di quanto ragionevolmente gli occorrerebbe per mantenere una famiglia tipo di quattro o cinque componenti. Se l’avvio è lento dovrà rischiare denaro proprio o preso in prestito. Se il tentativo fallisce si ritrova con una consistente perdita finanziaria, debiti e pendenze va­rie. Per il dipendente significa un livello di vita insufficiente che lo vede costretto a spingere il congiunto a contribuire all’eco­nomia familiare invece di curare l’educazione dei figli. Conseguen­ze sulla società: In un regime a bassa tassazione si sviluppa una vasta ragnatela di microattività legali che costituiscono la microeconomia. Ovvero tante piccole imprese individuali nell’industria dei servizi con connotazione di qualità, abbondanza di denaro per l’autofinanziamen­to e conseguente grande impulso al lavoro dipendente qualificato. Le nazioni come l’Irlanda, l’Olanda, la Gran Bretagna sono emblemati­che di una società a bassa tassazione. Hanno un tessuto sociale dinamico ed economicamente in salute. La Germania ha una tassazio­ne nominalmente elevata ma le agevolazioni per iniziare sono ottime e non vi sono costose macchinosità burocratiche. Con trentamila lire si ottiene una licenza di import/export. Basta non essere visibilmente matti e avere una mattinata a disposizione. Dopodiché si può com­merciare computer e cioccolatini, automobili e fotocamere.. La raccomandazione è di aggiornare la licenza al suo rinnovo annuale. E le tasse si pagano solo se si guadagna oltre “seicento” marchi mensili. Vale a dire: se si sopravvive solamente si lascia sopravvivere. Con i re­gimi fiscali menzionati il meridione italiano si svilupperebbe in pochi anni. E non avrebbe bisogno di essere aiutato né di emigrare. Una eco­nomia a tassazione elevata e povera di incentivi, con una forte e costo­sa burocratizzazione delle attività di gestione e controllo, costringe di fatto l’economia sui grandi numeri. Grandi capitali! Il che significa po­ca microeconomia. E quella poca con grandi rischi, strutturalmente de­bole e vittima dell’usura. In questo contesto solo le grosse industrie possono espandersi con metodi e attività ampiamente sperimentate. Un’economia ad alta e rigida tassazione costringe la parte debole del­la popolazione a languire ai confini della povertà, consumisticamente asservita alla grande economia e agli interessi politici. L’economia dei grandi numeri è quella delle grandi industrie che mediano (leggere ri­cattano) più facilmente con i governi che il piccolo impresario. E spes­so le grandi industrie appartengono allo stato e sono sotto il controllo diretto del governo. In questo contesto esistono solo molto ricchi e molto poveri. In regioni dove non vi sono esigenze o sbocchi per gran­di industrie non v’è possibilità per un’economia decente e a ciò conse­gue una forte disoccupazione. La forte disoccupazione favorisce la di­sponibilità di manovalanza criminale e connessi. Un privato che favo­risce il crimine viene perseguito ed è soggetto alla galera. La differen­za con il politico è che questi non è perseguibile e non va in galera ma coltiva i suoi passatempi preferiti: Lotterie e promesse mai mantenute. Le lotterie sono spesso l’unico sogno di riscatto per gli onesti che compongono una società che non può respirare. Le promesse non mantenute servono a conservare i clienti per le lotterie. Concludendo:LA LIBERTÀ

La libertà non può essere intesa come una condizione pratica trami­te la quale si raggiunge un regime di giustizia e felicità. La libertà è uno stato sentito e vissuto da un individuo che entro precise regole e limiti si muove e non desidera insubordinarli od oltrepassarli. Quindi per creare un regime di libertà occorre che gli individui che vi agiscono sia­no maturi, dotati di senso civico e corretti nelle relazioni interpersonali ad ogni livello. L’uomo si sente libero finché non desidera uscire dall’equilibrio risorse/fabbisogno in cui si trova. Al nascere di una nuo­va esigenza non si sente libero ma lo sentirà con progressione crescente mentre soddisfa la nuova esigenza e totalmente alla fine del processo di acquisizione. Se la nuova esigenza, però, si scontra con quella del suo prossimo deve sapervi rinunciare e tornare al precedente stato di libertà goduta e sentita. Nel caso in cui egli si batta, cessa il suo regime di li­bertà goduta e sentita e anche la libertà del prossimo viene a cessare perché ferito nel suo diritto e in stato di difesa. L’uomo veramente li­bero è quello che vive in un ambiente giusto, composto di individui so­cialmente corretti e che, con una saggia creatività, sa amministrare il suo spazio disponibile. La libertà non è un concetto pratico ma astratto, una sensazione la cui ampiezza è definita dal rapporto tra le risorse de­siderate e quelle realmente disponibili. Quando due individui interagi­scono in un ambiente limitato, la libertà può riguardarli entrambi o nes­suno perché ogni espansione o limitazione della stessa include l’invasione del campo altrui secondo il seguente schema:
Si comprende, dunque, chiaramente che chi non si sente libero desidera, a torto o a ragione, ottenere qualcosa nella sfera di dominio altrui o libe­rare la propria sfera di dominio da un’interferenza esterna più o meno grave.


GENITORI E FIGLI

Secondo le caratteristiche dei genitori avremo i figli. Genitori forti! Poliziotti, fiscali, pedanti: figli deboli, timorosi, depressivi vulnerabili all’ambiente. Genitori deboli! Cedevoli, educativamente assenti, vili: figli arroganti istintivi qualunquisti inaffidabili. Genitori leali! Cor­retti, amichevoli, cooperativi: figli riflessivi, creativamente intrapren­denti, affettivamente maturi, autonomi. Ho scelto tre esempi per iden­tificare un quadro relazionale nella famiglia. Forse sono di più ma ba­sandomi solo sulla mia esperienza diretta preferisco attenermi al mio. Chi ha un padre forte che si esprime criticamente su qualsiasi cosa egli faccia, impara sicuramente molto dalla sfera paterna, ma cresce con l’eterna sensazione di sbagliare. Insicurezza quindi. In questo contesto si riconoscono i figli di tanti grandi uomini che non riescono ad uscire dall’ombra paterna mostrando mediocri qualità e talvolta vivendo lun­gamente in famiglia sebbene le disponibilità economiche potessero fa­vorire una vita indipendente e un matrimonio, se non d’amore, con una donna appetibile. Liberazione dell’influenza paterna e maturità relativa non prima dei 40’. Un padre debole lascia crescere un personalità tra­sgressiva e arrogante che sebbene sente soddisfazione per tale vantag­gio coltiva un latente sentimento di disprezzo per la mollezza paterna. Questo figlio difficilmente riesce a stabilire un rapporto affettivamente maturo con i consimili o vere amicizie. Maturità relativa e saggezza esistenziale non prima dei 30’. Il padre educativo che stabilisce un rap­porto di correttezza e fiducia con il figlio fin dal primo vagito crea un guerriero vittorioso contro ogni sfida esistenziale, critico con se stesso e mite con il prossimo. Maturità relativa e saggezza esistenziale da “sei mesi” in poi. Certo che visto così il problema appare assai semplicizzato. Se si potesse far tesoro di questo poco però la società migliorerebbe di molto. Io sono stato spesso impegnato in attività sociali. Al­la fine mi sono convinto che il modo più funzionale di creare migliori individui è quello di farseli da sé. Quindi mi sono riproposto di analiz­zare tutto quello che il mio papà poteva fare per me e non l’ha fatto a di farlo ai miei figli. Come il nuoto. Mio padre era un provetto nuota­tore ma non dedicò neanche un minuto ad insegnarmelo. Io lo sono di­ventato dopo vent’anni di incostante dedizione. I miei figli a sei anni nuotano perfettamente. Poteva anche essere prima ma ho preferito che fosse una loro conquista. Ho dato l’esempio, qualche aiuto quasi sem­pre poco gradito, il resto l’han fatto da sé. Gli dicevo: cerca di non aver paura dell’acqua, fai quello che vuoi ma metti la testa sotto con gli occhi aperti e prendi confidenza. Per l’educazione mi comporto come un buon capitano. Cerco di tracciare la rotta giusta e poi lascio la nave andare con qualche piccolo aggiustamento. Ai bambini chiedo di non essere mai in ozio. Aiuto se mi viene richiesto e non interferisco se sono autonomamente impegnati. Spesso lavoro fino notte fonda e mi alzo tardi la mattina. Se vi sono le vacanze i bambini sono in ca­sa. Mia moglie dice: “devo uscire, perché non ti alzi e control­li i bambini?” Ma perché dovrei controllarli? Il maschio canta a gran voce, costruisce ferrovie con gli oggetti più impensati, disegna. La femmina fa i compiti, legge ottimi fumetti, disegna e canta le canzoni dello zecchino, ascoltano musica insieme.. Perché dovrei interferi­re? Sono scienziati rispetto a ciò che ero io alla loro età. E anche vo­lendo non riuscirei ad insegnare neanche la metà di ciò che imparano da soli. Intervengo se il dialogo mostra tracce di torpilo­quio o accenni di liti. Coinvolgere responsabilmente è veramente prezioso anche in tenera età. Se andiamo al supermercato insieme sono spesso loro a decidere cosa acquistare o se intervenire delle scelte. A meno che vi siano ragioni particolari se ne discute in ogni caso cercando di evitare imposizioni. Se desiderano un gelato o qualche altro genere di conforto ne di­scutiamo insieme includendo questo nel contesto della spesa e decidia­mo, se è necessario, un sacrificio su altri acquisti. Io non ho mai strat­tonato e rimbrottato i miei figli per perseguire un piccolo risparmio sa­crificando i loro legittimi desideri. Se si fanno acquisti in un centro commerciale è normale che ci si voglia gratificare un po’ approfittan­do delle ristorazioni ed intrattenimenti offerti. Se vi è un problema fi­nanziario si può risolvere considerando un buon gelato alla stregua di un pasto. I bambini rinunciano volentieri ad un pasto ma non ad una gratificazione fuori programma perché questa soddisfa il bisogno creativo che la loro mente sente soprattutto. In Germania, dove l’educazio­ne dei figli è più sentita che da noi, ho trovato uno specchio di queste mie sensazioni. In Italia non ho mia visto un cane trattato peggio di co­me molti italiani trattano i propri figli. Ma i figli sono più importanti dei cani oppure? Mia figlia, verso gli otto mesi, riusciva a stare in pie­di sfruttando qualche appiglio. Una sera disteso nel letto la guardavo mentre cercava di sollevarsi dietro la mia testa. Come ci riusciva mi saliva con entrambi i piedi sulla fronte ed osservava curiosa le mie rea­zioni per una trentina di secondi. Dopodiché ne scendeva con espressione soddisfatta. Sarà sciocco ma sestivo che mi metteva alla prova. “Posso contare su di lui?”. Sono i genitori che decidono se il “piccolo adulto” ha la loro stessa dignità. Purtroppo! Perché gli esseri umani hanno la dignità che Dio gli dà e non abbisognano di quella dei genitori. Che hanno il solo dovere di trasmettere il tesoro della loro esperienza, spulciata dei loro difetti, e l’amore divino.


LE ANIME DI ROMA

I romani sono un popolo molto spirituale. Ogni romano, durante la sua giornata, menziona frequentemente e con trasporto le anime altrui. La reciprocità fa sì che tutte le anime, comprese le proprie, vengano sufficientemente glorificate. Analizziamo quella che sembra una pre­ghiera profonda, sensibile, rispettosa della famiglia ed emblematica della umana condizione: ma l’anima deli meio mortacci tua e de tù nonno n’cariola. Ma: tipica esclamazione di sorpresa di chi si aspetta la strada sempre libera. L’anima: per i romani l’anima sta all’uomo come le bacchette ai cinesi. Senza si muore. La vita perde l’alimento spirituale... e i cinesi il riso. Mejo: naturalmente ci si riferisce ai mi­gliori altrimenti un termine più incisivo di mortacci dove lo si piglie­rebbe? A tutto c’è un limite! Si evita così anche di richiamare le anime peggiori dei destinatari preservandone al meglio la salute interiore. Può anche significare però che il fortunato possiede un parco antenati dove i migliori sono.. acci! Che poliedricità di significato! Che versatilità di linguaggio! Mortacci: il culto dei morti e vivissimo in oriente special­mente in Giappone. Sapessero come è vivo a Roma probabilmente lo smetterebbero dedicandosi a quello del riso (frumento) nel cui sono sicuramente i più ferventi. Tua/tu: tuo/tuoi pronomi possessivi. Anche i romani vivono in questo mondo e non sono santi. Hanno però un’ani­ma.. di riguardo. Nonno: Il nonno rappresenta il passato che non va ignorato, come l’impero, e pur di mantenerlo vivace lo si movimenta come si può. N’cariola: la carriola rappresenta un umile mezzo di tra­sporto che però nel contesto assume un significato articolato. Intanto c’è il nonno sopra e significa che il vegliardo è in età avanzata e non in grado di camminare da solo. Il nipote però la scarrozza.. scarriola vo­lentieri, forse per affetto o forse perché percepisce una parte della pen­sione. Se il nonno utilizza tale scomodo veicolo sia per il confort di passeggero che per chi lo guida si deduce che la famiglia è povera di denari ma non di affetto. Se però chi lancia l’apprezzamento lo fa con astio la carriola potrebbe significare un augurio che il beneficiato ab­bia così pochi soldi da non potersi permettere un’automobile e il non­no così malandato da doversi trasportare in tal modo fin l’ufficio po­stale e ritorno. Essere romani significa possedere il più vasto retaggio storico culturale che l’umanità conosca. Non per niente la società mo­derna si rifà innegabilmente al loro modello imperiale di vita e la ma­nia di progresso con netti stacchi tra le epoche. Il loro campione è Ne­rone. Un innovatore così radicale, sovente copiato fino ai nostri giorni, non ha eguali. I romani amano i rappresentanti politici dedicando loro una variazione dell’espressione animistica menzionata: ma l’ animac­cia loro! Da intendersi come diretto complimento alle qualità professionali del politico. Ma li mortacci loro! intende invece richiamare su di loro la migliore influenza spirituale per favorirli nel prendere le giuste decisioni. Combinando creativamente queste ultime espressioni si ottiene un quasi rito propiziatorio che ha fatto grandi le tradizioni di governo tipiche di questo popolo famoso nel mondo antico e spertica­tamente stimato dai liberi pensatori di oggi nonché liberi professioni­sti. L’altra espressione altrettanto in uso è sti fii de na mign.. riferitasi a coloro le quali radici generazionali non sono propriamente patri­zie. Beneficiari sono soprattutto gli impiegati della burocrazia cittadi­na. Potremmo elencare ancora sti disgraziati riferita agli studenti quando scioperano o marinano la scuola. A loro si risparmiano “sen­tenze definitive” in quanto potrebbe trovarvisi la figlia o il figlio. E comunque gli si riconosce la possibilità di migliorare. Per completare questa parziale carriolata di “sentimenti” romani non si può non citare: an vedi questo! Esclamato con sorpresa indica riprovazione per la furfantesca audacia del prossimo nei propri confronti. Questa espres­sione trae origine dal glorioso passato imperiale di cui ogni romano si sente degno erede. Allora c’erano i romani e i barbari. Il romano non riconosceva a quest’ultimi il diritto di approcciarlo, senza previa auto­rizzazione, tantomeno di essere maleducatamente approcciato data la sua istituzionale superiorità. Logica proiezione di an vedi questo è macché vvòi? Essa indica che il romano ritiene a priori che nessuno abbia un motivo valido per rivolgersi a lui se non per disturbarlo. An­che qui abbiamo una lettura diversa e, se vogliamo illuminante. L’osservare e l’invitare ad osservare il prossimo, indagando poi sui suoi bisogni, denota che il romano si preoccu­pa degli altri molto più intensamente di quanto appaia e si pensi altrove di lui. Una concausa storica è naturalmente presente. Ai tempi im­periali i romani usavano procurarsi manodopera a costo.. poco, ovvero gli schiavi. Si sentivano sovente così chiedere: “dov’è la mi mamma? E il papà?” E quindi dovevano rispondere: “E che ne sò! E no rompe!” Ecco quindi la naturale tendenza a considerare chiunque si avvicini co­me una fonte di domande importune ma con un fondato diritto di rivol­gerle. Il romano si sente superiore al resto del mondo e confida sempre che quando cadrà Roma cadrà il mondo, non perché ci possa essere una subordinazione del destino mondiale a quello della città santa ma perché essa è “sempre” il mondo. Inoltre vivendo tutti i romani a Roma anche se il resto del mondo si salvasse per loro conterebbe ben po­co. Infine non posso evitare di menzionare alcune pesanti e criticabili eredità che i romani hanno lasciato alle società occidentali. Lavarsi re­golarmente e con metodo, la casa col camino o il riscaldamento, le co­lonie, il cristianesimo e le strade. Queste tradizioni hanno provocato uno sviluppo abnorme di vie artificiose di vita caricando l’ambiente di residui non riciclabili. Non parliamo poi delle strade. Sono il frut­to della indolente pigrizia del romano che al muoversi preferisce favo­rire gli altri nel raggiungerlo. Non per niente riconosce il suo dolo quando, con malcelato piacere, ammette che tutte le strade portano a Roma. Ma il romano si muove eccome. Quando si reca in colonia! Il cristianesimo è comunque la colpa più grave! Ma perché dovevano tra­mandarci una religione che insegna ad essere buoni con tutti? Hanno combattuto arabi, mongoli e celti.. oltre un centinaio di altre etnie! Ma perché i Celti! Il cui dio non chiedeva altro che di farsi delle buone tisane? Nonostante: “Civis romanum” è tuttora una qualifica esclusiva in una società che possiede la migliore ampiezza espressiva ed’un passato gigante che autorizza i suoi membri a dire in coro: “semo noi essemo i mejo” Ma dopo tanto obiettare, su questo popolo incompreso, desidero mostrare l’aspetto più innegabilmente umano del romano quando di fronte alla povertà, in profondo impeto emotivo, dice: Fiet­to bello.. nciai nà lira! Va a casa cammina! E n ‘tefà più vvedé!


DESTRA & SINISTRA

I grandi moti popolari, durante la rivoluzione industriale del diciannovesimo secolo, furono favoriti dal tipo di relazioni di classe nel­la nascente società industriale. Il clero ebbe una forte responsabilità in questo processo. Come noto il materialismo nacque in un tempo dominato da una forte an­tipatia della società povera verso i ricchi e il clero. I religiosi venivano accusati di complicità interessata con i nobili, e benestanti in genere, da cui ricevevano la quasi totalità degli aiuti ed offrivano, in cambio, una blanda interferenza sulle questioni morali riguardanti lo sfruttamento della manodopera. Ciò era favorito dalla forte differenza culturale attenuatasi, fino ad estinguersi, solo dopo la se­conda guerra mondiale con il rapido raggiungimento del benessere ge­nerale. Essendo la borghesia generalmente più istruita veniva naturale che il dialogo, complicità ed affetto si stabilissero principalmente tra queste due “classi”. La fascia sociale povera, orfana di amore e considerazione, raggiunse coscienza della sua condizione quando si ritrovò vicina fisicamente e spiritualmente dentro le grandi fabbriche. Il movi­mento di coscienza che si creò fu chiaramente favorito dalla realtà og­gettiva di ingiustizia sociale. Chi ne fece ingiustamente le spese fu il Creatore che perse molti cuori strumentalizzati da intellettuali com­plessati in proprio che incanalarono il malumore in una filosofia dove le caratteristiche di vita dei privilegiati venivano private di fondamen­to: la fede in un Dio, la libertà intellettuale e fisica, la libera iniziativa ecc.. Tutto questo assunse un significato negativo nelle mani di pochi privilegiati per eredità o merito. Il clero cristiano avrebbe dovuto me­diare ed aiutare nei cambiamenti sociali in modo da favorire il sorgere di una società giusta. Ma fu assente. Porta, quindi, la maggiore responsa­bilità della più grande tragedia che l’umanità abbia conosciuto. Il ripu­dio della fede in un Dio, nella continuità della vita dopo la morte e nell’amore spirituale di miliardi di esseri umani. Ricordare che Gesù riteneva indispensabile la fede nel Dio padre dell’universo e la libera­zione dal peccato durante la vita terrena. La tragedia più grande cui l’uomo possa incorrere è quella di esserne inconsapevole. Il clero è un’anomalia nella società. Non esperimenta la vita nella sua interezza, a causa del celibato, ma è chiamato a guida morale. Mentre la società civile, che di “guidarsi” ne avrebbe anche la qualità spirituali, non lo fa perché suppone che sia solo dovere del clero. Se il celibato non esi­stesse le qualità culturali e spirituali degli ecclesiasti si trasferirebbero alla società e la chiesa sarebbe la società stessa. Non vi sarebbe la divi­sione dei poteri ed avremmo una costosa casta sociale in meno. Gesù consigliò il celibato affinché vi fosse qualcuno che potesse, libero da legami coniugali, testimoniare in terre lontane. Se il celibato fosse la cosa giusta dovrebbero farlo tutti. Ma così finirebbe il mondo! In realtà, dopo il periodo di pioneraggio dei discepoli, non c’era bisogno, per un uomo e una donna di grande fede, di rimanere celibi. Il risultato fu ed è che grandi santi e illuminati non poterono educare direttamente i propri figli al loro livello qualitativo ma solo lasciare un luminoso esempio, di radiosità spirituale, ai presenti e posteri. Altro grande dan­no è il differente valore dato alla donna negandole la possibilità di amministrare i sacramenti. Non siamo egli eccessi dell’Islam ma pur sem­pre un’offesa alla vita. Quando guardo i miei figli non riesco ad imma­ginare neanche per un poco che la bimba non sia sullo stesso piano del fratellino. Solo un senso a benvenire tale sensazione mi fa desiderare di non esistere. Perché sento di defondare me stesso. Senza il celibato non vi sarebbe stata la figura del religioso a se stante ma di una coppia con elevate qualità spirituali alla guida della comunità. L’uomo che vi­ve senza l’amore di una donna (o l’inverso) non sarà mai al pieno delle sue potenzialità affettive. Naturalmente molti religiosi sono riusciti, nel celibato, a raggiungere purezze spirituali elevatissime. Però la san­tità come qualità positiva si dovrebbe paragonare ai soldi. Non è giusto che solo pochi li abbiano ma dovrebbero averne tutti a sufficienza per i propri bisogni e qualcosa in più per progredire. Il classico santo nell’eremo è paragonabile al riccone che lascia i suoi soldi in banca e vive di rendita. Niente rischi, orto, giardino e tanta cultura. Un dirigen­te d’azienda potrebbe essere più santo di un santo convenzionale anche se impreca e sbraita perché la finanza gli fa visita un giorno sì e l’altro anche. L’uomo che abbandona il fronte e si rifugia in un’oasi spiritua­le, intellettuale e talvolta fisica priva di responsabilità pratiche, ha buon gioco nell’esercizio spirituale tendente alla purificazione. I van­taggi pratici sono però scarsi per la comunità che dispone di un esem­pio interessante ma astruso alla vita “naturale”. Io credo che le persone più felici nel mondo dei più, non siano i santi in particolare ma coloro che si sentono gratificare dal maggior numero di persone. E tra di que­sti i santi naturalmente. In questo contesto hanno grossa concorrenza da personaggi che hanno anche abusato di “gioie terrene” ma la­sciato grandi opere o alleviato le pene di presenti e posteri. Dunque il clero, causa i suoi limiti strutturali, non solo ha svolto una grande fun­zione spirituale e culturale nella storia, ma è corresponsabile dello svi­luppo delle ideologie che sono il cancro del libero pensiero. I suoi santi non poterono fare molto e i suoi illuminati raramente si accostarono all’uomo povero, umile, ferito nel suo orgoglio nello svolgere debili­tanti lavori pagati miseramente. Spesso meno considerato di un medio­cre cavallo. E quando lo videro si rivolsero mestamente contro il pec­cato e la sofferenza in senso astratto e solo raramente in impegno con­creto nella società. Come studioso delle scienze interiori il religioso è nella posizione ideale per capire che il valore dell’essere umano non ha condizioni. Purtroppo il suo sapere ha avuto una funzio­ne più accademica che pratica. Prima del ventesimo secolo la lettura era disponibile solo per benestanti dato il costo di essa e della necessa­ria istruzione. Per mediare tra nobili istruiti e poveri analfabeti occor­reva una figura morale. Che latitava. L’enorme risentimento tinse e tinge la storia di rosso. Rosso di collera. L’uomo in questo tempo può ritrovare la sua dignità se capisce profondamente i processi storici che l’hanno portato a odiare il prossimo. È provato che l’accumulo di ricchezza è necessario in ogni società come forza dinamica di propul­sione economica e tecnologica. Anche l’istruzione di classe elevata se­gue la stessa funzione. Solo della povertà non v’è bisogno. Oggi la residua diffidenza spinge le classi sociali ancora a ghettizzarsi. L’astio e il sospetto spinge chi ha molto a consolidare la sua sicurezza assicu­rando il denaro invece di investirlo per creare lavoro o fornire un ser­vizio migliore. Le assicurazioni realizzano enormi profitti ma cercano di limitare i risarcimenti dovuti con assurde motivazioni. Una società giusta non ha bisogno di destra o sinistra ma solo di persone corrette con pari dignità. Che vivano valori di rispetto e comprensione senza avere bisogno di svogliati mediatori. Che il rancore sia così presente in noi ed influenzi in’accorto le nostre azioni ho avuto chiaro esempio quando per la prima volta ho seguito un piccolo corteo elettorale in una periferia di Milano. I politici alla ricerca di consensi erano di cen­trodestra e, come quasi norma per questa corrente politi­ca, persone di cultura elevata, contegno professionale e fine da genti­luomini. I casi di opposizione chiara erano rari. Ci si limitava a strette di mano più o meno calorose. Ma i rari casi erano ai miei occhi emble­matici. Le persone che esternavano la loro opposizione lo facevano con veemenza e solo attraverso grevi esternazioni. Persone del ceto sociale più povero e inculturato le cui manifestazioni esprimevano sentimenti di astio profondo ma argomentazioni poco afferrabili. Le frapposizioni sociali di oggi hanno sicuramente radici antiche. Tempi in cui aver l’igiene curata, i capelli pettinati, i vestiti puliti, l’educazio­ne comportamentale e dialettica odorante di lunghi anni di scuole privilegiate significava appartenere alla casta degli “sfruttatori”. Coloro che vivevano sulle spalle dei lavoratori “veri”. Il solco che divide la so­cietà ancor oggi è spesso senza connotati precisi ma è profondo e vi scorre un’ odio antico. L’odio di colui che è rimasto indietro nella solitudine di una vita molto sudata. Dimenticato da un compagno fortunato e distratto.


CASTA?

Come si creano le premesse per un conflitto di casta? Il primo passo è la cattiva amministrazione, dato che la cosiddetta “pancia piena” concilia i sentimenti di tutti e.. vivono felici e contenti! La cattiva gestione delle risorse sociali induce, chi produce queste risorse, a protestare civilmente, in primo momento, poi, se le cose peggiorano, si arri­va anche alle minacce di violenza o vere aggressioni. Il politico, quin­di, o la classe politica presa di mira, se non può o non vuole ovviare ai disagi prodotti, si difende ingaggiando personale di sicurezza, o au­mentando il già disposto. Anche i parenti, però, sono a rischio di ven­dette incrociate sicché guardie anche per loro. Siccome in allerta si la­vora con difficoltà, tutta questa umanità in pericolo si avvicina nello spirito e per mutua assistenza, costituendo una classe che si contrappo­ne all’altra che, inoltre, è costretta a parassitare in quanto tale allerta gli frena il guadagnarsi il dovuto. Sicché avremo una classe “vuota”, per la dinamica sociale, costretta a parassitare quella “piena” in quanto solo questa può fornirgli il necessario, nonostante da essa debba anche difendersi. Il capolavoro della politica moderna è la pratica legittimazione che i “parassiti”, che essa nutre, si difendano dai parassitati ai costi di questi. Sicché se un ministro delle finanze manda l’economia a sfascio, gli “sfasciati” si trovano ad avergli pagato uno stipendio da fa­vola, sufficiente per cento famiglie normali, una pensione che molti Reali si sognano, lodi sperticate a non finire e e.. un servizio di sicu­rezza del costo di uno stipendio mensile di operaio al giorno. E questo per difendersi dagli sfasciandi che, prima di farsi sfasciare del tutto, un calcione nel fondoschiena glielo avrebbero almeno rifilato! Purtroppo i governi alimentati dal sistema partitico, attraverso la loro rigidità, co­me il periodo di governo, sono nella condizione di danneggiare un popolo irrimediabilmente prima di essere delegittimati da una nuova ele­zione. Forse sto sognando ma da ingenuo credo che i romani dell’im­pero avessero un sistema migliore! Così vedrei il parlamento/senato ideale: un rappresentante per ogni centomila abitanti. Vestito di bianco nelle assemblee. Vestito uguale per tutti, ad indicare approccio di ve­rità e di onestà con i propri doveri. Il posto cambiato ogni giorno, in modo che abbia la possibilità di confrontare le sue idee con gli altri rappresentanti onde impedire l’atrofizzazione concettuale, relazionale, la politica settaria e favorire le riconciliazioni. La sua specificità rap­presentativa ricondotta solo alle opinioni emergenti tra i suoi “cento­mila”. In questo modo si eliminerebbero le divisioni partitiche che so­no le celle frigorifere dove i popoli conservano gli escrementi delle ideologie! Pensieri obsoleti, più o meno remoti. Si eliminerebbero le elezioni in quanto il parlamento, essendo un corpo omogeneo, non ne avrebbe bisogno. Verrebbe alimentato e rigenerato con continuità da semplici elezioni di giovani senatori a cura dei “centomila”. Non vi sarebbero senatori a vita ma, eventualmente, un senato anziano senza poteri ese­cutivi, solo morali. La permanenza sarebbe valutata solo in base al valore effettivo del prescelto e decisa sempre dalla parte di comunità rappresentata. Coloro la cui carriera non sarebbe decisa direttamente dalla comunità, sarebbero solo i capi prescelti per la nazione. Sebbene, così, la comunità possa sempre scegliere per fattori ideologici, si eliminerebbe la settarietà, che contraddistingue la politica odierna, arricchendola di quelle qualità conciliative e rigenerative in tempi veloci che oggi gli mancano. I partiti verrebbero sostituiti da correnti di pensiero! È vero! La storia di Roma mi affascina. Anche perché i romani di quel tempo erano sicuramente più felici, civili e orgogliosi degli italiani di oggi. E forse di ogni persona di questo tempo! Avevano la “testa” so­ciale giusta, vincevano e sentivano di essere nel giusto. Per vincere la sfida di duemila anni dopo sarebbe bene copiarli un po’.


Il CASTELLO

All’età di diciassette anni, non potendo continuare la mia scuola nautica per la morte di mio padre che lasciava alcune pen­denze finanziarie, presi a lavorare con la nostra trattrice agricola onde coprire le stesse che costituivano in gran parte il pagamento rateale del mezzo. Un giorno mi trovai ai margini di una rigogliosa valle ricca di acque, foreste, campi coltivati ad ortaggi e frut­ta. Vi notai un castello in miniatura grigio chiaro grande come una villa di medie dimensioni. Sembrava il castello di Disneyland con alte, slanciate torri. Mi ricordavo di averlo notato di già anni addie­tro ma questa volta era diverso perché pur presentandosi come allora, enormi cespugli di rovi spinosi aggrediva­no parti delle sue mura e quasi completamente ricoprivano una enorme piscina situata dietro la costruzione e dominante un chiassoso ruscello. Alcuni giorni dopo, dovendo percorrere con il trattore una strada nelle vicinanze, non potei resistere alla curiosità di conoscere di più circa quella affascinante costruzione e mi avvicinai per poterne osservare i dettagli. Il proprietario volle costruire la sua reggia riproducen­do un’atmosfera medievale, che la struttura emanava in tutti i suoi dettagli, con saloni spaziosi e ripide scale a chiocciola che si invitavano verso le alte torri. C’era un aria di mistero in quella costruzione incompleta. Solo la struttura portante era di vedere men­tre intonaci e pavimentazioni interne mancavano del tutto. Uscendo viddi un contadino lavorare il suo campo e chiesi lumi circa questa villa abbandonata da anni. Mi raccontò che un ricco americano la stava co­struendo quando, un mattino, i suoi muratori lo trovarono impiccato dentro quella casa di sogno. Rimasi per qualche minuto assorto, quasi raggelato ed istintivamente sentii una grande sofferenza trasudare quei muri. Chissà quale tragedia trascinava dietro di se quell’uomo che, sebbene agiato e vicino alla realizzazione di un suo sogno, volle togliersi la vita. Conoscere il destino amaro di qualcuno che non poté cancellare con il denaro il suo passato spiegava anche un particolare curioso della villa incompleta. Si presentava come se i lavori di costruzione fossero smessi di recente, con calcinacci puliti e nessun segno di vandalismo, pernotta­menti di zingari o vagabondi. Nessuno volle avvicinarsi anche un po’ a quelle mura testimoni dell’implacabilità della solitudine, della prigionia di un passato spietato, del pettine del destino che cattura inesorabilmen­te i nodi della vita, il conto finale. Mi sentivo a disagio. Mi incamminai per la mia via e da quel giorno il misterioso castello bianco, circondato da una natura di sogno, divenne invisibile alla mia vista e al mio cuore.


LA VERITÀ

Che cos’è la verità? È la corrispondenza di un convenzionale intendimento ad una realtà oggettiva come convenzionalmente intesa. Ah! Questa sì che è arte! Però la verità qui non ci sta! E dov’è? Vediamo! Essa può solo relegarsi in uno spazio dove possa tro­varsi a proprio agio. Come dire che non riuscendo ad afferrarla cerco di ingabbiarla. La verità può esistere solamente se riferita ai principi mo­rali. Pur potendo relativamente garantire un’identità di fatti sostanziali e dati precisi, il carattere di aggiornamento della conoscenza sull’esisten­te e il rapido divenire rende inutile applicare un concetto di verità. An­che esperienze sociali ed estrapolazioni astratte sono soggette ad ag­giornamento. Sicché un concetto così puro, imprescindibile, incondizio­nabile come la verità non ha altra casa che quella dei principi morali. Amore in primo luogo e poi tutti i derivati come la bontà, il rispetto.. Se l’amore è la casa della verità chi la desidera generalmente è una persona sensibile al prossimo. Ed ha senso parlare di verità solo nel contesto dell’interscambio. Ciò che rimane confinato nel privato non fa testo perché essa vive nel riscontro di almeno due parti interes­sate. Il giornalismo, grande “meretrice” del nostro tempo, abusa della verità con estrema noncuranza. Non ha senso dire se un fatto e vero o falso. Un fatto già in se e vero”. Quindi accaduto nei termini in cui è conosciuto pubblicamente. Se le informazioni sono vaghe non si può parlare di fatti ma solo di riporti in attesa di conferma. La società mo­derna non sa cos’è la verità perché ne parla sempre associandola in contesti a lei innaturati. Cos’è la verità? È una domanda che difficil­mente può avere una risposta definitiva e soddisfacente. La corrispon­denza tra fatti accaduti fuori dalla nostra portata sensoriale e le testi­monianze altrui chiamano in causa il concetto di verità a sproposito. Visto che tutto è relativamente “vero” in base alla nostra percezione che differisce, in diversa misura ma differisce, da quella degli altri. Il relativo che caratterizza la vita umana e le sue vicende non ha alcun diritto di tacciarsi di verità. L’unica cosa certa nell’universo è l’amore. L’amore spinge a stare insieme, apprezzarsi, contemplarsi, aiutarsi, riprodursi.. Senza, l’universo non esisterebbe perché non starebbe insieme. E insito nella materia. L’individuo che sente in se l’amore universale sa percepire chiaramente il bene e il male. Egli ama anche chi è nel male ma si adopera per correggerlo. Usando i tre mezzi che i processi evolutivi della materia ispirano: la conoscenza, il pre­mio, la punizione. Quindi la verità non si può definire con precisione ma sappiamo dove abita: nella casa dell’amore. E solo là possiamo cercarla. In definitiva restituiamo alla verità la sua funzione pontificia. Come il papa rappresenta Dio in terra essa rappresenta ed è l’emana­zione dell’amore universale. Ad essa ci si ispira per essere onesti. E i giornalisti non scrivano di fatti “veri” ma di fatti e basta. Dopo averli assodati. Ahia!! Per le falsità abbiamo sempre molti termini a disposi­zione: bufale, bugie castronate.. senza contare gli eufemismi di carattere escatologico. Sostituire la parola verità non è facile. Ma io ci provo osteria! Potremmo dire che una notizia e papà se è comprova­ta. Mamma se va tenuta un po’ in caldo. Zia se va rilevata con sospetto. Suocera se è meglio metterla da parte. E postino se da ri­mandare velocemente al mittente. E la nonna? Ah sì! Se da archiviare perché già vecchia! Credo di essermi compromesso abbastanza.


I BAMBINI

I bambini sono progetti a lungo termine che hanno bisogno della massima cura nei dettagli per la loro riuscita. Un buon ingegnere è ge­loso del suo progetto e preferisce curarne personalmente i dettagli e verifiche anziché lasciarli al tatto di qualcun altro. Un bambino è para­gonabile ad una spugna. Cresce assorbendo ciò con cui viene a contat­to. Egli è il risultato dell’amore e della conoscenza che i genitori inve­stono in lui e l’influenza dell’ambiente. La precarietà dell’educazione di tanti giovani risiede nel fatto che hanno ricevuto in minima par­te l’amore estrinseco dell’educazione diretta. Essendo stato per anni disoccupato ho avuto molto tempo a disposizione per osservare il com­portamento dei miei bambini fin dalla loro nascita e debbo sincera­mente affermare che il tempo in cui avevano solo bisogno di cibo e dedizione per le esigenze pratiche non l’ho mai conosciuto. I miei bambini, fin dal parto, mi parlavano con i loro occhi ed imprigionava­no la mia coscienza in una concettuale sensazione: io sono il servo di questo essere venuto alla vita attraverso di me e la mia sposa ed egli confida in noi e in nessun altro. Le cosiddette crisi nelle fasi di crescita sono dovute solo alla latitanza, nei momenti cruciali, della presenza educativa dei genitori. Se la dodicenne scopre di avere il ciclo. Bene, le dirà il genitore coscienzioso, adesso sei una vera donna. La bolla emotiva inerente si sgonfia e i genitori potranno guidare la figlia consci delle nuove implicazioni esistenziali. Se qui i genitori sono assenti potrebbe confidarsi con le amiche e forse verrebbe consigliata di offrire la sua maturità all’altro sesso, tanto per fare nuove esperienze, dalle conseguenze drammatiche sull’armonia di crescita. Anni fa, mentre guidavo la mia auto, mia figlia di sedici mesi (seduta dietro di me) improvvisamente affiancò la sua testa alla mia ed esclamò coloritamente: papàhh papàhh papàhh. Io rimasi felicemente esterrefatto perché la modulazione della voce si addiceva ad un’età di sei o sette anni con capacità di percepire e riprodurre fonemi di una certa complessità. In seguito prestai molta attenzione e cercai di farle ripro­durre quel particolare fonema senza riuscirvi. Il mondo interiore dei bambini è più adulto di quanto appaia. La relazione con loro va presa con serietà senza aspettare il loro tempo dello “stipendio”. Mia figlia è stata sempre molto legata a me ed io ne percepivo la spiritualità vici­na al mio io ideale. Forte di questo si sentiva sicura ed affettivamente autosufficiente. Appena capace di camminare attirava l’atten­zione dei passanti scrutandoli con spigliata fierezza che, affascinati, non potevano non fermarsi e scambiare due parole con lei. Indubbiamente almeno un genitore deve dedicarsi all’educazione dei figli. Ma se le esigenze economiche spingono entrambi nel lavoro questo non è possibile. La politica deve organizzare la società in modo che solo un genitore debba lavorare. Se il salario non basta la società deve supplire al necessario. E l’unico modo per migliorarla. Essa ha bisogno di indi­vidui con valida etica, maturi nel cuore a nella conoscenza. La scuola amplia e proietta l’educazione verso la disciplina sociale e del lavoro. Essendo l’educazione di valore strategico, va assicurata con l’impegno concreto dello stato che deve permettere, a prescindere dalle possibi­lità familiari ma commisurate alle capacità, accesso ai più alti gradi di istruzione possibili. I figli sono il futuro. Nessuno ha diritto ad un feli­ce futuro se non fa il massimo per i suoi figli.
SERIO O SCHERZOSO?

“Quello sì che è una persona seria! Guarda quell’altro invece, ride sempre!” Classico pettegolezzo da mille lire. ..Se sperabilmente leg­gerà il mio libro faccia qualcosa in più. La lira potrebbe risvalutarsi. Il nome stesso, riferito a strumento musicale destinato notoriamente ad essere suonato, non auspica altro. Moneta suonata: moneta svalutata.. Talvolta chi mi avesse visto mi avrebbe depennato dalle persone serie. Non che ridessi di grossolane anatomie altrui o qualche fantasma mi facesse il solletico, erano le miriadi di spunti comici. Ripassandoli nella mia mente non potevo re­sistere dal ridere a crepapelle. “Ma sei matto! Ridi sa solo?” E perché? Dovrei farmi aiutare? “No! Voglio dire.. chi ride da solo è matto.” Ma sarai tu matto e tuo nonno! No non ero affatto matto. E assicuro che era così perché c’ero anch’io! ..ero spettatore nel teatro della mia immaginazione ove si susseguivano ricordi divertenti e spunti vari. Ho sempre sentito la necessità di scovare l’aspetto ironico nelle cose o nei fatti. Il porre in chiave antitetica la drammaticità apparente delle circostanze mi aiuta a spessorare focalizzando la sostanza. Il se­rio e il faceto sono speculari nella vita dell’uomo creativo. Dello spiri­to brioso, ottimista. Essere seri o scherzosi non è il problema. Importante è di es­sere affidabili quando il prossimo conta sulla nostra lealtà. Chi per abitudine promette a valanga cose che non mantiene non viene preso sul serio neanche quando è seriamente disposto. Una ragazza, anche se avvenente, può non venire apprezzata come possibile moglie ma solo per divertirsi finché si può. Cause di fallimenti matrimoniali sono spesso le indoli da inguaribile mentitore che crede di trattare tutti con sufficienza. Chi promette cose che non può e non intende mantenere lo fa al più per de­ficiente coraggio di essere leale con i consimili. O per procurarsi tornaconti senza farsi troppe remore o scrupoli. Ma il vantaggio immediato è misero di fronte al danno che si prospetta. I fi­gli di genitori dalla favella “anarchica” crescono naturali sparafrottole. Nel periodo adulto si trovano a pagare cara la loro radice educativa. Il primo effetto è quello di non comprendere perché si viene evitati. Solo dopo reiterate delusioni ci si sente spinti ad una dolorosa indagine cri­tica sul proprio comportamento. Ma questo può avvenire anche dopo decenni. E la vita va! Mai promettere ciò che non si può o non si vuole mantenere. E se si sbaglia? Chiedere scusa! Il pentimento è sempre ben accetto al prossimo. E la nostra coscienza non è da meno. Essa re­gistra tutte le birichinate e prima o poi presenta il conto dicendo: que­sto è il tuo infame carico. Vuoi liberarti e correggerti? Se non lo fai ti sentirai meschino e non potrai guardare alcuno negli occhi! Bugie e false promesse formano anch’esse scomode bolle emozionali. Che so­no escrementi nel prato della nostra psiche.


MAL COMUNE..
mezzo gaudio

ma.. se il male è troppo il gaudio diventa tutto! Dunque! A risol­vere il problema se ne estirpa la radice. Se è troppo profonda o fa resistenza? Ma certo! Si diluisce il problema nel gruppo. E più il gruppo è numeroso più il danno è trascurabile. Un problema personale può scomparire, per quanto possa essere grande, se diviso tra milioni di persone. Se però si moltiplica smisuratamente allora il danno è sentito anche dai “milioni”. Ma il danno pubblico viene co­me assorbito omeopaticamente e sentito innocuo mentre la sua azione già comincia a debilitare. Infatti i popoli si ri­bellano quando ormai è così profondo che si può estirpare solo con un tributo di sangue. Chi è l’emblema del mal comune? I poli­tici! Sono tra i pochi a poter provocare danni ingenti in maniera appa­rentemente indolore perché diluiti nel pubblico anonimo, dove anche le responsabilità si frammentano e confondono. Infatti la politica moder­na si afferma quando le dimensioni demografiche permettono di seminare le conseguenze a monte nel tempo e non farle ricadere subito sul reo pericolandone la carriera o l’esistenza stessa. Dopo la svaluta­zione della lira, nel novantadue e gli anni immediatamente seguenti, che la ridusse del quaranta per cento almeno, molte imprese fallirono ed altre posero il fardello a carico dello stato. Se i danneggiati avesse­ro, per ipotesi, potuto evitare il loro disastro eliminando i politici responsabili, solo al desiderio, ci sarebbe stata una strage! Naturalmente l’odio o il disprezzo non colpiscono chi vive isolato tra gli “eletti” ma il problema creato costituisce una mina che esploderà in futuro. Falli­menti, insolvenze, crimini, contenziosi e veleni infiniti ecco il risultato di quella od azioni simili. Il problema diluito non è risolto ne “disinne­scato”. Sono diluito! Come un sasso gettato dall’alto di un palazzo sul­la folla sottostante. Colpirà un anonimo.. da mano anonima ma colpirà! Con la specula­zione, l’immigrazione, la disoccupazione, la criminalità e l’immoralità navighiamo al punto X: una personaproblema per ognuna social­mente sana. I tempi bui!


IL BAGAGLIO LINGUISTICO

Ma il bagaglio linguistico, su cui poggia la cultura di un popolo, è veicolo capitale di assimilazione della cultura stessa. Sotto quest’aspetto il dialetto è troppo limitato per sostituire la lingua ufficiale. In più nelle numerose inflessioni si annidano indoli o caratteristiche par­ziali della personalità con forte connotazione emotiva. L’assimilazione profonda di una lingua classica è indispensabile per fornire al nostro intelletto i mezzi per definire e codificare i dati che l’ambiente contie­ne. Dalla mia esperienza diretta posso affermare che l’emotività incon­trollata costituisce un freno tremendo per l’apprendimento di altre lin­gue o per la permeabilità ad altre culture. Spesso chi esprime intensa­mente in dialetto non è capace di scandire con precisione i suoni di una lingua elaborata come, ad esempio, l’italiano classico. Se vorrà imparare una lingua con precisa dizione dovrà liberarsi dai suoni anomali o dialettali e questo abbisogna di notevole tempo. Chi invece di ‘cantante’ pronuncia ‘gandande’ trova enormi difficoltà nel memoriz­zare una lingua straniera in quanto il proprio intelletto è costretto a ope­rare una doppia trasposizione di dati. Nella memoria vi sono registrati i suoni dialettali e prima di poter memorizzare un suono nuovo, preci­so, il cervello deve fare un aggiustamento oppure effettuare un super­lavoro di memorizzazione. Per poter imparare il tedesco, fino a pensare nella lingua ed essere permeato dalla sua spiritualità, sono stato costret­to ad operare una profonda bonifica nel mio bagaglio culturale. I rifiuti erano composti da inflessioni, termini volgari a forte connotazione emozionale, suoni imprecisi, slavati. Mi disturbavano e li sentivo come un cancro mentre cercavo di assorbire dati di superiore importan­za. Si può anche assimilare un’altra lingua conservando tutto il resto parlandola, però, con molte esitazioni ed errori di pronuncia e venendo facilmente percepiti come persone ignoranti, o di basso valore, che non sanno, non vogliono, non riescono a educare se stesse. Chi ha la fortuna di avere dialetti di grande bellezza estetica non ha bisogno di dimenticati ma deve essere in grato di servirsi della completezza di una lin­gua classica senza limitazioni. A questo proposito è importante educare i figli fin da piccoli a pronunciare correttamente i suoni della propria lingua classica e identificare con i termini appropriati. In seguito potranno assimilare il dialetto collocandolo, però, in una giusta graduatoria di valori. È disastroso dover tradurre mentalmente dal dialetto all’italiano e, eventualmente, ulte­riormente in una lingua straniera. Ai miei figli parlo esclusivamente il mio migliore italiano e quando sento che il piccolo porta dall’asilo inflessioni esotiche o ineleganti lo correggo immediata­mente. Risultato: a quattro anni scandisce le parole come un giornalista televisivo anni settanta. Scusate! Ma i giornalisti di oggi parlano come mangiano e cercan di far capire che sanno l’inglese. Non li posso prendere in esem­pio! Le due lingue straniere più importanti le ho volute imparare (volen­tieri) per lavoro e arricchimento culturale e non ho mai sentito il biso­gno di mischiarle. Scompiglia il mio “macchinario” del pensiero. Certo, non posso neanche sognare di avere l’intelletto di professoroni che illu­strando dei dati visibili su uno schermo da calcolatore così partono o peggio arrivano osservando questa windows. Osservando i dati sul­lo schermo, oppure, osservando questa schermata di dati, non risulta ab­bastanza “up” (su/sopra) e il fatto che chi non conosce la lingua inglese forse non riuscirà a capire la spiegazione non ha alcuna importanza. Vantaggi for­se previsti: neanche la stupidità di queste “ibride” menti sarà palese. Forse il mondo va così. La prima metà di questo secolo fu caratterizzata da grandi dittatori, grandi pionieri, grandi scienziati, mete elevate e ter­ribili disastri. Oggi ci salviamo dai terribili disastri. Come premio ci ri­mane la sciattoneria. Quella nessuno la tassa. La vera regina del nostro popolo alle soglie del duemila. Ma io dissento. Spero anche Lei!


IL MONDO MODERNO

Piace il mondo moderno? No? Allora andiamo con l’asino! Ho uno zio che ha mai guidato una macchina. Forse perché non ha preso la patente. E rispetta le leggi. Però a pensarci bene non è portato a convivere con il mondo dei motori. I suoi ausili, nel lavoro agricolo e gli spostamenti intercollinari, sono il fidato asino e le altret­tanto fidate mucche che non solo trainano ma si cibano di arbusti du­rante il cammino e quindi producono lavoro con carburante gratuito procurato strada facendo. Quale attrezzo a pistoni fa lo stesso? Io sono stato sempre appassionato di motori. I trattori agricoli, cingolati in par­ticolare, sono indispensabili nelle collinose campagne sabine. Trovan­domi ad arare un terreno dello zio potei osservare una scena di irresi­stibile comicità. L’asino appena caricato, forse infastidito dalle be­stemmie e percosse assestategli per intimidirlo a stare fermo, se la die­de a trotto sostenuto giù per il pendio mentre lo zio lo rincorreva imprecando a più non posso. Lascio immaginare cosa si consumò nei cento metri di tenzone tra sbuffi, imprecazioni, ragli e finale razione di percosse. In più, lo zio, dovette risalire a piedi perché l’asino non sa­rebbe riuscito a sostenerlo oltre al carico. Seduto comodamente sul mio cavallo anzi sui miei quarantacinque cavalli vapore, emananti un lieve odore di nafta e fumo oleoso, osservavo i cingoli aggrapparsi aggressivi al duro terreno mentre l’aratro apriva le zolle per una nuova semina. Il motore e gli organi meccanici mi erano talmente familiari da riconoscere distinti lo scoppio della nafta, l’apertura delle valvole, lo sbuffo dei fumi combusti che uscivano dai cilindri, il ticchettio della pompa che inviava la nafta agli iniettori e lo spruzzo di questi, potendo intuire facilmente circa la salute del motore oppure del suo equilibrio. Lavorando con il trattore a cingoli ho compiuto interessanti osserva­zioni che mi hanno definitivamente deviato al mondo moderno. Ad esempio la velocità di avanzamento in stato di potente trazione. Essa non era proporzionale al moto trasmesso dal motore. Sicché vi era il fattore frequenza di rottura, o tenuta del terreno in base alla sua com­pattezza, che definiva la resa dell’energia spesa dalla macchina. In pratica i terreni duri si lasciavano tagliare alla velocità che volevano loro e non che volevo io. Sicché aumentando, ad esempio, del trenta per cento i giri del motore, ottenevo un aumento all’avanzamento solo del cinque per cento. Il resto si perdeva nel pattinamento dei cingoli. Per carità tutte cose conosciute ma per me sedicenne, digiuno di scienze del comportamento dei materiali, decisamente affascinanti. La perce­zione del comportamento della macchina nel lavoro mi faceva soffrire come se essa fosse parte di me. Nel contempo, però, stimolava senza tregua la mia sensibilità razionale al succedersi intorno. Che bello la­vorare con il trattore a cingoli. Sentire il profumo delle zolle appena aperte. Il calore amico, quasi affettuoso della macchina, mentre graffi le impervie colline colorate d’autunno. La gratitudine degli uccellini mentre beccano nel terreno aperto gli animaletti prediletti. Il sole al tramonto che sembra sorriderti e salutarti, proprio a te, mentre stanco ti accingi a tirare gli ultimi solchi. Il fumo del motore, che sale verso le prime timide stelle della sera incipiente mentre si arricchisce di veloci scintille rosse come il sole calante.

Rispetto l’asino!
Ma amo il trattore..
ed amo il mondo moderno!


LA LINGUA ITALIANA

La lingua italiana è l’idioma più funzionale e ricco di bellezza astratta che vi sia al mondo. E versatile come nessun’altra! Da permetterci di confezionare una quantità infinita di divertenti assonanze con altre lingue. Se dovessi ricercarne un altro paragonabi­le prenderei il tedesco che possiede fisionomia poetica e articolazioni di precisione. Ogni popolo ha costruito nella storia la lingua che nelle sue preferenze estetiche, pratiche e concettuali gli si addiceva. Gli ita­liani hanno prediletto la chiarezza e la semplicità a scapito del compli­cato spesso frutto di megalomani sentieri dell’intelletto. I tedeschi han­no ricercato una grande precisione concettuale e “direzionale” dell’azione conservando molto del retaggio grammaticale latino come le declinazioni. Gli inglesi hanno sviluppato una lingua molto pratica, istintiva non strettamente vincolata a schemi precisi. Ovvero la si può parlare anche scorrettamente senza risultare incomprensibile. Ideale quindi come lingua generale. Il tedesco va parlato con precisione altrimenti si comunicano e capiscono fischi per i fiaschi, come questa brillante espressione definisce. Lingua un po’ difficile ma da considerarsi il latino del duemila. Ideale come salto di agilità intellettuale. Le lingue orientali sono tutt’altro. Si tratta di for­me anche molto ricche ma non richiamabili alla completez­za e duttilità delle lingue con radice ampia o parzialmente latina. Alcu­ne sono state costruite a tavolino da qualche imperatore e imposte alla popolazione. Guardando il loro alfabeto viene da pensare di esser di fronte ad un gioco per bambini. Un cerchietto, poi il cerchietto con un bastoncino sopra, poi lo stesso con uno sotto, poi sia sopra che sotto e via di seguito. La lingua italiana è precisa con suoni puliti, inequivoca­bili, associati perfettamente ai rispettivi segni. Le lettere utilizzate: quelle strettamente necessarie. Su questo terreno non vi è altra della stessa perfezione. Ed è ideale per l’interfaccia fonica dei computer co­me nessun’altra. Se essa oggi non è molto considerata nell’ambito in­ternazionale e dovuto al fatto che e stata evoluta, durante i secoli, da grandi letterati fissando nelle loro opere i cambiamenti assurti in uso comune, degni di riporto, ma non ha un popolo di precisa identità e or­goglio parimenti alle sue spalle. Per poter sentire lusinghieri commenti sulla nostra lingua bisogna accostarsi agli esperti stranieri. Ma questi pareri positivi non vengono certo gridati data la misera immagine che il nostro paese offre. Vogliamo figurarci il punto di vista di un europeo del nord su di noi? Immaginiamo qualcuno che stia osservando un pa­norama dalla finestra. Una florida valle primaverile ricca di spazi albe­rati, verdi prati, qualche vecchio casale e tanti fiori di campo. Si scorgono però segni di vandalismo, incuria e sciatti viandanti imperversa­no chiassosi nella valle lordandola di rifiuti. L’osservatore indugia per qualche attimo poi serioso si ritrae esclamando: Peccato! Chiude la fi­nestra e dimentica la fiorente valle infestata di vandali del pensiero, del sentimento e delle cose. Nel nostro paese, stritolato da sfacelo mo­rale, pressappochismo concettuale e di principio, nessuna qualità sem­bra più evidenziare i suoi tratti, i suoi colori. E la nostra lingua di così grande bellezza astratta e funzionale rimane ospite di pochi onesti nel cuore e nel pensiero. Rifiutiamo le promiscuità linguistiche e ciò che attraverso ci viene proposto. Non è complicato cambiare le mo­de perverse. Basta ignorarle.


LE BUGIE

Le bugie non si dicono. Non è bello. Non è corretto. Non è leale.. Ma, riflettendo, come potremmo immaginare la vita senza le bu­gie? Non verità, mezze verità, mezze bugie, sono un pa­raurti mentale e pratico irrinunciabile nei rapporti umani. Di già l’avere opinioni diverse costituisce una sostanziale deviazione dalla verità in quanto l’opinione nasce da un’interpretazione o recepzione personale di fatti e circostanze. La bugia fa parte di un gioco complesso nelle rela­zioni interpersonali che permette il disimpegno da un potenziale con­flitto. La bugia viene ampiamente utilizzata perché le conseguenze di un rapporto più franco non sono sopportabili nella debole morale cor­rente. La bugia è il mezzo classico dei politici per spiazzare gli interlo­cutori nell’immediato sperando che gli sviluppi futuri consentano di defondarla o confonderla. La bugia fa la parte del leone nei discorsi preminentemente d’intrattenimento. Sebbene gli agenti in una conver­sazione o festicciola tra amici possano percepire la veridicità di quanto viene espresso, questo non preoccupa perché ricercato è il gioco di emozioni e sensazioni che costituisce il bello di stare insieme. La bu­gia, spesso confusa con la creatività, è l’anima della pubblicità. La bu­gia è fondamentale nella strategia della comunicazione in generale. La bugia è la risorsa inesauribile dell’insicurezza. Dire bugie è moralmente sbagliato ma sopra al metro morale c’è l’amore assoluto, che indica alla persona la meta o risultato delle sue azioni, a cui tutto deve essere asservito. Quando la bugia è dannosa e criminale? Quando è chiaro a tutti gli agenti che è ricercata la verità oggettiva e non un’interpretazione o copertura di essa e le conseguenze possibili sono previste e “palesemente” accettate. Nelle scienze astronomiche o di fisica avanzata la bugia è “strutturale”. Mol­ti ricercatori non parlano di ipotesi ma dicono semplicemente che è co­sì. Ci va Lei a controllare? La bugia è come l’uovo di Pasqua. Più è grosso e bene infiocchettato più da sensazione di essere fatto di gusto­sa cioccolata che invece può essere amarissima e compatta per tenere la forma. E la sorpresa? Quella rappresenta la verità! E finché non si rompe l’uovo è impossibile capire cosa sia esattamente. La bugia pic­cola o grande, insignificante o importante ferisce sempre un po’ la no­stra coscienza di cristiani. Quando potremo liberarcene? Quando non avremo più il peccato. La tendenza al male. Diciamo pure cosi: ci vorrà ancora qualche anno.


LA POLITICA

La politica è la bestia del mondo moderno. Non c’è altro settore della vita sociale così ambiguo che la politica. Chiedere ad un politico di essere onesto è come chiedere ad un avvocato di lavorare gratis o un giornalista di attenersi ai fatti. Politica è secondi fini, strategia, go­vernare tenendo conto di fattori, varianti, diplomazie, retaggi storici, sviluppi a corto, medio e lungo termine ecc.. ecc.. etc..cciù! I’m sorry.. Spesso l’individuo si sente come un bullone sbattuto in una borsa piena di pinze, martelli, chiavi e utensili vari. Può stare per anni prima che il ferraio lo usi o lo getti via perché arrugginito. La politica può essere affascinante, fatta da persone brillanti e preparate, o deprimente, se sciatte e servono scopi astratti alla comunità. La politica odierna è odiata o sentita con fastidio perché raramente porta benefici a chi costruisce sul momento. Ma privilegia chi già possiede una quantità notevole di beni dovendo appropriarsene di una parte onde garantirsi un’efficace vita funzionale! Che sa di non avere in sé, mancandogli sufficiente legittimità popola­re: Elettiva ed affettiva! Parassita quindi l’economia e la cultura a portata di “enti” come omologazione generale dell’”ambiente” alle pro­prie esigenze di sopravvivenza. Questa politica è l’espressione di una società con scarsa etica morale. La politica deve organizzare nel modo migliore per far progredire almeno allo stato dell’arte. Invece difende e governa piccoli e grandi monopoli di potere disperando coloro che senza mezzi cercano di sopravvivere dignitosamente. Chi si droga, rea, si uccide, rinuncia è colui che si sente abbandonato da chi già è ad ha e non si cura di dargli la possibilità di essere ed avere a sua volta. Se non di impedirglielo di fatto. La politica peggiore può paragonarsi al vettu­rino che continua indifferente a guidare la diligenza nonostante perda gran parte dei passeggeri per la strada. Se onesto raccoglie i suoi passeggeri e viaggiano insieme anche se costretti a rallentare. Ma guardiamo i vetturini di oggi. C’è crisi e si aumentano gli stipendi. E che stipendi! Da dive e divi del cinema. Mentre intere fasce sociali fi­niscono in povertà loro intascano stipendi dieci venti trenta volte supe­riori a quello che servirebbe per una vita decente e finanziano le perdi­te di grossi gruppi industriali privati con i soldi di queste fasce sociali. Perché un servitore del popolo deve acquisire così grandi risorse finan­ziarie quando il suo compito principale è servire la società con i mezzi che questa gli mette a disposizione gratis? E perché deve percepire pensioni che sono vere e proprie tronfie elargizioni a vita? La politica attuale, italiana in particolare, è una bestia immorale perché si serve e lascia crescere quasi solo professionisti nel suo seno. Se conseguono un insuccesso pretendono comunque che l’onorario sia “onorato”. Il politico non è un re, un principe, un duca che difende il suo popolo ar­ma in pugno e, se necessario, mischia il suo sangue col più umile fan­te.. si, lo sò, non tutti lo facevano.. ma mi serve il paragone! Ma lancia l’offensiva da un fortino molto distante e, in caso di sconfitta, non rinuncia certo a riscuotere il suo stipendio! E se i soldi fossero pochi? Pazienza! Si assistono di meno le indigenze. I poveri sono poveri, un po’ più poveri che differenza fa? La storia ha tolto un ruolo alle tradizioni nobiliari donde provenivano gran parte dei naturali rappresentanti della società e cosa vi ha posto in luogo? Sensali di interessi senza legami affettivi con la società che devono servire. Il po­polo non può essere felice se non è guidato da qualcuno che ama e ne è riamato. Non dovrebbero esistere politici di professione ma solo cit­tadini di provata esperienza e sani proponimenti che dedichino parte del proprio tempo al lavoro di governo che, per la maggior parte, può essere svolto da tecnici. Il sospetto che chi è molto ricco farebbe i suoi interessi, una volta al potere, fa sì che troppi politici professionisti vi arrivino. Che mai hanno dimostrato di saper gestire un bene comune ma, attraverso la coltivazione di compiacenze, sono diventati indispensabili ingranaggi per strategie di parte. Spesso emer­gono scandali di politici che hanno favorito loro amici a guida di enti pubblici a scapito di guide sperimentate e capaci. Sennonché il ministro calciato dove non competeva, ha brillato per incompetenza ed incompatibilità di funzioni, facendo emergere il caso. Riflettendo: se io fossi aiutato ad occupare una posizione di guida alla cui non fossi preparato mi adopererei, dopo la prima euforia, ad imparare il me­stiere che si suppone io sappia svolgere. Setaccerei i collaboratori, raccogliendo tutte le informazioni possibili circa l’impresa sotto la mia responsabilità, allo scopo di concepire una via ottimale di gestione e le possibili carenze da sopperire. Lascerei credere, se necessario, di indagare circa la loro competenza mentre io cerco di divenire competente. Nutrendomi della loro esperienza di onesti lavoratori e, nello stesso tempo, permettendogli di valorizzare meglio la propria professionalità. Questo è alla portata dell’uomo comune, non necessariamente geniale, ma onesto. Se il capitano scopre che il suo secondo, o fors’anche il nostromo, è più arguto di sé, lascia guidare la nave a lui. Attraverso i suoi consigli. Se però è arrogante, oltre che incapace, ignora ogni presunta interferenza e probabilmente porta la nave a picco. L’incapace in malafede blocca tutto perché non sa impa­rare dagli altri e non sa guidarli producendo conflitti e malumori che portano alla staticità gestionale. Risulta chiaro che un politico disone­sto e incapace, pur avendo a disposizione tutta la consulenza specia­lizzata possibile, non potrebbe neanche gestire una bancarella da mer­cato rionale. L’assurdo è che arrivi ad occupare posizioni di responsa­bilità solo perché ha furbescamente manipolato le strutture clientelari della politica. Un ambiente di tale livello non produce rinnovamento spirituale ne funzionale ma coltiva l’orto delle stampelle. Stampelle da centinaia di miliardi. Una stampella adesso a te e tu poi la dai a me. Giganteschi stanziamenti per finanziare perdite più o meno grandi, che sì aiutano il mantenimento dell’occupazione, ma salvaguardano soprattutto le fortune personali di impresari “amici” che non soffrono co­sì dei propri errori di gestione. Guardiamoci intorno! “Falsi” politici, falsi profeti, falsi nobel, falsi artisti, falsi intellettuali, menti aride che hanno accesso ad una quantità incredibile di denari altrui. Nuovi ricchi che amano i soldi degli altri. E questo amore è l’unico che san­no coltivare. Finché la politica permetterà di guadagnare ricchi stipen­di, a chi la pratica come prima occupazione, non avremo mai persone di notevole valore in essa, ma soprattutto arrivisti privi di idee ed as­serviti ad interessi corporativi a scapito di quelli generali. I politici do­vrebbero vivere solo del proprio lavoro privato. I rossi di collera e i neri di rabbia non esisterebbero se non esistessero gli sciacalli. Che di colori ne conoscono uno molto bene: il colore dei soldi.
MEMORIA VIZIOSA

A volte e veramente difficile liberarsi da sensazioni particolari o ter­mini che riconducono ad esse. Ad esempio un mio cugino spericolato ebbe un incidente di moto in giovane età. Si ruppe quasi tutte le ossa. A proposito quante sono? In quattro mesi tornò come nuovo e innamorato come prima delle due ruote. Lo era anche del moto­re in verità. Lo smontava (e rimontava) almeno due volte al mese. Lo vi­sitai in ospedale e rimasi scioccato. Non per il cugino, benché naturalmente in riparazione, ma dalla quantità di arti ingessati e appe­si a pesi e contrappesi che si notavano nel reparto ortopedia. Chiesi a qualche proprietario la causa del fattaccio e mi fu sempre risposto: la moto, la moto e ancora la moto. Compresi allora che ad ogni inizio di bel tempo primaverile molte cavalcate in moto finiscono per dividere cavallo e cavaliere. Ovvero l’uno all’officina meccanica e l’altro all’ospedale. Tornando alla memoria viziosa. Da allora quando un amico dice di andare in montagna a sciare o vedo una moto sfrecciare veloce mi viene in mente l’immagine di un poveraccio ben ingessato e appeso in qualche ospedale. L’immagine viene sempre e purtroppo non è infondata anche se i beneficiari non sono miei conoscenti. Altro esem­pio. Acquistai una favolosa ottica fotografica francese dal cromatismo splendido ed un nome che più bello non si può. Questo nome mi saltava in mente ogni volta che iniziavo qualche ciclica operazione mentale. Cercai di obliarlo con il risultato di riproporre più intensamente il termi­ne incriminato. Riuscii a liberamente qualche anno dopo aver venduto l’oggetto. Da questo imparai che è bene innamorarsi solo di ciò che vie­ne funzionalmente e frequentemente utile. Concetti o termini che ripor­tano ad un’idealizzazione di qualcosa che ha un ruolo marginale nella vita non dovrebbero mai essere rimuginati con insistenza. Altrimenti si costituiscono una tana nella nostra mente e vivono come talpe. Mi ricor­do mio padre immobile con la zappa in aria e lo sguardo al terreno smosso di recente fino al colpo risolutore che significava una talpa in meno in orticello. Avanti! Da buoni contadini! Bonifichiamo l’orto, la vigna e un po’ d’acqua ai gerani..
IL CATENACCIO

Avete mai provato un forte mal di testa dopo una conversazione con amici o conoscenti? La ragione è che non era voluta. O si è protratta troppo in rapporto alla sua importanza. Ci si intrattiene anche per ore per il rubinetto difettoso, l’idraulico troppo caro, le abitudini gastrono­miche, gli sport.. Se l’interlocutore è un catenaccio lancia con­tinue variazioni sull’argomento, totalmente preso dalle proprie idee, e avvinghia gli astanti in un’estenuante, aggressivo, monologo che lascia malvolentieri interrompere. La maggior parte degli anziani lasciano il bar con il viso contratto dopo aver sostenuto passivamente loquaci coetanei. Facciamoci caso! Solo i catenacci tornano a casa distesi. Anche non volendo si rimane invischiati. Sembra di partecipare alla discussione ma si è solo agganciati al catenaccio che drena via preziosa energia interiore. La conseguenza sarà una minore irradiazio­ne affettiva. Vi siete mai trovati in situazioni in cui vor­reste sorridere ma non ci riuscite? Sorridere spontaneamente significa smuovere e irradiare intorno energia spirituale. Se l’energia è finita in un catenaccio non si ride proprio. Si mostrano solo i denti! Si sof­fre come se manchi aria. Si può essere. talvolta tutto il giorno, meno attraenti e quindi meno incisivi nelle occasioni importanti. E la mente avrà un bel daffare per liberarsi di tanto inutile cianciare. Impariamo a riconoscere i “catenacci” onde evitare le loro trappole. Anche un minuto con loro è troppo. Cercano uno schermo dove proiettarsi, vedersi. Chi parla come un fiume in piena non si rende conto di invadere la libertà altrui. Perché al pari di questo ha bisogno di straripare, allagare. Ma non è la malignità che lo porta ad essere co­sì. Ha gestito male una grande mole di dati assunti in una vita. L’affollamento inibisce il lavoro razionale e la sensibilità favorendo un lavoro mentale basato sul riproporsi di ricordi spesso di scarsa impor­tanza. Un po’ come un armadio stracolmo. Nell’aprirlo viene giù il contenuto. E non quello che si vuole: cade giù di tutto perché ci sta dentro stretto. Possiamo definire tre tipi di mentalità: crea­tiva e fantasiosa, moraleggiante sparasentenze e collezionista flemma­tica. La prima quando ci incontra per la strada ci saluta col miglior sor­riso con, eventualmente, un breve scambio di inermi convenevoli. La se­conda ci spara un giudizio impietoso sul tempo meteorologico, anche in caso di bellissima giornata, come se fosse un padreterno. Al massi­mo dice che sì è bella ma peccato per il venticello.. o l’afetta.. (ci si scandalizza poi se si desidera strozzare un proprio simile). Non accor­da mai pienamente con le impressioni altrui: sente di avere un di più! Più arguziato ecco! Attenzione anche questo e un catenaccio.. d’opinione! Ecco il collezionista: Si tiene il suo tesoro gelosamente stret­to ma se gli diamo uno spunto si farà valanga nell’erudirci. Natural­mente dopo aver mostrato, seppur in breve accenno, una profonda ri­trosia a concedersi. Questi tre tipi generalmente leggono quotidiani a loro congeniali che ci aiutano a identificarli. Il creativo e fantasioso legge sobrio perché convinto, probabilmente a ragione, che il sale di cui abbisogna l’abbia già in zucca. Il suo motto è: sono già quindi esisto! Il moralista legge “impegnato” perché vuole dar da vedere di non essere un tipo qualunque. Il suo motto è: discetto quindi esisto! Il collezionista legge pesante: un quotidiano ricco di pagine fitte fitte. Il suo motto è: contengo quindi sono! Ma è educato. Sa che la colle­zione è grande e ci risparmia per la prossima puntata. Immaginiamo un videoregistratore con un gigantesco pulsante Play ben in vista. Spin­giamo! È finita! Adesso siamo un televisore! Il videoregistratore ca­tenaccio non ci lascerà finché non ci avrà proiettato la dose di giorna­ta. Chi spegne il registratore? In prossimità di occasioni che presumono la necessità di dare il meglio come un esame, incontro di affari, evitare completamente persone prolisse e petulanti. Anche uno scambio di pochi secondi può riproporre un groviglio di emozioni ap­partenente ad un contesto passato ma registrato nelle bolle emozionali. Il nostro inconscio tende a riproporre intensamente il memorizzato, in presenza di una chiave attuale compatibile. Meglio essere educativi che vittime.

ETERNE ILLUSIONI

Essere fuori dal sistema. Impossibile! Noi siamo il risultato del sistema sia che lo accettiamo pienamente, facendone parte, sia che lo ri­fiutiamo estraniandocene. Ogni sistema sociale, attraverso le sue tipicità, determina la natura della nostra accettazione o del nostro rifiu­to. Quindi molto del nostro modo d’essere. A noi è dato solo di accet­tarlo o di esserne i suoi rifiuti. Nel secondo caso perdiamo solamente. Meglio farne parte elevandone la qualità con la nostra “pietra miglio­re”. Se veramente migliore! La libertà concettuale non esiste come condizione reale assoluta. Essa va vista solo come stato di cooperazio­ne, o convivialità, dell’agente in armonia con le peculiarità generali dell’ambiente in cui “opera”. Qualsiasi libertà intesa come impermea­bilità ai condizionamenti dell’ambiente predispone ad una conseguente forma di condizionamento, fors’anche peggiore, che è l’isolamento. Avere avuto tutto ciò che si ritiene sia il tutto a cui si ambiva può es­sere gratificante in età prossima al trapasso dimensionale. Ma se avviene in giovane età espone al rischio di un resto della vita abulico. Credere di aver avuto tutto è paragonabile ad una nave immobilizzata, priva di carburante, in mezzo all’oceano. Prima che il soccorso arrivi potrebbe andare a fondo, rovesciata da un’onda di fian­co in un mare in tempesta. Il fascino della diversità sovviene al danno della diversità quando questa appare non più combattibile. Esempio: agli inizi del novecento le suffragette inglesi lottarono per le pari opportunità dei sessi e l’ottennero moralmente per tutte le donne d’occidente. Oggi, di queste fortunate donne, molte inneggiano al fasci­no delle diversità quando si questiona sulla condizione della donna nell’Islam, valorizzata alla stregua di animale domestico, o le mutilazio­ni rituali. Rispettare la diversità è giusto ma a patto che la diversità rispetti la sua diversità a sua volta! Che sarebbe poi la normalità degli altri. Il diverso, però, è spesso così impegnato per la sua diversità al punto da non poter svolgere proficuamente un lavoro produttivo costringendo­si a deviare la normalità verso la propria diversità, onde alimentarla di calore e calorie. Sicché la forzatamente invadente diversità, non riu­scendo a rispettare la normalità, ne ottiene raramente il rispetto.


ECONOMIA INTEGRALE

Organizzazione del lavoro. analisi e proposte. Agli albori della civiltà l’uomo primitivo si muoveva secondo semplici regole di soprav­vivenza: cibo, coppia, una porzione di spazio vitale che gli consentis­se di soddisfare creativamente queste elementari esigenze e.. difendere il tutto. La sua condizione differisce profondamente da quella dell’uo­mo moderno dato che disponeva di ampi spazi liberi da poter scegliere a discrezione, mentre il secondo nasce in un ambiente dove tutto è di proprietà altrui. Deve quindi sottostare un corso stabilito di preparazio­ne e competizione per potersi impossessare di una porzione di beni as­servendoli alle proprie esigenze. Ma uno spazio libero da ingaggiare, solo al desiderio, non esiste più. La società moderna ha bisogno di in­dividui che contribuiscano al suo sviluppo utilizzando massicciamente i suoi prodotti. Ma è questa l’indole naturale dell’uomo? Oppure è la razionalità che l’aiuta ad adattarsi all’ambiente trovato ed a trarne gra­tificazioni che tutti gli individui che vi appartengono ne conseguono? E se decide di vivere solo di spiritualità e modesto cibo? Genera in se la catastrofe, la cellula cancerogena dell’economia moderna. Pensioni, sussidi, questue tutto è buono per vivere al minimo di sussistenza offrendo solo un modesto contributo alla comunità che sanguina energie per colpa di costui. Questo fenomeno è maturato in Germania in quanto il suo stato sociale copre completa­mente le necessità primarie con minime formalità. Molti giovani, a parte gli asilanti che ci vanno per questo, preferiscono non lavorare ed impostare la propria vita su minime esigenze materiali. Ma una fase di stanca può interessare l’economia, in particolari momenti, anche toc­cando fasce sociali di solito molto attive. Senza contare l’incidenza della disoccupazione. Come evitare che una parte della popolazione venga esclusa, a causa dei difetti strutturali del sistema, dalla parte at­tiva della società? La mia proposta: Occupazione integrale Prima di esporre la mia idea desidero fare alcune premesse. Vissuto per alcuni anni in Germania ed osservato come lo stato finanzi le indigenze, ritengo sia giusto aiutare a sufficienza le famiglie in difficoltà in quanto queste, senza sostegni finanziari, non sono in grado di dedicare il tempo né la qualità necessaria all’educazione dei figli e tantomeno averne la sere­nità appropriata. Una società sana non si può costruire senza elevare la qualità degli individui che la compongono. Sicché l’educazione dei fi­gli non si può lasciare completamente alle responsabilità e possibilità economiche dei genitori, sebbene essa debba preferibilmente avvenire tramite loro, ma deve considerarsi interesse strategico nazionale. Quin­di, in caso di indigenza, finanziata con il denaro pubblico. Ma sarà im­possibile procurare lavoro per tutti, ora e in futuro. Il continuo pro­gresso permetterà di effettuare la produzione dei beni necessari, con efficacia sempre maggiore, riducendo il personale impiegato. Dopo la caduta del muro di Berlino, un dirigente di una grande casa automobi­listica tedesca dichiarò di poter elevare la produzione, per soddisfare le esigenze della nuova Germania unita, senza aumentare la forza lavoro. Questo “stralcio” dell’economia moderna è di grande significato. Il ca­pitalismo ha palesemente raggiunto i suoi limiti strutturali, dato che si rifà sostanzialmente alla libera iniziativa di cui l’uomo della pietra già disponeva, ma non dispone però degli spazi vitali “liberi” da offrire, di cui l’antenato godeva. Durante la storia non si è fatto altro che esten­dere tale libertà ad altre fasce sociali ma, nel concreto, nulla è cambiato per cui vi sono molti che vincono, altri resistono, altri muoiono. Il principio: “chi tardi arriva male alloggia” è tutt’altro che moralmente valido. Il seguente suona meglio: il primo che arriva aiuta tutti gli altri a sistemarsi e poi viene il suo turno. E gli altri, riconoscendogli doti pratiche ed altruismo, gli affidano gratificanti incarichi. Né il capitali­smo tanto il comunismo costituiscono terreno fertile per il secondo principio. Solo che da capitalisti si funziona meglio. Perché, per l’es­sere imperfetto, un sano egoismo risulta migliore propellente di un’ipocrita altruismo. La società ideale è quella dove tutti vincono, si sentono partecipi della vita comunitaria, senza criticare se qualcuno fa di più o di meno, ma offrendo un contributo con connotazione altrui­stica. Inoltre, offrendo sicurezza esistenziale, essa otterrebbe più facil­mente quella flessibilità di ruoli che oggi si è così restii a concedere. Un capitalismo meno selvaggio che rispetti le realtà regionali (Difeso dal capitalismo d’assalto), inserito nell’economia integrale, dovrebbe essere il degno successore di quello odierno. Tornando all’occupazione integrale, propongo che il cittadino libero da impegni di tipo scolastico o militare, non debba aspettare un posto di lavoro secondo le discipline studiate, ma riceva immediatamente un lavoro da svolgere nell’attesa come un servizio di leva civile. È importante costruire una visione di cosa può diventare la società se tutti possono essere impiegati anche in lavori poco proficui ma di utilità generale. L’economia moderna si ba­sa al più sull’offerta di posti di lavoro di soddisfacente rendimento ma così ci ritroveremo in un vicolo cieco poiché non si può essere stimati solo dalla redditività visto che un lavoro proficuo è, e quasi sicuramente sarà futuro natural durante, impossibile per tutti. Impieghi di forza lavoro sono innumerevoli: opere di ecologia, sorveglianza antincendio, ausi­lio alle forze dell’ordine, assistenza volontaria e lavori senza fine di lu­cro tesi solo alla difesa o accrescimento del tesoro nazionale. Ci si chiederà dove prendere i soldi per tutto questo. Cerchiamo di figurarci di quanto si potrà risparmiare con la diminuzione della criminalità, le minori esigenze carcerarie, meno centri di recupero per tossicodipen­denti. E quanto si guadagnerà attraverso l’accelerazione economica conseguente, dovuta all’accrescimento dei consumi primari. La scuola adempirebbe al compito di formare personalità flessibili centrando il proprio insegnamento sullo sviluppo di capacità analitica e i mestieri alternativi. Usare un escavatore, una ruspa, un elaboratore, spegnere un incendio, agricoltura.. Profonde insoddisfazioni, protratte per lungo tempo, sono foriere di carriere criminali e tragedie familiari. L’occupazione per tutti garantita non significa obbligo. Chi può vivere con i suoi mezzi, risparmi, eredità, a carico dei genitori non deve esse­re obbligato a lavorare. Ma chi è costretto a richiedere il sussidio di disoccupazione deve, nell’ipotetico sistema che propongo, ricevere un lavoro alternativo. Non dovrebbero, quindi, esserci sussidi di disoccu­pazione ma solo di invalidità. In quanto la disoccupazione sarebbe così eliminata. Si dovrebbero fare esperienze in altri settori. Una persona logorata dalla catena di montaggio potrebbe alternare con sei mesi di lavoro agricolo od altro. Creare un migliore individuo per una migliore società. Ispirandomi all’assistente sociale tedesco, propongo lo stesso con funzioni ampliate fino al compito di appurare le esigenze dei citta­dini indigenti e fornire assistenza finanziaria, indipendentemente dalle cause che le motiva. Quindi senza lavoro, invalidi, vedove con figli, ragazze madri potrebbero rivolgersi a lui per avere la loro situazione compresa e risolta ai minimi livelli di decenza esistenziale. Solo casi seri di invalidità e tutori soli di minori dovrebbero avere il completo esonero dal lavoro mentre per gli altri dovrebbe essere seriamente im­posto un qualsiasi lavoro di utilità sociale, non necessariamente remu­nerativo. Sicuramente molti rifiuterebbero di lavorare. Sarebbe, però, semplificato scoprire se, per mantenersi, ricorrono a vita in famiglia oppure borseggi. Una solidarietà di questo tenore eviterebbe che profonde crisi economiche causino emigrazioni massicce di disperati costretti dalle difficoltà di inserimento ad impiantare piccole imprese criminali nelle società ricche. Inoltre que­sto tipo di stato sociale porterebbe una relativa stabilità economica e demografica delle aree scarsamente industrializzate, favorendo l’av­viamento di piccole attività produttrici e fornitrici di servizi base. Il se­me per una società dove lo sbocco per la libera impresa sia sufficiente ad ispirare i giovani ad acquisire un’adeguata preparazione umana e professionale. In Europa vi sono piccole nazioni dove la mancanza di grandi industrie non impedisce la creazione di un’economia notevole per merito della solidarietà sociale anche se favorita da una elevata qualità civile. In Germania il finanziamento alle indigenze è sollecito. Il beneficiano riceve il necessario immediatamente, inclusi i servizi che sono previsti per la totalità dei cittadini. Ciò non può che far bene all’armonia sociale. Per noi italiani è molto importante focalizzare una visione di quanto potrebbe migliorare la nostra società se alcuni cambiamenti ispirati alle società del nord, e perfezionati, potessero essere realizzati da noi. Finora le disquisizioni economiche delle politiche di destra rafforzano il concetto che per spingere il disoccupato a prendere lavoro lo si debba aiutare il meno possibile. Ciò è fondamentalmente sbagliato perché in una seria congiuntura, con scarse possibilità di creare dinamismo economico, si trova lavoro solo a scapito di altri che lo perdono. Elevare i consumi per aumentare il fabbisogno di forza la­voro necessita di tempi lunghi e dipende da troppi fattori che ne rendo­no il risultato imprevedibile. La politica di sinistra, invece, favorisce l’occupazione inutile e gli aiuti immotivati. Concede gli abusi non avendo soluzioni alternative. Nell’occupazione integrale non avrebbe più senso questa diatriba sul metodo. Tutti avrebbero da vivere e lavo­rare dignitosamente. L’uomo ritroverebbe così la sua dignità “integra­le” ricercata per secoli. A chi contesta l’impossibilità di finanziare tale piano occupazionale rispondo che un disoccupato, a meno che non vi­va del suo o ponga fine alla sua vita, deve pur mangiare e in mancan­za totale di sostegno non può che dedicarsi ad attività illegali. E que­ste procurano un danno sensibilmente maggiore del costo che la so­cietà affronterebbe per finanziargli un lavoro di utilità sociale. Senza contare il beneficio indotto che egli produrrebbe come utilizzatore di beni primari. La siddetta microeconomia. Nella società dove l’occupa­zione integrale viene messa in atto non esistono disoccupati, famiglie disperate, invalidi non inseriti nella società attiva, ma solo persone che in diversa misura, ma con pari dignità, contribuiscono al benessere comune. Fenomeni socioculturali derivati, come l’aborto e la droga, diverrebbero marginali. Dalla stabilità relazionale derivante nascerebbe una società che, senza esagerare, potrebbe definirsi ideale. Ma l’eco­nomia integrale non può attuarsi senza due presupposti strutturali: il controllo dell’immigrazione (trattato a parte) e l’istituzione e difesa di aree economiche omogenee. Qui la realtà socio economica deve essere frutto di una perfetta amalgamazione di risorse culturali, ambientali, tradizioni storiche e di costumi associata ad un utilizzo oculato delle risorse fiscali nell’ambito di queste aree. Un’economia felice è quella che consente di risolvere positivamente il delicato equilibrio tra le disponibilità finanziarie medie per famiglia e le necessità consumistiche base che la società specifica esprime. È felice se i salari coprono ab­bondantemente i costi mensili lasciando sufficienti risparmi per colti­vare la qualità della vita. È infelice se i salari sono insufficienti co­stringendo le famiglie negli stenti, agli indebitamenti, ad imbattersi giorno per giorno nel muro di triste incertezza che separa da qualsiasi accettabile visione verso il futuro. L’economia integrale può essere il sistema ideale per strutturare razionalmente le risorse africane. La razionalizzazione dell’econo­mia in aree omogenee, con attento controllo della stabilità demografi­ca, permetterebbe uno sviluppo molto più rapido della qualità della vi­ta relativa ad usi e costumi dei popoli interessati. L’occidente concepisce l’aiuto con gli occhi del cri­stiano ricco e generoso che vede i soldi come ideale mezzo filantropi­co atto a promuovere anche lo sviluppo di nuovi mercati. Un mezzo che, finora, trasporta soprattutto la sua pietà senza progressi stabili perché gli africani vissuti soprattutto di caccia e predazioni, non concepiscono facilmente il denaro come frutto del proprio lavoro e di cui esserne grati, ma apprezzano soprattutto il vantaggio di averlo. Sicché l’enorme flus­so di denari finisce esclusivamente nelle casse dei vari sovrani ed accoliti delle repubbliche delle banane lasciando la popolazione nelle stesse condizioni di sempre. Una società giusta non necessita di pietà, per supplire alle sue indigenze, ma un’oculata gestione delle risorse nello spirito dei tempi moderni sotto il dominio del cuore. In definitiva una so­cietà integralmente giusta dovrebbe così connotarsi: Istruzione scolastica tesa allo sviluppo di personalità flessibili e introduzione psico­logica e pratica a mansioni differenziate. Leva militare o civile impo­stata verso l’adattamento e versatilità ambientale. Previdenza sociale garantita al minimo di dignità esistenziale per tutte le cause di indigen­za. Lavoro integrale coadiuvato dalla flessibilità all’avvicendamento del personale non per cause di anzianità ma di coerenza di esigenze. Assicurazione garantita per ogni tipo di infortuni nel privato e lavoro del personale residente e catastrofi naturali. Il premio assicurativo verrebbe raccolto nel carico fiscale.


LA VERITÀ SALVAGENTE

La verità rende lo spirito libero se basata su una comprensione oggettiva delle cose sen­za condizionamenti emotivi. Liberi perché consente di valutare l’am­biente obiettivamente e muovervi con miglior sicurez­za. La verità si invola quando, influenzati dalla portata di alcuni fenomeni o drammi, cediamo alla compassione e adottiamo un convincimento senza supporti razionali. Ad esempio: c’è tanto male nel mondo, quindi Dio non esiste. L’amore non esiste.. Questa tendenza di approcciare emotivamente delle realtà drammatiche nasce dal desiderio di deresponsabilizzare l’individuo (di riflesso sé stessi) addossando la colpa a chi appare lontano e quindi inerme. Ancor prima viene la resa della coscienza nel far fronte direttamente ad un difetto. Se si dice a qualcuno del terzo mondo che la sua situazione dipende dalle proprie responsa­bilità e dei suoi avi si rischia grosso. E le organizzazioni umanitarie hanno capito l’antifona. Alla domanda del perché da qualche parte si muore di fame rispondono sagacemente: perché l’occidente non invia gli aiuti necessari. Paradossalmente le terre dove la gente muore di fa­me sono le più ricche e più fertili del pianeta. E sono poco abitate. Va bene che ci sono i deserti e le siccità ma che in seimila anni di sviluppo sociale si sia sempre all’età delle cerbottane non può semplificarsi cosi. Certo è che per i missionari, tra il prendere le botte di qui o i soldi di là, la scelta vien da sé. L’occidente d’oggi appare debole per­ché tende ad adottare mezze verità di comodo in quantità. Fin quando c’era la necessità di liberare i mari dai “pirati”, i romani prima e gli in­glesi poi, partivano solo per “suonarle”. Ma oggi che l’occidente ha la pancia piena e, tranne qualche caso, i mari sono liberi, si preferisce tollerare. Sennonché la tolleranza ha due facce: il “buonismo” è quella più visibile, l’altra è il veleno che distrugge l’intelletto. La tolleranza è debolezza in realtà. Da una parte sceglie la non belligeranza e dall’al­tra obbliga la coscienza ad ammutolirsi. Il risultato è la debilitazione della personalità nel suo complesso. Nel nostro mondo interiore la tol­leranza è un ospite mortale. Solo la verità ha diritto di risiedervi rifles­sa in un onesto lavoro razionale. La verità, però, può essere grande co­me la montagna più alta che al disonesto basta chiudere gli occhi per non vederla o ignorarla. Il comportamento o l’approccio con gli altri va deciso sì, con la stretta mediazione del cuore, ma nel concreto della ragione. Aiutare non vuol dire, in ogni caso, giustificare. Altrimenti l’aiutato non farà altro che cercare aiuto per tutta la vita. Si può tolle­rare ciò che non può essere modificato immediatamente se non vi è particolare gravità. Ma se la tolleranza è figlia della rinuncia ad educa­re, quindi ad esporsi, va vista come debolezza e confusione interiore.


LA FORZA DI GRAVITA’..
e il mondo dello spirito.

Perché la forza di gravitazione e il mondo dello spirito? Dato che l’esistenza del mondo spirituale sarebbe in una dimensione contigua alla nostra prendo spunto da un fatto significativo per la bisogna. La forza di gravità è ancor oggi sconosciuta. Nella sua essenza ha delle caratteristiche dinamiche formidabili che so­lo alla grandezza e infinità dell’opera creativa di Dio si possono para­gonare. Considerando che ci tiene saldamente al suolo, tiene la luna volteggiante intorno alla terra che, a sua volta, è attratta dal sole, ci ren­diamo conto che questa è la forza che permette alla vita di esistere ed avere un senso. Tutti gli elementi che interagiscono nella vita come noi la cono­sciamo hanno forma e funzione perché esiste questa entità misteriosa di immane potenza ma invisibile. Ha una forza incalcolabilmente superiore a quella del miglior acciaio e, nonostante, noi muoviamo, guardiamo, respiriamo attraverso di essa che ci appare invisibile e materialmente inconsistente. Sembra irreale e misteriosa ma è tremendamente reale e più di ogni altra forma sostanziale visibile. Da questa impalpabile “sostanza” mi sposto al mondo dello spirito che in base al­la condizione esistenziale della forza di gravità può anch’esso esistere nello stesso spazio in cui noi viviamo, essere invisibile ma decisamen­te “sostanziale”. In pratica esistere in una differente frequenza che lo rende estraneo ai nostri sensi. Quando ci sintonizziamo su canali radio o televisivi riceviamo ciò che attraverso ci viene trasmesso. An­che se centinaia di altri canali esistono ed operano nello stesso spazio vediamo solo il canale sintonizzato. Questo dimostra che una dimen­sione differente e parallela alla nostra può benissimo esistere, essere da noi impalpabile, in condizioni materiali ed essere popolata da viventi tanto quanto noi. Dunque! È invisibile, inodore, insapore, esiste in noi, fuori di noi, agisce in tutto l’universo per distanze e forza fisica inimmaginabili.. perché dunque non credere all’esistenza del mondo dello spirito? Di fronte a tali fatti nessuna onesta razionalità può accettare tesi atee. Se poi riportiamo il tema al fattore frequenze potremmo ipotizzare anche diversi mondi o universi esistenti contemporaneamente e i cosiddetti UFO, che ap­paiono e scompaiono, dopo aver acquisito enorme velocità, sarebbero veicoli di genti che sanno come entrare in altre dimensioni possedendo le necessarie tecniche. Questo potrebbe anche risolvere il problema delle grandi distanze da cui questi viaggiatori verrebbero. Quin­di niente velocità come la luce o smaterializzazioni, come nel cinema si è soliti vedere, ma un salto dimensionale. Anche se ciò strapazza terri­bilmente la nostra razionalità è in buona competizione con le smateria­lizzazioni (e rim.), velocità della luce ed altro. Ma il nostro intelletto si sviluppa ed acquisisce perspicacia solo nel tangente in cui trova il suo specchio sostanziale. Ovvero: un ambiente dove forme di diversa com­plessità interagiscono sottoposte alle stesse regole.


IL CREDITO E IL LAVORO
facile per tutti.

Ero al verde come un prato inglese. Malato pressoché incurabile di “debitina”. Decisi dunque di chiedere un credito. La banca: osservando il suo fatturato Lei non è in grado di restituire un decimo. Ingrati! Non conoscono il valore nascosto dei clienti. Guardiamo altrove. Scoprii allora quanto diffuse fossero le attività lucrative sulla disoccupazione. Attive nel fornire l’illusione di poter ricevere prestiti o posti di lavoro ma in realtà tese solo a ricavare rimborsi o vendere prodotti che quasi in nessun caso aiutano il disoccupato a ri­solvere il problema se non trasformandosi, egli stesso, in speculatore sulle indigenze altrui. Curiosando tra gli annunci economici è facile incontrare diverse inserzioni di ditte prestasoldi che promettono gran­de facilità di ottenere prestiti. In realtà senza garanzie proprie o fornite da terzi nessuna banca concede credito tranne casi rari non valutabili in questo contesto. Intorno al sistema bancario ruotano dei mediatori privati one­sti e disonesti. Ne conobbi due. Il primo si trovava nella perife­ria nord di Essen. Condotta da due signore gentili che fecero del me­glio per farmi avere un credito. Lo persi a causa di miei errori nella trattativa diretta con la loro banca di appoggio. Non spesi nulla e fui molto dispiaciuto che le due signore non avessero una remunerazione sul lavoro svolto. Il secondo lo interpellai quando ormai il credito mi appariva come l’unico modo per liberarmi dai debiti. L’azienda si trova­va nella periferia sud di Bottrop. Dopo averla visitata due volte, firma­to il contratto del credito ottenuto e versato la provvigione con­cordata di cento marchi, aspettai vanamente il credito promesso finché alle mie proteste (telefoniche) mi fu risposto che la banca aveva rifiutato all’ultimo momento l’erogazione del credito e i cento marchi sarebbero stati trattenuti come rimborso del loro servizio. Ecco come si può bellamente evitare la promessa di non comportare costi se non si ottiene il credito. Era stato ottenuto e poi in extremis rifiutato. In verità avevo già capito che si trattava di un imbroglio in quanto il contratto che firmai era in bianco e la banca erogante, una fantomatica banca belga. Pensai però che il rischio era minimo, benché i cento marchi non li perdevo volentieri in quel momento, e decisi di rischiare. In verità la maggior parte di queste aziende fonda il proprio reddito esclusivamente sui rimborsi di costi per servizi che non verranno erogati. Dopotutto, perché cercare di guadagnare aiutando qualcuno (con rischi) quando quattro o cinque disoccupati al giorno forniscono rimborsi esentasse per vivere agiatamente? Una variante è quella dell’annessa assicurazione. Viene detto: “Lei non ha garanzie ma an­che nessuna nota a discredito sulla Sua persona. Si procuri una coper­tura assicurativa sul credito e lo ottiene. Se non conosce nessuno la forniamo noi attraverso una convenzionata”. In questo caso si perde molto di più perché a fronte di un premio unico pari ad un piccolo sti­pendio quasi sicuramente il credito che si ottiene è solo di tipo “mora­le”. Nelle offerte di lavoro la tecnica è simile e tende ad involvere disoccupati nella vendita denominata “palla di neve” (network marke­ting) ove i prodotti sono venduti attraverso il canale privato. Clienti che a loro volta vanno spinti ad ingag­giarsi nella vendita presso la loro sfera di relazioni. Questo lavoro raramente ha successo nell’ampiezza prospettata. Sicuro è il danneggiamento dei rapporti con le persone che prima amavano e rispettavano ma adesso vi temono come un venditore importuno. Coloro che attivamente ricercano manovalan­za sanno che possono guadagnare solo coinvolgendo il maggior nume­ro di individui in questo commercio. Un esercito di futuri delusi che avranno però, nel numero, conseguito notevoli risultati per la ditta e i primi ingaggiati. Infatti il commercio che si avviluppa nel multilivello può funzionare, teoricamente, solo se la sua espansione è costante e non ha mai fine. Essendo impossibile perché la ricettività del mercato si satura ben presto, si finisce per avere migliaia di “cooperatori” che non hanno guadagni dall’impegno profuso ma, con le quote di adesio­ne e i prodotti utilizzati in proprio (che nel numero costituiscono un regalo “regale” per la ditta), giustificano l’impresa. Asciutto asciut­to: il sistema palla di neve consente di sfruttare tutta la potenzialità di penetrazione di un nuovo prodotto prima che sorga una concorrenza specifica. Allo scopo serve la più abbondante, economica, imburocraticamente e rapidamente disponibile manovalanza. Manovalanza di qualità!! Cliente, venditore e procacciatore allo stesso tempo. L’impresario conosce i termini del tutto: ingenti e rapidi guadagni, disposizio­ne di lavoro sostanzialmente gratuito da parte di migliaia di persone verso cui, alla fine della campagna, non vi saranno oneri. E, quest’ultimi, non lo sanno! Anche perché gli ultimi sapranno di esserlo solo quando.. saranno gli ultimi! La psicologia del gioco è molto fine. Essa punta a chiudere l’individuo in una atmosfera settaria dove si sente assistito e convinto di avere il privilegio di usare esso stesso prodotti elitari. Per poter guadagnare bisogna fare una intensa attività di proselitismo. Più proseliti si fanno, che a loro volta faranno proseliti, più aumentano i livelli di venditori che sottostanno e sulle cui vendite la ditta versa la provvigione al “profeta”. Se siete senza scrupoli que­sto fa per voi. Preparatevi però a perdere anche l’anima. Se nò statene lontano. Questo proselitismo commerciale copia pari pari il proselitismo religioso. La dinamica di acquisizione e premio è identica. Sento che il Padreterno è molto arrabbiato.. non mi sorprenderei se avesse ristrutturato l’Inferno sul multilivello.. riservandolo agli specialisti naturalmente! Come nel credito vi è in principio un approccio positivo che invita a convenire ad un’incontro. Il proponente, che per telefono non fornirà alcuna esplicazione, inviterà ad un convegno. Qui sarete eruditi sulla bontà del sistema e invitati ad acquistare il prodotto da conosce­re e utilizzare per voi stessi. Non importa se l’incontro avverrà in un bar con dieci invitati oppure in un albergo a cinque stelle con duecento invitati. Lo scopo è quello di guadagnare sul prodotto venduto sul po­sto e la raccolta di “degne” quote di adesione dai nuovi mercenari. Durante l’incontro vengono introdotte persone “brillanti” che sembrano così oberate di impegni e strappate al loro destino, sulle ali del succes­so, che potranno “concedersi” solo per poco, alla platea eccitata, prima di fuggire all’appuntamento col “ministro”. Buoni attori per dare alla serata un carattere di “occasione per la vita”. Naturalmente non tutto va visto monocolore ma le occasioni di perdere denari preziosi sono nove su dieci. Se proprio volete provare vi consiglio di portarvi solo il denaro necessario al viaggio e generi di conforto. Gestione di una sera­ta tra amici insomma. E niente assegni!! Anche se siete invitati da qualcuno che per pagare un cappuccino tira fuori un metro quadro di portafoglio tappezzato di carte di credito. In realtà è un domatore di debiti che calcia da una banca all’altra per buona pace dei curatori dei conti che si sentono ripetere tre volte al giorno dal direttore: “ma quel Raul Bianchi è sempre in rosso? Se dura ancora i soldi li mette Lei che glieli ha dati!” Non fidatevi di chi vi spinge a non perdere l’occasione a favore di un altro. Datevi sempre una possibilità di non farvi fregare. Perché poi in danno interiore ve lo godrete Voi! Questi eventi sono impalcati sull’emotività del momento. Il buon fat­tore conosce i propri polli. Il cattivo fattore può anche non conoscerli ma li mangia comunque! Anche il pollo più amato finisce spennato e tra le allegre spezie cucinato!


CHIROMANTI E VEGGENTI

La veggenza è uno dei più diffusi imbrogli dei nostri tempi. Non perché non sia possibile “vedere” nel futuro o sondare in una dimen­sione parallela ma perché è fin troppo facile darlo a bere agli sprovve­duti. I soli che, dal numero, consentono il fatturato e quindi l’esercizio fattucchiero professionale. La facoltà di prevedere il futuro o “fiutarne le tracce” (questa me la ispira il tedesco: die Zukunft aufspuren, fiutare il futuro, le sue tracce) è posseduta da coloro che hanno una grande sensitività interiore e una grande purezza di cuore. Hanno, per così dire, una finestra aperta sul mondo dello spirito, di origine. Sono “autorizzati” a percepire l’evolversi di circostanze. Di solito sono po­veri, o vivono dello stretto necessario, perché la percezione dell’asso­luto e della sua grandezza gli toglie ogni interesse alle cose terrene. Diventano così incapaci fin’anche di badare alla propria persona. L’uomo non è preparato ad avere contatti con il mondo spirituale se non a prezzo di forti conseguenze, spesso negative, sulla sua psiche. Smascherare un ciarlatano o assodare delle capacità medianiche è mol­to difficile sottoponendo a delle prove. L’eventuale potere di prevedere il futuro può venire solamente tramite l’aiuto di forze sconosciute e queste agiscono solo per motivi seri in cui il beneficiato lo meriti vera­mente. Per loro dei giochi tipo “vediamo se è vero” non hanno senso. Neanche un vero veggente potrebbe “vedere” solo per gioco o esperi­menti indagativi. In un’azione riuscita di veggenza agiscono le anime vicine alla persona che richiede la seduta e del veggente. Lo stesso veggente difficilmente riuscirebbe a “sintonizzarsi” se il cliente è solo un curioso o non ci crede. La danza dei dubbi o pensieri vari nella testa di costui lo disturberebbe senza tregua. Il vero veggente non ci tie­ne a mettersi in evidenza, non ha tempo ne concentrazione per dedicar­si alle vanità. È un santo in incognito. La veggenza obbedisce a regole sconosciute. Ciò che accade in una seduta spiritica appartiene solo ai protagonisti. Ecco perché è cosi facile imbrogliare. Ma una piccola spia potrebbe esserci. I soldi, cioè l’onorario. Chi sente effettivamente nel mondo dello spirito percepisce anche la grandezza del vero amore che è insito nelle leggi che regolano l’universo. Lavora solo quando sente la sua spiritualità in forma e difficilmente chiede forti compensi, ma offerte libere e non si rifiuta di aiutare persone indigenti. Questo vale per ogni operatore dell’occulto che usi magia bianca. Che poi è un espressione che indica lavoro extrasensoriale appoggiato ad un mondo spirituale elevato, di buone anime, il cosiddetto paradiso. Men­tre la magia nera sottintende che il sensitivo ha intorno a sé spiriti di persone prigioniere di rancori e odi, incapaci di percepire (si suppone) l’amore na­turale. Il cosiddetto inferno. Chi ottiene benefici da un praticante di magia nera potrebbe pagarne salate conseguenze. Un cattivo spirito che ronza intorno può condurre anche alla pazzia. Semplicemente inondando la mente della vittima di ispirazioni o idee negative che, benché combattibili, possono modificare il ritmo vitale fino a compor­re un forte straniamento dalla realtà. A volte riceviamo mentalmente impulsi di cui non conosciamo la provenienza. Il sensitivo vero ha la possibilità di sintonizzarsi con il mondo dello spirito. Egli sa ricono­scere le sue ombre. La persona normale no. Può esserne solo succube. Desidero raccontare un’esperienza vissuta quindici anni fa a Torino. Passeggiavo in una via centrale insieme ad una ragazza distribuendo giornalini ai passanti. D’un tratto mi accorgevo che la mia collega era sparita dalla vista. Passava il tempo e cresceva la mia preoccupazione finché udii dentro una chiara voce: vai oltre l’angolo del quartiere. In verità il “dentro” è riferito proprio al centro della mia testa perché la voce aveva un’esatta e chiaramente percepibile “ubicazione”. Rimasi stupefatto e mi dissi che era un riflesso della mia preoccupazione. Co­munque mi incammini verso l’angolo che mi era di fronte al momento della “voce”. Trovatomi poco oltre cominciai a guardare intorno e vidi la mia collega seduta in una panchina nella via laterale che chiacchie­rava con un giovane passante. Nel momento in cui notai la donna, d’un balzo, nella mente si fece “sereno” e una speciale, piacevole freschezza avvolse la mia testa. Voci chiare come questa, e non sensazioni, mi è accaduto solo una volta di riceverne.


PERCEZIONE ESTETICA

In gioventù, in attività tipo Boy Scout, potei osservare come individui apparentemente lenti di comprendonio, introversi o psicologicamente inibiti, eccellesse­ro in specifici frangenti. Sempre più chiede­vo opinioni “mirate”. Avvenne che l’unità di gruppo divenne ot­tima e, in un’occasione, tutti si espressero positivamente nei miei confronti. Il ché mi portò, per così dire, al settimo cielo. Le mie conclusioni furono che le qualità intellettive generali possono esprimersi idealmente secondo le tipologie estetiche predilette dalla psiche. Ecco perché taluni geni riescono a creare solo in piena libertà fisica e mentale. E basta un piccolo condizionamento per sballare que­sto intimo equilibrio. In effetti si può riuscire a costruire qualcosa di innovativo servendosi di calcoli matematici oppure tramite l’elabora­zione di un concetto estetico in forma funzionale. Si dice che la bellez­za non possa essere assente da una forma funzionalmente corretta. Questo perché nella materia è già insito il bello nel funzionale. Si pen­si all’atomo e al suo affascinante macchinario di particelle. Il nostro si­stema solare esiste in un gioco di corpi ed energie identico. I miei ami­ci erano dei geni in un lato della loro timido raziocinio ed erano sentitamente grati a chi li aiutasse a vincere la propria timidezza “struttura­le” aprendo la via al valorizzare questi “lati”. È utile chiedere opinioni anche a coloro che sembrano estranei nello specifico. Non è detto che in un angolino del loro “bagaglio” non ci sia la risposta giusta. E se la risposta fosse veramente sciocca? Nessun problema! La nostra reazio­ne critica troverebbe la giusta od un’ispirazione altrimenti non cattu­rata. Tutto ciò che invita a riflettere è utile.. per riflettere! Dunque:

Siamo tutti utili, se ci viene concesso.


VITA SI & VITA NO

Naturalmente è vita sì. La vita è bella. Ma quando la vita è bella? Quando sono soddisfatte tre condizioni di scambio che riguardano lo spirito, il cuore e la mente. Lo spirito e la sua mente originale, la co­scienza, deve percepire il codice morale dell’universo. Il “cuore” deve essere nella forma giusta per poter sentire l’amore spirituale fluire ver­so l’esterno. Persone o cose. La mente deve avere una chiara chiave razionale per discernere il succedere globale del contingente. Ovvero almeno capire quanto la riguarda. Molti eventi dei nostri giorni vengono giudicati solo dall’emozione che su­scitano e non dalle motivazioni a ragione o torto delle parti. Ci sono guerre che il vincitore è costretto a perdere solo per la compassionevo­le emozione che il perdente suscita sull’opinione pubblica. Che il perdente possa avere torto ha poca importanza. Basta il suo aspetto iner­me e sofferente sui giornali per catalogarlo come vittima. Lo stesso dicasi per la grande massa di criminali per i quali le chiese cristiane fanno pressione sui governi affinché siano ospitati nelle na­zioni ricche. È sufficiente essere o sembrare poveri e sfortunati per ri­cevere l’assoluzione e un passaporto per cambiare terreno di caccia. Per colui che non ha e vuole avere, saltando ogni scrupolo, vita sì vita no non è un tema. Gli basta avere la preda quotidiana: scippo, rapina, violenze, smercio di droga per sentirsi realizzato. Per chi invece ha, ha e proviene da una società che ha, e quindi anche in tradizione, soprav­viene il dilemma. Vale la vita di essere vissuta? La tradizione ha biso­gno di ambiente, cultura, identità, rispetto, orgoglio. Quando questo manca, manca una “tana” dove sentirsi sicuri ed apprezzati. Fuori da questo contesto la vita può perdere il suo valore. Quali immagini so­ciali hanno perso la loro autorità morale oggigiorno? Il clero. Politi­cizzato e terzomondista non educa più i nostri figli ma gli pone vicino qualcuno che gli vende droga e disgregazione morale. Le autorità di polizia non sono più in grado di far rispettare le regole con il risultato di far prevaricare chi raggiunge la posizione più forte. Esempio classico. Il vigile non multa chi passa con il semaforo rosso, non rispetta i pedoni sulla strisce e le precedenze per un becero sentimento di buoni­smo. Sicché le cronache sono piene di incidenti sulla strada dove le principali vittime sono i bambini. I colpevoli? Automobilisti amnistiati a priori. I governi usano il potere disinvoltamente anche quando signi­fica rovinare economicamente intere fasce sociali. Esempi sono le tas­sazioni feroci che possono di colpo arrestare il consumo di taluni beni e porre in disgrazia chi vi opera. La scuola assume insegnanti degni delle peggiori bettole e rovina intere generazioni. Considerando il con­testo descritto una persona di buona moralità che vive lavorando può arrivare al dilemma menzionato dopo aver pensato: Il clero importa poveracci a tutto spiano ben sapendo che non v’è lavoro per loro e quindi vivranno di piccola e grande criminalità ai miei danni? La poli­zia lascia che mi investano? Il governo mi getta sul lastrico? La scuola educa i miei figli con il torpiloquio? Ma allora cosa valgo io? Se è già stato messo in conto da un qualcuno che posso essere rapinato, investi­to, impoverito, pericolati i miei figli per esigenze politiche e di “soli­darietà”, che valore ha la mia vita? Se manca un forte equilibrio inte­riore il senso di abbandono può portare alla resa. E la decisione? Di sfuggire la vita terrena. L’essere umano ferito nel principio, ragione e cuore è come un paracadutista che scende con un paracadute danneg­giato o difettoso. Cerca un appiglio ma inutilmente, intorno c’è solo aria ed infine arriva il botto. Non è detto che si debba essere toccati dalle circostante descritte. Basta una costruzione virtuale nella psiche per isolare la speranza. Chi si sente in tale pericolo cominci col di­sconnettere radio e televisione per almeno sei mesi o, forse.. meglio vendere! Ritroverà un sorprendente sé stesso dimenticato da tempo. Alcuni dicono che il cuore viene prima di tutto. Non è vero. Prima viene il principio poi la ragione e quindi il cuore. Il cuore senza comprensione razionale non esprime amore e verità ma solo dei sottoprodotti: compassione e pietà. La ragione basata sul principio ha la chiave per far sgorgare il vero amore. Chi “sente” l’amore dell’universo sente an­che la dignità di appartenervi. Le circostanze infelici della vita lo fan­no soffrire ma non decedere. Il principio morale è il contenitore dell’amore. Come un secchio di acqua pura.


TESORI COMPLICATI

I soldi non fanno la felicità.. Questa sentenza si sta rivalutando con la significativa aggiunta: quando sono pochi. Io proporrei la stessa così modificata e più consona alla moralità attuale: I soldi degli altri non fanno la mia felicità. Perché ovviamente fanno la Loro! Queste in­nocenti elucubrazioni mi svolazzano in testa riconsiderando alcuni tratti del mio passato. Come cristiano convinto ho speso moltissimo tempo e denaro in attività dedicate al prossimo al punto che se avessi messo in risparmio solo un decimo di ciò, mi ritroverei una fior di pensione. Invece di pensione non ne ho neanche un petalo di questo benedetto fiore. Inoltre ho notato “di passaggio” che molta gente vive volentieri di opere buone sia che ne siano diretti beneficiari sia che aizzino gli altri a farle a terzi. Oggi i veri po­veri non esistono. Dall’ultimo africano all’ultimo asiatico non si può parlare di innocenti. Ognuno di loro ha già visto giornalisti con fotoca­mere e telecamere “traguardarli” a tappeto e si sentono solo sfruttati o vittime di disgrazie. Hanno acquisito la psicologia del ruolo! Non sono più genuini insomma. Non gli passa per la testa che una società si co­struisce con l’opera dei suoi membri. Ma attraverso il semplice, effica­ce “passa parola” sanno tutto su come si può arrivare ad inserirsi nello stato sociale di un paese cristiano o su come inviarci le proprie donne a prostituirsi. Parlo di un paese cristiano perché non mi risulta che vi siano popoli di altre fedi altrettanto fessi. Ho fatto questo preambolo perché la conoscenza può essere paragonata ai soldi (O forse perché ho dovuto liberare un “bussolotto” di pensieri per passare ad altro). Tanta o poca, produce effetti vistosi nella persona e spesso grandi deformazioni nel comportamento. Poi­ché la mente media l’interazione dell’essere pensante con il mondo fisico e l’interazione tra questo e il mondo interiore. Il tutto spessorato e veicolato dalla fantasia. E noto che un malato mentale fa confusione tra i due mondi percependo il pensiero astratto come realtà sostanziale. Molti uomini arricchiti si separano dai loro amici rimasti “poveri” in quanto sentono che sarebbero costretti ad aiutarli. O me­glio temono che si sentirebbero spinti dalla coscienza ad aiutarli. Il risultato è un progressivo impoverimento della sfera di vere amicizie e specularmente una coltivazione di amicizie di interesse. La conoscen­za o meglio la ricchezza culturale di una mente ha gli stessi effetti. La persona acculturata tende a relazionare solo con “compatibili” ovvero persone che egli trova adatte a rispondere ai suoi stimoli e con un’ele­ganza ed educazione simili. Le conseguenze sono paragonabili al caso precedente. Nessuna sincera amicizia: solo “compiacenza”. Queste persone si muovono nell’ambiente spesso evitando qualsiasi forma di convenevoli con il prossimo: se prendono il taxi parlano solo per indi­care la meta e talvolta neanche salutano. Non sono scortesi perché evi­tano qualsiasi circostanza in cui dover avere da ridire. Difficilmente bisticciano con i familiari perché tutte le esigenze pratiche vengono espletate dalla servitù. L’assoluta mancanza di sentimento benevolo nei rapporti umani li predispone però al pericolo “resa dei conti” in età avanzata. Dove al pari dell’arricchito potranno scoprire di non sapere come ergersi di fronte al proprio passato. Morale: la conoscenza non fa la felicità e va acquisita nella misura in cui è effettivamente utile, sen­za farne uno scopo in sé. Si ha bisogno soprattutto di capacità di anali­si e tanta saggezza.
LA MENTE E IL SUO CARICO

Comunemente si crede che il contenere una enorme quantità di da-ti sia sinonimo di nobiltà, serietà, capacità intellettuale, impegno a li­vello professionale o semplicemente ricchezza intellettuale. Vi è gran­de errore in molti approcci verso la cultura tramite la nozionistica. Interessato in diversi passatempi notai, all’età di ventotto anni, che i dati che li riguardavano volteggiavano indisciplinati nella mia mente in momenti in cui la volevo dedita ad altro. Spesso la notte non riuscivo a dormire e, nel mio immaginario, si svolgevano, come in un filmato, esposizioni tecniche soprattutto di trattori, aeroplani e fotocamere. A volte, dopo ore, mi rendevo conto che ciò avveniva fuori dalla mia volontà e cercavo con tremendo sforzo di porvi fine e dormire. Cominciai ad epurare le mie documentazioni conservando solo il necessario realmente utile alla pratica attiva e non “platonica” dei passatempi. Notai che alle epurazioni materiali seguiva un rilascio proporzionale delle conoscenze nozioni­stiche e ne provavo immenso beneficio. Presi regolarmente a sfoltire la mia biblioteca tanto che oggi, dopo dieci anni, possiedo solo libri di ausilio alle mie passioni tecniche e riviste mensili del mese in corso e del precedente. Tutte le collezioni le ho terminate e donate. Incubi “informatici” non ne ho più e mi sento un feli­ce ignorante. Non ho tempo di andare a teatro? Mi basta sapere chi ha diretto la filarmonica di Vienna a San Silvestro. Per un pò! Nel con­tempo ho risolto che è di grande importanza acquisire introspezione e approfondire la conoscenza di una lingua. Quando ci troviamo testimoni di un avvenimento, oppure in osservazione di un oggetto interessante, abbiamo bisogno di una ap­propriata quantità di rilievi descrittivi per fissarlo proficuamente nella nostra mente. Anche la parte sentimentale vuole un supporto descritti­vo adatto alla propria intensità. Quale sentimento può costruire un in­dividuo che di una rosa riesce a rilevare una macchia rossa, uno zeppo verde e che punge? Morale: la capacità analitica è il motore dell’intel­letto. La lingua il suo veicolo. La nozionistica basta quella che passa agevolmente nel bagagliaio. Occorre caricare nuova nozionistica? Si spulci all’osso la vecchia e via nel cestino. C’è posto per la nuova. È vero. Quando cerco qualcosa nella mia memoria mi sembra di smanet­tare in un baule pieno di cianfrusaglie e chiedermi del perché ve ne siano così tante. Un tempo la mia testa dolorava piena di dati tecnici. Oggi mi rendo conto di quanto sia meraviglioso acquisire nuovi ele­menti linguistici di questa favolosa lingua che è l’italiano classico. L’avessi capito a vent’anni avrei vissuto il doppio. Sarei stato felice al­trettanto. Avrei potuto dare tanto di più. Quanti sanno tutto della musica leggera, la classica, il teatro, i cani, ma non sanno costruire uno straccio di relazione con i vicini di casa? Quanti finiscono la propria vita in età inaspettatamente giovane nonostante avessero denaro e sani interessi? Avevano utilizzato la propria mente come un cestino da ri­fiuti. Senza accorgersene si erano sovraccaricati di nozioni ed inariditi nella capacità di vedersi in relazione all’ambiente: gestirsi positiva­mente in interazione con il prossimo.


LO SPIRITO DEL TEMPO E IL DOMINIO DEL CUORE

Il ventesimo secolo vede la conclusione di opposte esperienze cul­turali, politiche, etniche. Generalmente si urta sui limiti strutturali di pensieri e modelli socioeconomici. E una forma di organizzazione so­ciale migliore è da ricercare con urgenza. Ma il necessario fermento non può crescere in una società apatica, bigotta e rancorosa preoccupa­ta solo di giustificare i propri fallimenti identificando esule colpe. L’individuo nel giusto spirito del tempo si sente incarnazione della storia dei Suoi avi, vuole capire il presente e guarda al futuro come un bam­bino affascinato dal fiorire primaverile. Egli abbisogna fortemente di una propensione di cuore verso i protagonisti che hanno attivato o ispi­rato delle esperimentazioni dall’esito a volte felice a volte drammatico fornendoci, però, dati preziosi per evitare questi errori in futuro. L’es­sere umano imperfetto ha percorso una via obbligata di tentativi per identificare un modello sociale giusto per tutti. I luoghi geografici avrebbero potuto essere diversi come la collocazione temporale. Ma è improbabile che la storia ci potesse risparmiare una esperimentazione materialista atea e una cristiana autoritaria. Entrambe le solu­zioni hanno molti lati concettualmente positivi. Ma gli immancabili di­fetti sono come le falle. Se non si chiudono in fretta, anche se piccole, mandano a fondo navi giganti. Ci poteva andare comunque molto peggio. Si pensi all’eventualità di una seconda guerra mondiale svoltasi in piena era atomica. Non staremmo, adesso, neanche a di­squisire su di un futuro migliore. La seconda guerra mondiale può es­sere considerata, nel mondo civile avanzato di radice storica cristiano romana, come momento transitivo terminale dalle ere coloniali all’af­fermazione definitiva delle democrazie parlamentari. La democrazia parlamentare non significa organizzazione di governo giusta. Ma consente, a Caino e Abele, di ricercare un modo di vita di compromesso senza ammazzarsi. Il difetto delle democrazie è che Caino è libero di continuare a fare del male e Abele di speculare gioiosamente dall’alto della sua supremazia morale e intellettuale. L’odio e il rancore inibi­scono la supervisione creativa. Rendono incapaci di capire le cause de­gli eventi drammatici spingendo a valutare solo in base al travaglio che li caratterizza. Il vero cuore vuole identificare, tra le pieghe della storia, le cause e le responsabilità che hanno fermentato le grandi tra­gedie. Siano la distruzione di Troia, di Cartagine o le tragedie mondiali di questo secolo. Ma il cuore ha bisogno del supporto di una razionalità onesta libera e incisiva. Solo così può dominare l’operato della mente. Un cuore senza struttura razionale si snatura e diventa un’insieme anonimo di sentimenti tolleranti e compassionevoli. La compassione viene sentita spesso da chi non sa educarsi. Compatisce gli altri per carpire un diritto alla compassione anche per sé. Il giova­mento è nullo in ogni caso. L’individuo nello spirito del tempo si sforza di comprendere qualsiasi elemento che possa tornare utile a costruire le basi per il futuro migliore possibile. Si guarda indietro per osservare la strada percorsa ma la Sua proiezione volge in avanti senza incertezza. Il sincero cuore vuole mattoni solidi e un terreno stabile per edificare. Il falso cuore non conosce l’importanza di un terreno stabile e non sa bonificare dove necessario. Cerca solo un tornaconto concettuale, fitti­zio cibo demagogico. I costi della sua disonestà li fa pagare alla so­cietà. Ricercare schemi o forme di governo precisi o miracolosi risulta alquanto aleatorio osservando l’esperienza del passato. Generalmente i casi felici di governo sono dovuti alla presenza di governanti di grandi qualità generali. Sia che si tratti di monarchie, democrazie, dittature di vario colore alla radice del successo vi è l’elemento umano che attra­verso la sua qualità sostanziale imprime nel sociale positività, fiducia nei rapporti sociali e scorrevole praticità nella soluzione del controver­so in generale. L’epoca Mitterand è un classico sull’importanza della qualità personale del “capo”. Dopo la sua elezione ebbi modo di ascol­tare tali commenti in una delegazione francese, in visita alla ditta im­portatrice di macchine utensili, dove lavoravo: dobbiamo liberarci.. quando ci libereremo di questo governo.. Neanche tanto dopo i fran­cesi cambiavano opinione circa il Presidente, che dopo il primo gover­no sfortunato di “sinistra” effettuava correzioni fortunate di “destra”. Sicché i francesi ebbero molti anni con un intelligente governo di de­stra nominalmente di sinistra. Una riprova che le ideologie (al pari del­le filosofie) sono soprattutto “sclerosi” del pensiero. Intralciano la con­tinuità del progresso sociale che abbisogna massivamente di “fresche” attitudini alla valutazione dei cambiamenti in generale. Fortunati sono quei popoli che riescono a porre la loro gente migliore nei posti di go­verno. Facile viene per chi percorre la storia con la benedizione dei pa­dri antichi rappresentati da padri vivi e amati. Difficile viene per chi ha un passato ucciso e controverso come noi italiani. Un genitore malaccorto merita una sana critica ma ha diritto alla comprensione e al rispetto dei figli. Se i figli lo uccidono da chi riceveranno l’amore necessario? Da un padre adottivo? Chi è il nostro padre adottivo? Gli in­glesi ci biasimano? Hanno la loro Regina! I loro sovrani! La loro radi­ce nella storia non è tranciata!! I loro padri spirituali sono lì. Colti, fi­ni, orgogliosi, splenditi nel loro retaggio, simbolo, contegno. Fornisco­no Loro identità e contiguità con il passato mentre garantiscono di­gnità per il futuro. Non intendo con ciò esprimere giudizi o pareri sto­rici. Solo evidenziare dei dati di fatto. I nostri padri storici sono stati uccisi o esiliati. Che abbiano commesso errori è possibile ma la storia relativa è troppo recente per poterla giudicare. Che ci amassero è an­che indubbio. Ed averli puniti così severamente ci ha privato degli uni­ci padri che avevamo. E come si è visto altri degni di sostituirli, sebbe­ne sotto altri colori, non sono venuti. Caino, attraverso la sua lotta, ot­tiene la sua giustizia. Ma non è amato! E il non essere amati non tro­va di peggio nella vita. Per noi italiani il cammino sarà molto lungo. Non siamo i soli a trovarci nel contesto descritto, ma siamo tra quelli da cui ci si aspetta di più. Il maestro la prende con l’allievo che ha le ca­pacità di fare meglio. A quello chiaramente limitato chiede ciò che può, con comprensione. I nord europei sono molto arrabbiati con noi. Non foss’altro perché le loro civiltà hanno radici profonde nella nostra storia. Non siamo buoni cristiani! Non siamo socialmente corretti! Non siamo stabili. Come possiamo costruire una società migliore? Ci salverebbe qualche milione di preti in più? Modernizzati e con i piedi in tante staffe? No! Ci può salvare solo la comprensione fine dell’am­biente in cui si concretizza il problema. Ma senza Dio ci sarà sempre ostile. E senza Dio, dopo aver perso i nostri padri storici, ab­biamo veramente poche concrete speranze. Dobbiamo ricreare in noi quelle qualità spirituali, intellettuali e di saggezza che ci possono ritornare la dignità di eredi dei grandi della nostra storia senza delega­re alcuno. Noi! Non spettatori ma agenti! Agenti permeati dello spirito del tempo e sensibili alle ragioni del cuore. Noi cristiani, benedetti e dotati da Dio di preziose virtù durante venti secoli di storia, abbiamo il compito di elaborare un modello di vita, degno dello “stato dell’arte”, che guidi l’umanità nel nuovo millennio, libera dal travaglio del passa­to. Il compito non è arduo. Ed è alla portata del nostro tempo. Arduo si presenta l’entrare nello spirito del tempo sotto il dominio del cuore. Un cuore onesto senza lacrime e gemiti. Un cuore scaltro, veicolo lea­le verso un futuro sereno. Come un’efflorescente valle in primavera.


LE VERITÀ STORICHE

Le verità storiche sono fondamenta spirituali di un popolo per il costruendo futuro. Già qui possiamo intuire che da noi non ci sono! Gli ultimi due secoli sono intrisi di retorica: l’unità d’Italia, l’antifasci­smo, la guerra di liberazione. L’unità d’Italia mi ricorda la storia impa­rata a scuola. Nonostante mi sforzi a grattare il fondo del “barile” pos­sibile che non ricordi altro che quella di Garibaldi fu un’impresa da mille lire, pardon dei mille, e il resto una passeggiata fino ad un certo obelisco.... “obbedisco” e qualche scaramuccia coi briganti cattivi che birichinavano nel sud Italia? Oggi leggendo qua e là si scopre che lì c’era una buona economia, fu distrutta a cannonate e non si riprese più! Ragazzi non ci siamo! L’antifascismo è stato il peggiore tormen­tone. Sembra che ci si sia impegnati soprattutto nel distruggere ed evi­tare una riedizione di questa tragedia politica. Ma poi leggendo qua e là si scopre che basta affermare che chi è pagato per lavorare deve la­vorare o affermare dei diritti da posizioni “borghesi”, per sentirsi da­re del fascista! Ragazzi non ci siamo! La guerra di liberazione vuole raccontare che l’Italia è stata liberata, dai fascisti e dai nazisti, da eroi­ci partigiani comunisti. Ma poi leggendo qua e là si apprende che gli stessi, a guerra finita, fecero stragi di preti, monache e civili non co­munisti (e avrebbero continuato!). Insomma cristiani innocenti, dediti al bene pubblico o esponenti della borghesia. Ma allora di chi volevano liberarsi visto che ai nazifascisti ci pensavano, in sostanza, gli americani? Ragazzi non ci siamo! Questa falsa e violenta retorica ha costretto milioni di persone oneste a rinunciare alla propria dignità ade­rendo ad un’identità di parte. Perché l’altra ve lo spingeva! Non sei di noi ? Allora sei di loro! Segnare un nemico “forzato” per valorizzare una funzione reattiva. Diciamocelo sottovoce! Finita la seconda guerra mondiale, per un’Italia stremata da tali verità, inizia il periodo dei “cento giorni da pecora” verso un’inesorabile epilogo: il tramonto della sua cultura! Abbandonata alle jene della menzogna e i resti dispersi nel calderone, sempre più anonimo e meno italiano, della civiltà globale.
ACQUISTI DI STRADA ED ELEMOSINE

Tra le violenze o forzature psicologiche vi sono gli acquisti di strada ed elemosine. Possiamo imbatterci frequentemente in questuanti, ambulanti extracomunitari, lavavetri (sempre extra), venditori importuni.. Sebbene si pensi di aver fatto una buona azione, “perché in fondo era un poveraccio”, il nostro inconscio registra una sconfitta e il danno pesa sull’equilibrio che la coscienza critica ab­bisogna quando la relazione fra il concetto di verità e di bontà non è risolvibile. La domanda che poi ci tortura è: l’ho fatto per bontà o per debolezza? Questo interferisce negativamente sulla natura­le proiezione verso l’ambiente, della nostra personalità, lasciandoci amarezza e senso di impotente vulnerabilità di noi stessi. Tanti piccoli fatti, con uno strascico interiore deleterio come questo, possono por­tare ad uno svuotamento del senso di “autovalutazione”, ereditato dal retroterra socioculturale, con conseguenze distruttive. Quante volte si legge sui quotidiani di tale sensibile e generosa persona clamorosamente defunta per propria mano? Apparentemente avrebbe dovuto vivere felicemente per cent’anni. In realtà la bontà non arricchisce interiormente chi la “pratica”, se di là c’è la truffa, ma sottrae energia preziosa non rimpiazzabile facilmente dato il complicato gioco di fattori psicoemotivi messi in moto. Una signora di Belluno mi raccontò di avere dato due panini imbottiti ad una zingara con bambino che chiedeva dei soldi. Congedati i questuanti chiuse l’uscio e tornò alle faccende di casa. Sennonché vide dalla finestra la zingara togliere indelicatamente il panino dalle mani del figlio e , insieme al suo, get­tarlo tra le siepi. Mi disse che quell’episodio le aveva lasciato un’indimenticabile amarezza e benché continuasse a concedere elemosina quell’episodio doleva ancora. Non vo­glio disquisire dell’opportunità di concedere aiuti di questo tipo o me­no. Ma, sebbene uno spirito buono e ottimista sia sempre meglio di uno critico e pessimista, l’essere umano deve saper dominare e discernere le conseguenze dei suoi atti verso l’ambiente. Pena il succedersi in­controllato delle vicende che lo riguardano con esiti drammatici. Tra i quali il più frequente è una vita infelice di cui non si riesce a definirne le cause. Gli assistenti sociali tedeschi che curavano i profughi iugoslavi notarono che i bambini di costoro dimagrivano visibilmente. Scopriro­no che i genitori spendevano tutto il denaro assistenziale in bevande alcoliche trascurando completamente i figli. Non alcuni di loro ma tutti! Decisero così di non dare denaro ma beni di consumo. Ribellioni e di­sordini accaddero in tutti i campi di raccolta. Gli stessi africani trovano un giaciglio e cibo nei campi di raccolta. Ne fuggono perché evidentemente cercano fonti di guadagno illegale altrove. Trovandomi alla cas­sa di un supermercato, per pagare la spesa, mi accorsi di non avere ab­bastanza denaro. Una volta fuori mia figlia, di sette anni, mi disse che il giovane arabo che precedevo aveva raccolto le diecimila lire che mi erano cadute di tasca. Un altro giorno stesso supermercato, presidiato come solito da tre marocchini, e figlia appres­so. Un africano nerissimo mi offre accendini. Rifiuto perché comunque non fumo. “E mi compri almeno questa!” Dice mostrandomi una vi­deocassetta pornografica con una donna che mostra tanto di sedere con genitali “spalancati” in vista. Il tutto sotto gli occhi di mia figlia! La si prenda come si voglia: ogni fregatura su­bita o semplicemente tollerata, corrode l’integrità del nostro essere.


L’IMBECILLE SOCIOSTRUTTURALE

Trattasi di figura sociale che nella sua dinamica funzionale contraddice alcune regole sul corretto espletamento della sua dinamica procedurale (Sfido qualsiasi politico a fare meglio..). Queste regole apparentemente non sono gravi di primo acchito. Lo divengono quan­do la trasgressione specifica diventa una moda generale di tutti coloro che si riconoscono nella figura sociofunzionale specifica. A quel punto l’aura di licenziosità goduta dalla pratica incorretta fa sì che essa non possa più essere corretta dagli stimoli morali ma solo con delle puni­zioni inclementi. Che la nostra società, però, non è in grado di mettere in pratica a causa di una latente codardia gestionale. Sotto gli sguardi materni delle vigilesse e dei vigili, che per bontà rifiutano di fare le multe, si erge gloriosa l’immagine potente dell’imbecille sociostruttu­rale italiano: il giovane in motorino. Egli ha superato in trasgressione i genitori in automobile. Mentre i suoi già fortunati progenitori godono del classico parcheggio vietato, transito con semaforo rosso, elusione delle strisce pedonali e via guidando a lui rimane vietato solo l’entrare al bar. In motorino! Il resto e arbitrio selvaggio da scimmia nella giun­gla. Per lui il rispetto dei simili non è un tema. Vi è pienamente indifferente. I simili hanno valore solo se lo notano. Se ne hanno paura, timore, costante tensione. Egli li caccia su ogni marciapiede accessibile dal suo mezzo monopistone come la sua testa. Non teme rimbrotti, cri­tiche, rimostranze. Anzi ribatte minacciosamente al pari dei padroni dei cani perché, come loro riflettono nel cane delle speranze deluse, egli trae nel motorino alla moda quel senso di essere che i genitori non gli hanno tramandato. Il suo desiderio di libertà è illimitato. Anche se la strada è larga venti metri egli deve sfiorare il pedone sulle strisce a meno di venti centimetri con piena velocità e fermarsi dopo dieci metri con potente frenata in coda a delle automobili “imbranate”. Ma egli non è cattivo! Ha solo bisogno di cumunare il proprio destino, anche per pochi istanti, coinvolgendo in un rischio comune un occasionale viandante. Non si tratta di una forzatura. Osserviamo le traiettorie che infila per evitare un pedone evitando di rallentare. Il pedone avanza e, come logico, la traiettoria lo avvolge dal lato che si lascia dietro. Essa però tiene conto strettamente della velocità di avanzamento del pedone affinché il motorino si trovi dietro di lui senza urtano ma anche senza sprecare un palmo di spazio nell’allungare la traiettoria allo scopo di avere maggiori margini di sicurezza. Se il pedone, per qualsiasi motivo, indugia perché gli cade la spesa oppure il bambi­no gli sfugge di mano oppure esita perché impaurito, il motorinista de­ve effettuare una manovra di emergenza difficilissima che nei casi più critici lo porta a cadere e, insieme al motorino, arrivare addosso all’innocente pedone. Classico è il caso di una traiettoria curva con im­bardata che avvolge la schiena del pedone per portarsi in una corsia o direzione che il pedone “copre” in quel momento. L’imbardata non permette un rapido cambiamento di direzione, da quella impo­stata, se non con ampi spazi di manovra per il recupero di bilanciamento ed imbardare nell’altra direzione. Questo perché la sterzata sul­le due ruote non può avvenire senza spostare il baricentro all’interno della traiettoria. In questo caso, quindi, un’esitazione del pedone porta ad un probabile incidente. Se andate a piedi con bambini è meglio lasciar passare i moto­rinisti “tutto gas” e poi attraversate. L’imbecille sociostrutturale italia­no si nutre della Vostra paura e difficilmente vi risparmierà. È pur vero che la moda del motorino si è diffusa notevolmente con la posta rapida e lo smercio della droga nelle grandi città, è però diventato il mezzo franco della trasgressione giovanile convergendo il peggiore che essa sappia esprimere al pari del torpiloquio. In Germania e in Svizzera non sono solo rose e fiori. Le contraddizioni sociali sono an­che qui! Però gli spazi comuni sono salvi e, nonostante i casi di vanda­lismo ad opera degli immigrati, in essi ci si sente liberi. Non succede di sedersi sotto una pensilina dei mezzi pubblici e vedersi passare un mo­torino sul marciapiede a trenta centimetri dai propri piedi perché vuole infilarsi nel parco dietrostante o raggiungere il bar. Ci sono anche qui le “vie alternative” alla vita ma sorprendentemente non distruggono quel prezioso bene comune che è il rispetto reciproco. Le strisce pedo­nali sono diligentemente rispettate. Anche troppo pensavo quando nei primi giorni mi trovavo a guidare in Germania. Una amica tedesca mi disse che dovevo fermarmi prima che iniziassero le strisce, almeno due metri, per non spaventare i pedoni e ripartire quando fossero già sul (sopra!) marciapiede opposto. Ebbi qualche settimana di resi­stenze psicologiche ma poi cedetti al nuovo “modus guidandi”. In Italia, “se” mi fermavo, ripartivo appena il tacco del pedone era oltre la ruota. Alla romana insomma! Tornato in Italia in macchina, guidavo esattamente come in Germania. Venivo indirizzato di qualche protesta e vedevo gli italiani dallo specchietto retrovisore sbuffare, strabuzzare gli occhi e non credere ai loro “freni” che qualcu­no potesse guidare facendo buone azioni in quantità industriali. Ma poi desistevano e si accodavano buoni buoni. Segno che educare è possibi­le. E si può ben iniziare. Comincino le varie “leghe” regionali a consi­gliare ai loro inscritti di dare esempio rispettando il codice e il “buon senso” stradale. Mostrando sui lunotto posteriore un messaggio così redatto: “Io sono cittadino della Padania, Sabinia, Appenninia, Duesi­cilonia e via di seguito. Poi il messaggio politico del momento: “sono per la secessione, disintegrazione, demolizione, cancellazione e via di pari passo. Infine: “amo il mio popolo e rispetto il codice della strada”. A quel punto, sebbene chi voglia “bruciare” il prossimo semaforo ros­so cercherà di sorpassare, avremmo svolto un’utile funzione educativa. E in caso arriviamo prima al semaforo, costringiamo tutti gli inseguitori a passarlo correttamente. Riflettiamo solamente sul fatto che se riuscissimo a migliorare la nostra società, sotto l’aspetto della correttezza civile, il turismo europeo, americano e giapponese si moltiplicherebbe tanto da costringerci al numero chiuso! Genitori! Fac­ciamo di tutto affinché i nostri figli non rientrino nella figura dell’im­becille sociostrutturale. Se non lo faremo saremo costretti ad acquistar­gli un motorino. Non foss’altro per non farci ammazzare! E non ci rimarrà che procurarci un cane!


IL FOTOREPORTER

è un’altra “nicchia” di imbecillità sociostrutturale che la società moderna ci “dona”. Un mulo infaticabile dell’informa­zione visiva al quale niente resiste. Si arrende la cultura, il buon senso, la pace privata ..quella pubblica è abolita di già ..e l’onore della fo­tografia come arte moderna. Un pittore, anche spennellando col turbo, non riuscirà mai ad essere un totale “rompitour” come il fotoreporter. La mia obiezione nasce da un’esperienza diretta di “svantaggiato in audizione da fotografo cattivo”. La definizione, assicuro, calza! Dun­que c’è il coro. E c’è il fotografo! Essendo appassionato di fotografia riconosco subito il mezzo tecnico in mano al “testimone del tempo”. Un ottimo apparecchio che però sferraglia parecchio e allo stadio sicu­ramente non disturba. Ma la recita e il coro? Si inizia! La platea fronteggia una decina di giovanissimi con la bella al centro, favellano e intonano sante melodie. Il fotografo appoggiato alla parete a lato comin­cia a mitragliare i coristi. Fastidioso, ma fa il suo lavoro e.. ma che fa? È entrato nella fila dove siedo e avanza verso di me. Non vorrà pormisi davanti? Invece sì! Cerco di osteggiarlo ma si incastra a forza tra le mie gambe e la sedia davanti. Comincia a fotografare la ragazza al centro che evidentemente è la prima corista.. ed è carina! La fotocamera è motorizzata. Si sente solo claclacla con intermezzi di secon­di. Ormai scoppio e sto per partire con uno spintone che sarebbe l’ini­zio di un pandemonio. Un amico di fianco nota la mia irritazione e mi dice: “Ulisse! Sta facendo il suo dovere, lascialo stare!” Sbollisco un po’! Ma poi ci ragiono su. Il fotografo sta scattando innumerevoli ri­tratti alla prima corista. E chiaro in quanto ha innestato sulla fotocame­ra un lungo teleobiettivo a focale singola che può, a quella distanza, prendere un volto e poco più, a pieno fotogramma. Scatta almeno cin­quanta foto per tale scopo, praticamente dal centro della platea, rovi­nando lo spettacolo a tutti e figurarsi a me che l’avevo sulle.. tra le gambe! Appunto ci ragiono! Lo spettacolo è in una comunità religiosa e le fotografie servono per documentarne gli eventi “gioiosi”. Il foto­grafo scatta una decina di foto al gruppo e almeno cinquanta ritratti alla bella. Solo a lei! E per tutto lo spettacolo! Quindi, almeno i ritratti, li scattava per sé! Altro che documentario richiesto! Lo spettacolo durò una buona mezz’ora e senza un solo minuto tranquillo. Mi chie­do! Il fotografo (in generale) ha liceità di documentare a costo di “av­velenare” gli eventi per chi li vive direttamente? No! Sarebbe non più un “cronista” ma un molestatore della vita. E questo non è sensato. Pa­recchi anni indietro, ove vi fossero esigenze di discrezione, si richiede­va l’utilizzo di fotocamere silenziose come le Rollei biottiche e le Lei­ca a telemetro. Fotocamere costruite da gentiluomini per gentiluomini. Che i fotografi non sono più! La licenziosità di fine secolo ha per­messo un’altra nicchia di imbecillità comportamentale ove il fracasso che distrugge la pace, e spesso il senso delle cose, non suscita più scandalo ne implicazioni di diritto. La fotografia non deve importunare ciò che vuole documentare! Semmai, come allo stadio, fotografare quanto vuole.. stando fuori campo!. La fotografia non deve esistere fine a se stessa, ricercando una propria qualità con­cettuale a priori, ma come funzione di comunicazione sociale. Certo, nel discreto può inseguire gli scopi che vuole ma, nel pubblico, deve subordinarsi al rispetto dell’evento e dei suoi protagonisti!... Cosa?! No! Non è che gli volessi proprio male ma, potendo andare indietro nel tempo, ne avrei influenzato gli eventi generazionali per farlo na­scere eschimese. Fora di bali! Dicono a Milano!


IL CANE

..è la bestia più addomesticabile che scodinzola sulla faccia inquinata della terra, la più amata. Dunque la meglio rifocillata. Il suo benestare si evidenzia nelle abbondanti e numerose tracce sui mar­ciapiedi, marciaruote, redole, prati aperti, condominiali.. È la bestia più amata ma la meno rispettata: recita come un cane! Crescono e poi diventano cani! Si comporta come un cane! Lì si mangia da cani! Quei cani dei politici, dei giornalisti, degli avvocati, intellettuali e via di se­guito. Nessuno dice: lì si mangia da gatti, mondo gatto.. Il gatto sceglie il suo cibo e cura la sua igiene. A meno che non gli abbiano tol­to gli attributi.. la naturale dignità. E se il padrone diventa “cane” se la fila. Ma come può una bestia così leale come il cane essere accostata alle peggiori immagini cui gli umani danno spessore? Semplice. Il cane diventa lo specchio del padrone. Non possiede dignità propria, igiene propria ma quella che il suo amico bipede gli trasmette spiritualmente e praticamente attraverso le cure esteriori. Insomma il cane è un servo leccapiedi. E i piedi li lecca sia al santo che al peggiore criminale. Ecco che il suo destino contiene quasi sempre l’accoglienza più proterva e l’abbandono coatto. La sua passività facilita l’essere amato riflettendo “imburocraticamente” l’amore e il carisma di lei o di lui. Diventa uno specchio immediato delle potenzialità affettive del padrone. Per questo motivo il cane è spesso più amorevolmente servito dei propri figli o consimili. Quando la sua funzione speculare decade perde ogni valore e viene allontanato. Durante le vacanze? Sì perché in questo tempo le tensioni della vita secolare e i complessi della personalità vengono alle­viati dalla momentanea gloria “mondana”, e il ruolo del cane finisce in secondo piano. Ecco dunque motivati gli accostamenti ai difetti tipici dell’uomo. Il cane rappresenta l’uomo vigliacco, voltagabbana, servile senza dignità, approfittatore, leccasedere patentato che vive di luce ri­flessa. Data la sua natura è il compagno ideale per ogni cuore infelice. Costituisce sì per qualcuno un amore “animalofilo”. Ma le conseguenze sono quasi sempre le stesse. Difficoltà interpersonali? Che bello il mio cane! E come scodinzola! La contraddittorietà con cui è accolto nell’immaginario collettivo riflette le qualità oggettive della società di oggi: scarse. Ma questa società è costretta ad accettarsi così com’é. Ed alla stessa stregua accetta il cane. Affidarlo ai bambini significa limita­re fortemente il loro desiderio di socializzare con i coetanei. E se lo fanno cercano spesso di focalizzare l’attenzione sul cane. O si rifugiano in lui quando incappano in delusioni. Insomma con il cane non si è mai soli. E nessuno può dire del “portatore di cane”: è solo come un cane! Non si è soli. Ma con i cani si cresce da cani! Inoltre il cane costituisce frequentemente la proiezione ancestrale del proprietario. Egli lo difen­de con accanimento (cagnosità?) contro le proteste per le cagnate occa­sionali e i lasciti fecali. Il canofilo, proteggendo il cane, sente di proteg­gere se stesso. Di stimarsi perché filoanimalesco e naturologo. Perché non portare un po’ di natura sul cemento plebeo? E sull’erba dove gio­cano cinoliberi? Quale modo migliore di lasciare tracce in questo mon­do se non farlo fare al proprio cane che di tracce ne lascia così tante? Anni fa, in Germania, si parlava di inquinamento stradale canino. Ma la problematica fetente è qui a Milano dove spesso si deambula sulle feci dei cani. Negli ultimi anni vissuti nella gloriosa città di Essen (la città dei Krupp) abitavo in una casa con otto appartamenti e due piccoli ca­ni. Di cui uno presso una coppia che non poteva avere figli. Per la stra­da era infrequente incontrare passeggianti con cani al guinzaglio. Nor­malità dunque. Ma gli italiani, nonostante l’avvento dei telefonini, di un cane non possono farne a meno a giudicare dalla diffusione del quattrozampe in terra pseudo italiota. Di qui non sono i soli affettiva-mente e i soli di fatto posseggono cani ma i figli di ogni età, gli sposati di ogni età con figli o meno e il cane è sempre là. Giovani quindicenni con cane passeggiano con arie da Carlo d’Inghilterra nel castello di Balmoral. E, come il povero Carlo, abbisognano a ragione di un canide. Povero cane! Senza orgoglio se non quello del padrone. E spesso spec­chio della sua rinuncia a stabilire con il prossimo un rapporto leale. Im­brogliando, dando a credere che tenerti il guinzaglio è pur sempre una fatica nobile e apprezzabile. Non è vero che non mi piacciono i cani! Non mi piace ciò che rappresentano. Specialmente in Italia dove all’es­sere cani viene accumunata buona parte della società. Tanti cani uguale tanta solitudine. Poveri cani! E ancor più poveri italiani! Il cane è il mi­gliore amico dell’uomo? No! L’uomo è il miglior amico del cane!


mi pento!
Esiste l’amore irreprensibile verso gli animali..
ma quello non costituisce un problema..
quando non costituisce un problema..
e se non costituisce un problema..
diventa ininteressante..


“Cattivo! Cattivo!” Non è vero!
“Vai Achille addentagli i prosciutti”
Non mi aizzi il cane!.. Altrimenti ricorreggo il saggio ai suoi danni..
“Più di così?”
E va bene! Per farmi perdonare racconto una breve storia di cani in un giorno da cani..
In panchina dunque..

Bau!.. Bau!.. Bau!..
Bubbuh!

E piantala cretino!
..a cuccia! ..così ..bravo ..e lascia stare le cagnette. Buongiorno!
Buongiorno!
Sono tre giorni che ho chiamato l’idraulico! Mica viene quel cane!

Ah! Ti serve un idraulico! Ne conosco uno anzianotto ma bravino!
È stato ieri da mia sorella che aveva una perdita nella..

Buh!.. Buh!..
Bau! Bau! Bau!

Bastaah! Se abbai ancora mefisto ti..

Guarda arriva tua nipote! Ha messo un altro orecchino?

Non so! Ma con queste strane mode.. ..e non gli si può dire niente!
Ti risponde da cani! ..ma se vedi i suoi amici, sono inanellati fin nei co..
..dov’è che tua sorella aveva la perdita?
Perdita!? Quale perdita? Ah sì l’idraulico..

Bau! Bau! ..grrrrrr!

*

Bau!.. Bau!.. siii.. ho trovato.. la “bolla” che mi ha spinto a confezionare questo scempio di saggio.. Va bene devo la racconto. Pierluigi è un ragazzone grande e grosso per il quale le ragazze stravedono. Ha un carattere squisito e un sorriso pulito ..un parente stretto. Il punto! Venti anni fa andai al mare con mia sorella Luigina e famiglia. La mattina, portandoci alla spiaggia, dalla casa presa in affitto, transitavamo davanti ad una villa circondata da alte inferriate. Solitamente non si notava presenza di cani rumorosi all’interno e comunque non ce ne curavamo. Ma quella mattina il cane aspettava arrabbiato con il muso sporgente tra le inferriate coperte dalla vegetazione. Quando gli fummo vicini abbaiò furiosamente. Pierluigi, allora doveva avere cinque anni circa, colto dal panico perché vicinissimo alla bestia e sorprendendo l’allerta degli adulti, corse rapidamente nella direzione più naturale per allontanarsene. Ovvero nella strada dove i veicoli scorrevano. Un motociclo riuscii ad evitarlo con difficoltà. Di invettive ne mandammo parecchie all’indirizzo del cane e proprietari che, nonostante avessero notato l’accaduto dalle finestre aperte, indietreggiarono per non farsi scorgere. Ricchi, come appariva, non avrebbero avuto difficoltà ad esonerarsi da ogni responsabilità con l’aiuto di un buon avvocato. Se invece del motociclo vi fosse stata un’automobile del nostro amato Pierluigi adesso potremmo averne solo il ricordo. Questo episodio non sono mai riuscito a dimenticarlo e l’ho rimuginato innumerevoli volte, in questi venti anni, soprattutto quando ero arrabbiato con il prossimo. Dieci minuti fa è riemerso e l’ho trovato buono per completare questo saggio e fornirmi una giustificazione per l’”acido” che vi ho posto. Il cane, poveretto, non ha colpa perché, come ostentato, è la proiezione complessiva del padrone. Ma non posso accettare che qualcuno, per difendere valori anche modesti, sottoponga il suo simile ad enormi rischi. Si! Il cane era dentro la sua proprietà ma poteva legarlo da fargli raggiungere solo eventuali invasori e non i viandanti per strada. Non esagero se affermo che troppo spesso i cani diventano la proiezione esterna “legale” della malvagità latente di tanta gente. Da incavolato li definirei satanassi. Sono quelle persone che se non avessero un lavoro normale farebbero la vita criminale. Una cattiveria di simile qualità la percepisco negli automobilisti che, appressandosi ad un passaggio pedonale, accelerano per intimidire i pedoni a non transitare obbligandoli a fermarsi. Perché la gente si odia, si converrà, ve ne sono ragioni in quantità.. comunque per stasera basta.. Buonanotte!


MEZZO PIENO..

e mezzo vuoto risulta un paradosso em­blematico di uso inesatto della lingua con connotazione emotiva in quanto vuoto o pieno definiscono due stati esatti. Corretto è: riempito (o colmato) per (a) metà o vuotato per (a) metà. L’uno o l’altro termine va usato in base all’ultima azione riferita al recipiente. Questo modo di articolare una descrizione è senza fallo in quanto riempito o vuotato per (a) metà identifica la mèta dell’azione come la metà del volume del bicchiere ovvero colmare o vuotare fino alla metà del volume contenuto. Vuoto o pieno per (a) meta può anche andare. Ma se vogliano essere “tecnici” dobbiamo usare il termine riferito all’ultima azione di cui il bicchiere è oggetto. Se non la conosciamo va bene an­che semplificare privilegiando la prima azione possibile di cui il bicchiere è stato oggetto: riempito. In ogni caso eviterei una definizione di stato assoluta qualora non sia completamente giustificata. A meno che si ab­bia bisogno di “autoimpressionarsi”. Il paradosso in tema è però indigesto per la nostra razionalità e logicamente inutilizzabile e “inarchi­viabile” come mattone funzionale di conoscenza. Alimenta dunque il fenomeno delle “bolle emozionali”. Impariamo dunque a riconosce­re le incongruenze e sciocchezze che incontriamo nella cultura e nella lingua. Anche se sono opere di grandi nomi il loro posto è nel cestino che la nostra macchina interiore deve avere sempre a disposizione. Es­sere creativi anche nell’uso della lingua è prezioso. Essa è l’interfaccia del nostro essere complessivo sull’ambiente. Ci si deve male esprime­re perché tutti lo fanno? Chi indugia sui controsensi o contraddittori artefatti con linguaggio vizioso ama l’approccio emozionale con la vi­ta perché questo gli permette di evitare precisi riscontri giustificando così i propri limiti. Spesso si sente dire: È mezzo pieno o mezzo vuo­to? Hhah! Hhàh! Come a voler significare che un margine di incertez­za è strutturale nella vita quindi anche le proprie scelte non vanno cri­ticate a cuor leggero. Diritto alla clemenza in ogni caso e fumose dia­lettiche a ruota libera. Anche le frasi semplicemente altisonanti fanno danni. Un carato avvocato romano degli anni sessanta difese il suo cliente, violentatore di donne, concludendo così la sua arringa: la vagina è la seconda bocca dell’amore! Tale “acuta intuizio­ne” commosse la giulia a tal punto da spingerla ad un verdetto, oserei dire, “vaginale”. Certamente condivido con l’avvocato ma cosa signifi­ca? Che ognuno ha il diritto di ficcarci del proprio a proprio arbitrio? Una delle peggiori truffe infetta la nostra eloquenza. Attraverso la truf­fa intellettuale gabbiamo la nostra coscienza. La percezione chiara di essa. Tutto è relativo per l’intellettuale negligente che ama impres­sionare. Niente è relativo nella circospezione intellettuale che ricerca l’oggettivo e il sostanziale.. “Ma lei sarebbe un’intellettuale circo­spetto?” Chi io? Bè.. ci provo.. “Ma venga che le offro un bicchierino così discutiamo.”! Sambuchina grazie! “Lo riempio pian piano o..?” In fretta! In discesa anche la logi­ca non fatica! “Questa sì che è buona filosofia.. sono d’accordo!”


LE OPINIONI

sono strettamente imparentate ai pregiudizi e sono tra i tumori del pensiero critico. Come scelte statiche, di modelli specifici di pensiero associati a fatti di vita reale, si sostituiscono ad un sano la­voro critico nella riflessione libera e quando questo è richiesto d’ur­genza dagli eventi. L’opinione è un tumore “quasi” benigno del pen­siero. Ma se troppi se ne estendono nell’”organismo” ne azzoppano il funzionamento e abbruttiscono, l’esteriore. Un pensiero costellato di ferree opinioni è come il pane raffermo: così com’è va buttato o serba­to per i maiali. L’opinione è di casa nelle menti svogliate, pessimiste e poco oneste. Essa imperversa nell’”intrigo” riflessivo come un coyote a caccia di bestie innocenti e farne polpette. Non è importante avere opi­nioni! Ne tante ne poche. È importante avere un intellettualità elegan­te, briosa, flessibile, libera, generosa.. che di fronte all’evento sappia percepirne i dati concreti per definirlo con la migliore precisione pos­sibile. La malattia opinione porta la persona a reagire così: lo sapevo io che.. va sempre così.. sono tutti così.. e via di seguito. Fors’anche l’opinione sia giusta por­ta sempre ad una sorta di cinismo interiore che arrugginisce l’attivismo reale nel quotidiano. Chi non va a votare costituisce l’esempio emble­matico dei danni causati dal cancro opinione. “I politici sono tutti la­dri!” E quindi perché votare? Anche se emerge un capolavoro di one­stà e capacità le opinioni sono tutte contro di lui. E troppo ricco, sicuramente ha rubato! È troppo povero, non ci sa fare! Non ha appoggi, cade subito se va su! Ha troppi ap­poggi, è sospetto! È polentone, farà gli interessi della polenta mondia­le! E terrone, farà gli interessi della terronia mondiale! L’opinione mostra una realtà che non tiene conto della capacità dell’essere umano di migliorarsi ma lo ritiene una pura proiezione del suo “presunto” passato. Tipico: tutte le donne so­no.. tutti i preti sono.. tutti i comunisti sono.. tutti i fascisti sono.. tutti gli operai sono.. tutti i ricchi sono.. Se il mondo fosse il riflesso delle opinioni che lo riguardano, sarebbe da buttare! Meglio buttare le opinioni! L’opinione, riguardando il passato vicino o lontano, quasi mai è attendibile. Essa denota pigrizia intellettuale nel dominare la di­namica corrente. E la dinamica corrente richiede una duttilità riflessiva non comune per essere seguita e compresa nel sostanziale. Non comu­ne perché ombrata dalla più “commerciale” opinione. L’opinione non è conoscenza ma, alla stregua delle bolle emozionali e le fratture morali, un veleno che la insidia. Opinioni e pensieri inutili sottraggono prezio­sa energia. È facile credere che la mente lavori gratuitamente. Capelli bianchi e malattie bionervose però smentiscono. Spesso un folto in­treccio di pensieri porta ad uno sfinimento creduto da difficoltà esi­stenziali, ma è solo un’errata amministrazione del lavoro mentale. La mente deve riposare anche nella veglia. Un’intensa riflessione sovrap­posta ad una attività istintiva strema la sensorialità naturale e inibisce le qualità potenziali utili quando l’oggetto di quei pensieri va affronta­to. Molti cattivi esami sorprendono gli stessi studenti: credevo di esse­re preparato! Probabilmente si! Ma i pensieri inutili, buoni pescatori di bolle emotive, riempiono di timori e interrogativi insoluti spazzando via la freschezza dei ricordi utili. Un “oggetto urgente” non lo si confonde tra le chincaglierie! Imparare ad amministrare le energie mentali, discernendo la giornata anche in questo, è tutt’altro che tra­scurabile!

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Una variante dell’opinione è l’”assunto assoluto” che imperversa nelle filosofie o ideologie più o meno interiori. Due esempi emblematici. “Tutto avviene per volontà di Dio”. Questa sentenza,
che intende elogiare la potenza di Dio, è il cappio al collo della fede! Le inevitabili incongruenze che la confutano portano l’individuo alla catastrofe intellettuale e, talvolta, al suicidio. Come può, il “suo” dio, volere tutto l’ingiusto che accade? Appunto! La cultura orientale ritiene qualsiasi parte della propria filosofia sempre più profonda di quella degli altri. “Yin e yang” è il classico. Il “positivo e negativo” occidentale gli sta come acqua fresca di fronte al sakè! Misera acqua! In sostanza è la stessa cosa ma al y. y. vengono associate molte altre polarità e dinamiche energetiche che la cultura occidentale tratta separate. Insomma, si mettono nel pentolone più ingredienti.. ma senza ottenere un brodo migliore.. anzi, spesso, una poltiglia indigesta! Infatti abbiamo tanti occidentali, in stasi intellettuale, che si avviano alla scoperta della “profondità” orientale per scoprire che giù c’è un fondo senza tesori quando l’ossigeno, necessario per la risalita, è finito da tempo. Ricordare che la dialettica non abbisogna di fatti per riprodursi ma si nutre di se stessa. Potenzialmente all’infinito! Una catena di elucubrazioni che si sostengono l’une alle altre evitando di sfiorare un fondamentale ma infondato “mattone” di verità, assunto per certo, può riempire tonnellate di libri e mangiarsi umanità intere.. Se le filosofie orientali fossero l’approdo ad una vita migliore Dio non avrebbe mandato un messia.

L’OVVIETÀ MORALE

Imparare dal passato è saggio e, parrebbe, facile. Sennonché non è la logica che spinge gli eventi al divenire ma i timori e i sentimenti che crescono nel figurare le conseguenze del non avvento di tali eventi. Un classico è la terza guerra punica che finì con la distruzione di Cartagi­ne. I romani si convinsero che, senza una soluzione totale, i cartaginesi sarebbero sempre stati una grana. Che i timori fossero fondati o ci fos­sero i mercanti di mezzo, se ne può disquisire in eterno. Concreto è che l’esperienza con i cartaginesi l’ebbero i romani (che, sembra, non tollerassero scherzi in quei tempi e seguivano il semplice ma efficace motto: mo’ tè famo vedé noi!) non i pacifisti del duemila. Le guerre avvengono perché qualcuno le comincia (sarebbe la prima regola!). Perché crede che debba perseguire a costo di una guerra. Lo scagliarsi concettualmente contro di essa offende chi è costretto a farla per legit­tima difesa! È come accusare l’acqua per l’inondazione o la fiamma per l’incendio! Acqua fresca insomma! E aria calda! Perché, al pari di inondazioni e incendi, colpe e negligenze sono già avvenute. Si può solo disquisire come adoperarsi per evitarle. E se non ci si vuole ado­perare, si taccia! Però strillare contro la guerra fino a sfiatarsi, si passa per giusti e sensibili, mentre strillare a qualcuno di tornarsene a casa sua si rischiano le schioppettate. Dai! La differenza è sostanziale! I moralisti professionisti l’hanno capito e nel mondo dei denari, com’è l’oggi, è meglio far vela dove frusciano le banconote, altro che mari in tempesta. Risolvere l’irrisolto, l’unica via per evitare le guerre, non può l’ovvietà morale. Essa crea solo sospirosa passione e “pasionari”: guerrieri del nulla! La giustizia dei paciaroli è come la fede senza la spada: non ha storia!


RAGIONI DELL’ESISTENZA

Sono impossibili da capire senza ricercar­le in un desiderio di Dio di avere un oggetto da amare e uno specchio sostanziale in cui riflettersi. Circa l’origine di Dio non possiamo trovare una spiegazione plausibile e crearne un immagine probante in quan­to il nostro intelletto si è sviluppato in un ambiente che gli ha fornito gli elementi necessari di stimolo razionale mentre l’origine dell’uni­verso trascende l’ambiente conosciuto la cui sola struttura esteriore si proietta nel nostro intelletto in forme identificabili. Il concetto di Dio non soddisfa solo un desiderio di spiegazione, il bisogno di un super padre, un protettore.. ci permette di vivere creativamente nonostante i nostri limiti. Nel suo imponderabile, ma sicuro esistere, rappresenta il tutto ipotetico della fede contrapposto al “niente” ipotetico della ragione pura che vive di elementi identificabili e ri­producibili ma si ferma di fronte al dilemma dell’origine, non potendo sondare il mistero di un inizio dal nulla, costringendosi ad obliare questo dilemma o auto estinguersi. Dio sicuramente esiste perché con Lui si intende l’origine dell’universo. È questa c’è sicuramente stata, almeno delle forme conosciute, altrimenti che digitiamo a fare? Dio è veramente la “droga” dell’uomo. Quando questi sbatte sui suoi limiti strutturali può ancora proiettarsi nel mondo infinito dell’immaginazio­ne perché il Dio sconosciuto c’è, anche se non si sa in quale forma, e rappresen­ta la superabilità dei limiti. La potenzialità illimitata. Presupposto irri­nunciabile per l’elaborazione della visione, della proiezione astratta. L’uomo è grande perché è libero di immaginare cose immense anche se solo in minima parte potrà realizzarne. Forse è il tempo il suo tiranno più spietato. Ma la sua mente non ha limiti di rappresentazione astratta grazie a Dio. Il suo specchio più affidabile e generoso.


IL MILITARE?

Molti non lo vogliono fare. Io non lo sapevo se volevo farlo o no. Un po’ curioso sì! Arrivo a La Spezia per fare il marinaio. Avendo fre­quentato una scuola nautica la chiamata in marina è automatica. Al CAR subito la puntura al petto. Decido di vincere la paura. Davanti a me i ne­mici... pardon compagni, cadono decimati. Chi non cade a terra svenuto invoca la mamma.. io sopravvivo e bene insieme a pochi altri. In fondo cos’è un iniezione su di un muscolo pettorale? Appunto niente! (Non è così perché l’ago era grosso e faceva male ma non lo dico per fare bella figura.) Presi la “pauremozione” nel verso giusto dunque!. (Feci uno sforzo tremendo per non pensare, in particolare, che potesse infilzarmi un capezzolo, per questo mi salvai.. ma non lo dico per fare bella figura.) La specialità? Miseria! Mi fanno marciare come un cavallo.. cosa? C’è la specialità “fotografo”? Proviamo. Arriva l’esame. Un militare anziano alto e magro da “radiografia innecessaria” mi chiama: Di Bartolomei vieni che il “capo” ti vuole! Mi aspettavo “l’ufficiale”! Va bene! Il capo. Saliamo un po’ di scale, siamo in un grande studio foto-grafico. “Aspetti”! Arriva lo smilzo e il Capo. “Dunque lei vuole fare il fotografo? Mi descrive le caratteristiche di questa fotocamera?” Fa, mostrandomi una Leica R3 nuova fiammante. Apparecchio dal costo di una piccola utilitaria. Avendo saltuariamente coltivato un”’embrionale” pas­sione per la fotografia so qualcosa dell’oggetto e lo descrivo. “Va bene le faremo sapere”. Torno in piazzale. Dopo un paio d’ore arriva quello che sarebbe stato il mio vice capo, ovvero l’alto e magro: “Vieni in labo­ratorio sei assunto”. Allora il capo è rimasto contento.. “Gli hai spiega­to più cose di quanto ne sapesse.” Entriamo nello studio laboratorio. Caldo, accogliente e con la doccia calda. “Qui facciamo le fototessere alle reclute e le stampiamo più fotografia varia. Ricorda! Il fotografo viene dopo il comandante! Fai le fotografie agli ufficiali, ti prendono in simpatia e hai problemi con nessuno. Userai questa fotocamera!” Una Leica M4! Un sogno di fotocamera! Com’è possibile che per un lavoro così semplice si disponga un oggetto così costoso? Gli chiedo. Prende la fotocamera e la lancia sprezzante sul suo letto (dorme li). È matto, pen­so! Mi sorride: “quella fotocamera non costa un tubo. Questa è preziosa!” E mi mostra una fotocamera moderna ma che costa un decimo della Leica. Non contraddico. Lui è il mio capo e per me utilizzare quell’apparecchio valeva già le inconfortevolezze della leva! Uscivamo spesso insieme e, uniti da passione e affiatamento, fotografavamo, oltre che le reclute in caserma, (che mi davano del “Lei”! Anche così si diventa importanti!) sui generis. E mi lasciava portare volentieri la fotocamera assegnata, nella libera uscita. Una sera visitammo un negozio di fotografia e in vetrina c’erano delle Leica usate. Il costo era chiaro, adesso. Il pomeriggio dopo cercai la fo­tocamera. Ma non la trovai. Capo! E la Leica? ‘È in cassaforte!” Perché? “Io sono responsabile del materiale. Se la perdi avrò dei guai.. Fine dello spasso! Era durato pochi giorni. Ulisse ma quando fai furbo? Una riflessione che ho fatto molto spesso nella vita. Finito il CAR inizia Maridist a Roma: Ministero della Marina. Qui am­miragli, colonnelli e guardiamarina sono come li si immagina dai film: c’è chi assomiglia a Custer, chi al sergente Garcia, chi a nobili inglesi. Niente “attenti” ma buongiorno e buonasera. Rigore solo quando di guardia armata. Sembra che, al confronto, nell’esercito gli sbattimenti di tacchi superassero, in fracasso, i famosi balli delle nacchere. Rigore! Ma secondo le tipologia degli italiani! Gli ufficiali del nord, numerosi in ma­rina, erano la nobiltà che non ama il rumore, Quelli centrali o romani: “Di Bartolomei sei inquisito! Quanti giorni di cella ti do?” Ma per favo­re non sì disturbi! “Ti grazio questa volta ma i turni di guardia si devono fare!” Quelli del sud: mi raccontava coloritamente un marinaio napoleta­no (obbligatorio nella leva avere amici napoletani: conoscono barzellette a non finire e sono sempre di buon umore), che faceva la spola tra la ma­rina e l’esercito, che un fonte attendente, aperta la porta dell’ufficio del suo colonnello (del sud Italia) aveva sbattuto i tacchi quattro volte prima di consegnargli la missiva! Dunque mi andava bene! Ma.. urca ci sono i nonni! Che si congedano e vogliono, gli onori. ‘Ci fai la motoretta?” E va bene. Bruùm bruùmm. Neanche da bambino l’avevo fatto. “Ci [ai il Juke Box?” Entrare nell’armadietto e cantare! Ma ci vedono? Per poterci entrare io dovrebbe essere doppio! E il cucù sopra l’armadietto? Mi prendono in braccio e mi ci portano sopra se vogliono il “cucù”! Ri­nunciano! Comunque a mia disponibilità è esaurita. Temendo che mi importunino nei giorni a venire decido di rischiare una lite, non solo “verbale”, pur di oppormi. Arriva il controllo piedi. Che baggianata! So­no solo due e non ci vorrà molto a contarli! “No! Se male odorano!” Odorano? Osservo miei amati sostegni. Ogni quanto li lavavo? Nella casa paterna non c era il bagno e i piedi sì lavavano , non tutti giorni! “vai a lavarli i piedi che odorano” (era un altro termine). Non è vero! Resisto, deciso a mettere le cose in chiaro. Sono in quattro: due, piccoetti, si siedono nel retto a lato e due in piedi. Emotivamente teso (anche per la fama molto negativa del nonnismo), ero deciso di battermi, nono­stante potessi avere la peggio, confidando in qualche rudimento di arti marziali e una buona forma, pur di mostrare che con me non si anda­va sul leggero. Fortunatamente rinunciano e passano al vicino. Non potei dormire per un po’ temendo una gavetta ma, “sgonfiando”, mi chiedevo se fosse il caso di lavarmi i piedi! Mezz’ora di travaglio”, mi alzai, andai ai lavandini e li lavai. E poi dormii veramente bene. Con i piedi che mi ringraziavano di gran cuore e la coscienza anche! Da quella sera non potei più farne a meno, Senza, anche solo con acqua, non potevo dormire. E questo piacque talmente ai “nonni” che non mi importunarono più mostrandomi, inoltre, discreto rispetto. Li avevo “spiazzati” dunque! Delle centinaia di giovani delle camerate del mio piano ne riconoscevo sì e no tre, a lavarsi regolarmente prima di dormire. Ma sorgeva un problema nuovo. Essendo io poco odorante, sentivo adesso distintamente gli odori altrui. E “quanti” erano.. Delle centinaia di gavettoni che vidi planare, come missili da crociera nel cielo della ca­merata, nessuno ebbe il mio indirizzo. Ma incuriosiva alquanto (vergo­gna!) sapere se l’obbiettivo era centrato! La guerra” ha un perverso fascino! Avevo molti amici, dì ogni colore po­litico e di grado. Ripensando non trovo che felici ricordi e qualche “nonno” da ringraziare per avermi insegnato qualcosa dì importante! …no bè i piedi sapevo lavarmeli anche prima! Avere più introspezione e sensibilità nel capire le ragioni del prossimo! Può essere? Vorrei fini­re in bellezza: grazie Marina Militare, grazie nonni e grazie amici... però che odoraccio! Qui qualcuno non si lava i piedi! Schflasch!! Tiè! Militare si? Militare no? Per me fu tempo utile e divertente.CREDERE SENZA PROVE

Credere o non credere fermamente senza avere sufficienti prove è dannoso in quanto l’intelletto è costretto frequentemente ad elaborare e trattenere attive, motivazioni precarie atte a mantenere la convinzio­ne. Ciò inibisce la chiarezza intellettuale alimentando l’accumulo di “bolle emozionali”. Le “bolle” sono dì grande influenza sulla persona­lità e sull’apparenza esteriore. Spesso si sente dire: è un patito, un vero tifoso, un intenditore davvero malato.. Sono espressioni che si ri­volgono a persone che della automobile sportiva, la fotocamera pregia­la, le fantastiche casse acustiche ecc, fanno un vero feticcio. Ritengono che il loro gioiello sia il migliore. A meno di non aver provato vera­mente tutto e possedere il meglio sono queste convinzioni molto labili, assetate di carburante mentale. Convincimenti di carattere culturale seguono la stessa dinamica. Il non credere senza ele­menti ha lo stesso effetto. La tortura conseguente è l’eterna sensazio­ne: e se fosse vero? E se non fosse vero? E importante porre ordine nella nostra “banca dati”, Niente credulismo pirata che costringe a ves­sare gli interlocutori con astruse elucubrazioni. Pochi elementi? Rele­gare il tema irrisolto in un cantuccio della mente. In aspettativa. Dove non fa danni. E valorizzare la vita con il prossimo. Se conoscenza relativa verrà, riaffrontare il tema allora. Se no difendere il diritto di gioire alla carezza di un vento leggero imparando a dimenticare. E bene saper fare anche questo..


INTELLIGENZA

Sentiamo spesso di persone, soprattutto orientali e scacchisti, in possesso di elevati quozienti intellettivi. Centocinquanta centosettanta e chissà centonovanta. Calma! Niente panico! Noi miseri mortali non dobbiamo affogare nella vergogna per il nostro misero cento, centodie­ci o centoventi ma lontanissimi da tali vette “intelleghizie’. Nella nor­malità, questi portatori di quoziente potrebbero apparire sciocchi e sprovveduti per comportamenti che ci appaiono smaccatamente Im­pacciati. In realtà un buon quoziente può significare aver superato bril­lantemente tutti gli esercizi, di una prova dì intelligenza che richiedo­no il richiamo e l’utilizzo dei “pacchetti di conoscenza,” memorizzati fino a quel momento, Una mente con grande capacità dì precisa me­morizzazione può accumulare milioni di dati semplici o composti e n­chiamarli alla bisogna. Un esempio emblematico è la tabellina. Due per due fa quattro. E memorizzato e non c’è bisogno di rielaborarlo ogni volta. Molte persone gestiscono intelletto come un collezionista di francobolli. È pur vero che esistono formidabili talenti matematici che, fuori dallo specifico però, appaiono comunissime persone anche di modesto comprendonio. La capacità di cal­colo e utilizzo dei pacchetti di conoscenza può essere paragonata alla risoluzione di un obiettivo fotografico. La creatività al contrasto. La struttura morale alla fedeltà cromatica. Le ‘’sfumature” caratteriali alle aberrazioni marginali più o meno corrette dì un progetto ottico. L’ottica che passione.. L’es­senza umana ha, nella materia, il suo specchio strutturale, Un intelletto calcolatore e memorizzatore raggiunge grandi risultati nel suo contesto applicativo specifico ma cede nell’ambiente dove gli elementi da ela­borare sono instabili per tipo e posizione. Un intelletto creativo ha ca­pacità e fiducia di dominare i contesti instabili. La struttura mora­le non è indispensabile per le grandi “vette” del pensiero ma lo è per indirizzare il lavoro intellettuale verso il bene del prossimo. La creati­vità è parente della fede e la fantasia è figlia di entrambi. Creativo (+ fede) è colui che crede di poter scavalcare la montagna senza conosce­re quanti passi sono necessari e nell’andare non li conta ma tiene in mente un’ immaginario dell’altro versante. Il ricercatore creativo si af­fida molto alle percezioni estetiche che gli consentono di raggiungere la meta saltando gran parte di un pesante lavoro intellettuale che la mente memorizzatrice e calcolatrice è costretta a fare. La mente creati­va è di natura individualista perché il suo approccio verso il raggiungi­mento della meta è pervaso di sfida e fa conto sulle proprie qualità. Accetta malvolentieri l’aiuto e difficilmente lo chiede. La mente me­morizzatrice esegue soprattutto un sudato lavoro mattone su mattone e gradisce l’aiuto. Gli orientali sono generalmente indoli tipiche del la­voro mattone su mattone. Nel tempo vissuto come agente di commer­cio ne ho conosciuti e sono rimasto deluso dalla differenza tra realtà e immagine che mi ero fatto di loro nel tempo giovanile in cui mi accostavo alle “arti” orientali, più o meno marziali.. Impacciati nel­le relazioni interpersonali si trovano a loro agio solo tra di loro e i temi trattati sono pochi e chiari. Il gruppo omogeneo è la loro “tana” ideale. Immagine classica: mangiare velocemente riso con le stecche mentre si parla altrettanto velocemente con rapide annuizioni. Come forma di rispetto le negazioni sono quasi assenti nel discorso e le annuizioni au­tomatiche. Per conoscere esattamente come la pensano bisogna aspet­tare l’avvicendamento della realtà. Non credo di esagerare se asserisco che venti mediocri che lavorano insieme in armonia concludono più di venti geni che lavorano nella discordia. Qui sta di fatto l’essenza del travolgente successo dell’economia giapponese. Lavoro e senso del gruppo sopra ogni cosa. È questa la loro sostanziale intelligenza.. insieme ad una notevole lealtà e correttezza realzionale sconosciuta in Italia.. ma questo non lo dico perché qui mi interessa evidenziare i loro difetti.. Tornando al fattore quoziente è necessario essere acquoziati tanto? Cer­to che un numeraccio da sfondamento è utile. Si finisce almeno una volta in televisione o sui rotocalchi. Ma anche due volte. Magari dopo aver picchiato una donna perché non mostra di apprezzare queste qua­lità nascoste a scapito di altre, altrui, più assodabili. No! Direi che non serve un alto quoziente di intelligenza. Serve la sensibilità critica nel discernere gli elementi disponibili per avanzare di un ulteriore passo verso la meta predestinata. La creatività e la moralità sono molto più preziose della capacità di calcolo e memoria. L’intuito predi­lige le persone che credono in qualcosa anche quando tutti gli elementi conosciuti sono sfavorevoli. Non semplice ottimismo! Ma fiducia strutturale della psiche. Perché la creatività e la fantasia traggono ali­mento direttamente dallo spirito che contiene la trama dell’esistente. Creare dipende dall’ispirazione e l’ispirazione viene attraverso l’an­tenna morale che Gesù ci ha fornito attraverso il Suo pensiero. Chi crea, plasma qualcosa (forma o concetto) che non riesce a identificare e dimensionare con parametri conosciuti, ma sente con i sensi dello spirito perché le caratteristiche dell’oggetto sono memorizzate nella struttura sostanziale del proprio corpo che è in comune con l’universo. Molti ricevono ispirazioni dopo preghiere o meditazioni profonde in cui si cerca di richiamare un’interazione tra la propria coscienza e la coscienza cosmica di verità assoluta dove è contenuta la relazione tra la morfologia estetica e la struttura sostanziale della mate­ria. Di qui la relazione tra il bello e il funzionale. Ovvero una persona di grande sensibilità estetica può realizzare forme estremamente fun­zionali senza puntare a queste qualità ma solo ricercando il bello in es­se. I cristiani sono chiaramente dei campioni nell’esercitare la fantasia e la creatività avendo il pensiero cristiano come veicolo intellettuale e l’amore assoluto come spinta morale verso la ricerca senza limiti con­cettuali. Sebbene alcuni non cristiani abbiano raggiunto notevoli vette di creatività l’hanno potuto vivendo nelle società cristiane o in quelle che ne hanno adottato lo stile di vita. Tornando al quoziente. Io ho fatto diverse prove di intelligenza. Quando arrivavo alle esercita­zioni matematiche cominciava a fumarmi la testa. Nel complesso non ero male ma molto meno di quanto avrei desiderato per sentirmi “degno”. E preferibile fare mai prove di intelligenza tese a identificare un determinato quoziente numerico. A meno che vi sia un serio motivo per l’acquisizione di un lavoro. L’intelletto umano possiede risorse im­mense che libera man mano che acquisisce elementi nuovi, ispirazio­ne, esperienze, abnegazione verso un’ideale.. Conoscere i propri at­tuali limiti può diventare un “limite” antipatico innecessario. Una con­sapevolezza che molti sicuramente mal gestiscono generando in se antipatie verso coloro che appaiono più dotati o rinunciando a traguardi non più sentiti alla propria portata. Da una prova intellettiva si dovreb­bero solamente estrapolare le attitudini psicoricettive della persona senza puntare ad una grandezza precisa. Oppure si dovrebbe tenerne segreti i risultati e consigliare fortemente di non acquistare i manuali disponibili sul mercato. Esercitare l’intelletto è benefico. Ma deve im­pegnarsi nelle “tenzoni” pratiche della vita senza agonismo. Cercare di comprendere tutto quanto ci tocca culturalmente senza sentire il biso­gno di appropriarci del sostanziale. L’intelletto deve arricchirsi di tec­nica astratta, comprensione della dinamica del divenire. Lavori pratici, giardinaggio, passatempi “tecnici” “arrangiamenti improfessionali” sono ideali per acquisire “mattoni naturali di conoscenza” e flessibilità intellettuale. Molto meglio che “ammuffire” sui libri. Il nostro mondo interiore ama i colori, i profumi, le “estetiche” della natura. Sia natura­le che artefatta. Ma palpabile! Diamo al nostro cervello qualcosa di buono e bello da osservare. Si affinerà per osservare meglio! Un asso­pimento nel tempo è possibile ma la trama estetica acquisita impreziosisce la dialettica, la precisione concettuale, il nostro sorriso. La di­gnità umana viene da quanto l’universo riesce a riflettersi nel giardino incantato di una mente ricca e moralmente sana.


LA DEMOCRAZIA

La libertà viene confusa spesso con democrazia, intesa general­mente come possibilità reale della persona di perseguire il proprio de­stino o le proprie voglie senza limitazioni dall’alto. Dalla mia esperien­za studentesca ricordo che i “camerati” di destra intendevano il lavoro scolastico come ben organizzato, dipendente dal professore e dal pro­prio senso di responsabilità, senza porsi la questione se fosse democra­tico o no. Bastava che funzionasse. Metodo classico insomma. I “com­pagni” di sinistra lo intendevano soprattutto democratico. In pratica au­togestito. Quando i “compagni”, (che erano miei amici come quelli di destra) dopo una battaglia a sassate e bastonate che inflisse ingenti danni allo stabile, presero il “potere” all’Istituto Tecnico Nauti­co Marcantonio Colonna di Roma (‘77 circa) capii cosa si intendesse a sinistra con il concetto di democrazia. Si crearono subito i gruppi di studio e al personale insegnante fu imposta una scala didattica autoge­stita. Ma i più facinorosi non si accontentarono di queste “conquiste po­litiche” e pretesero di defecare nei corridoi. Per fortuna che, raggiunta la “consapevolezza” in pochi giorni, si astennero da ulteriori verifiche di democrazia acquisita. Inutile dire che il “nautico”, giudicato come la migliore e più selettiva scuola superiore, al pari dell’ “aeronautico”, fino a qualche giorno prima, si degradò a tal punto che un notevole numero di studenti modello persero motivazione e non completarono gli studi. Nella mia classe (secondo anno) quasi tutti gli apolitici che erano là per studiare, abbonati ad ottimi voti, furono bocciati. Mi ritrovai con due amici per le strade di Roma, sotto il sole estivo, come se fossi uscito da un brutto sogno. Sentivo che il tanto agognato futuro era irrimediabil­mente andato. Spazzato via da un destino beffardo. Era solo un anno perso, pensavo! No! Non era così! Tutt’intorno sentiva di irreale. Fine di un’era. Al mattino, sul bus per raggiungere la scuola e scrutare i “quadri”, le nostre bocche eloquivano parole di fiducia, progetti, i no­stri cuori orgogliosi.. noi, futuri “sezione capitani.. la nostra piccola palestra di arti marziali.. la mia passione per la fotografia.. ed altro... Ma adesso non riuscivamo a guardarci negli occhi. Cercavamo di dirci.. spiegarci qualcosa. Ma dalle nostre bocche uscivano solo frasi asfittiche ed amarezza. La saliva mi incollava le gengive, dolorosamen­te serrate dalla tensione quasi volessi schiacciare un mostro invisibile che mi stava imbrogliando. La mente intorpidita come in un brutto ri­sveglio che si spera sia solo un sogno bizzarro. Ma era vero. Era acca­duto che i continui disordini e scioperi di “appoggio”, per le cause più varie e quasi sempre estranee alle “cose” italiane, avevano portato a co­gliere occasioni di marinare la scuola tanto da perdere il numero minimo di ore di frequenza. Di darci una possibilità gli insegnanti non l’avevano neanche preso in considerazione. Bocciatura non per manca­ta resa ma per irresponsabilità. Presi quattro materie ma solo in una ri­conoscevo qualche ragione di rimando. Mancavano però le interroga­zioni. Negli ultimi due mesi avevo studiato sodo e cercato di farmi in­terrogare. L’anno prima aveva funzionato.. non questa volta. Evidentemente gli insegnanti, conoscendo la mole delle assenze, non volevano togliere tempo prezioso ai meritevoli e quando chiedevo di essere interrogato ottenevo solo una distratta attenzione. Era già deciso che io e quelli della “vita mondana” avremmo ripetuto l’anno. E mi ricordo di un “secchione” grande e grosso con la faccia da bambino che pensava solo a studiare. Che fesso! Si pensava tra di noi. Ma al secondo anno, quell’anno, scoprì un sistema migliore per calcolare le rotte. Capitano lo sarà sicuramente diventato. Auguri compagno di scuola! E grazie del gradito ricordo che ho dite! Demo­crazia non è libertà! Anzi non è niente. Oppure un concetto ambiguo che si presta per ogni uso vizioso. Democrazia è forse ciò che si deside­ra mentre si sente ideologicamente oppressi. Infatti, mi raccontavano gli anziani, durante il fascismo la gente che normalmente lavorava e si curava della famiglia, si trovava molto bene. Gente di casa e chiesa e moglie e figli e amici e il quartino all’osteria e.. e.. e.. E si ricorda­vano innumerevoli casi in cui famiglie in difficoltà ricevevano aiuto do­po poche ore di una telefonata a qualche sede del fascio. I fascisti arri­vavano in macchina baldanzosi, folcloristici, saluto romano e tutto quello che si vuole, ma venivano e subito. E non sembra che chiedesse­ro, prima di entrare in casa, se avessero la tessera del fascio. Forse in qualche occasione l’avranno fatto, non dico di no, ma la sostanza è che il fascismo era centrato sull’importanza della persona. E per questo era amato da quasi tutti gli italiani. (Tranne quelli ideologicamente contro). Niente criminalità e paura per le strade e tanti incentivi per la famiglia. Gli oppositori finivano spesso purgati, ovvero oppressi. Ma questo ca­pita quando si combatte un sistema che, a priori, non si accetta. E la sensazione di oppressione è automatica. Ma il punto non è il fascismo di Benito Mussolini, che ormai ci riguarda solo perché è sui libri di sto­na, ma l’essenza che costituisce un vero regime di libertà. Noi oggi sia­mo liberi, cioè in democrazia. Dovrebbe essere meglio no!? In questi ultimi anni mi sono trovato spesso in gravi difficoltà e ho inviato molti fax per cercare lavoro e qualcuno al sindaco sperando in qualche aiuto. Di aiuti neanche la classica ombra. Risposte figuriamoci! Dopo due mesi magari! Una telefonata da una buona anima tanto per accertarsi che non sei in procinto di fare karakiri. Macché. “Non ti si fila nessu­no. Allora chi dovrebbe sentirsi libero tra la famiglia che riceveva rapido aiuto nell’Italia fascista e i tanti “noi”, fortunati componenti di una società democratica? Da questo esempio possiamo anche estrapolare che le ideologie sono amate e si affermano solo se hanno come riferimento il valore della persona e non un concetto astrat­to di società libera in cui possono imporsi e realizzarsi. Natural­mente sentirsi liberi, nel senso ampio del termine, è possibile. Basta ri­nunciare ad ogni dovere ed ogni diritto e arrangiarsi come si può nella bolgia dell’anarchia civile e comportamentale della massa. Questo è ciò a cui gli italiani sono ispirati dal dopoguerra ad oggi. Ma questo signifi­ca niente democrazia (o libertà) ma dittatura del fetido crogiolo di sen­sazioni risultante. Ci si può sentire liberi in mezzo ad una palude malsa­na e puzzolente? Sì! Basta considerare il puzzo come profumo di rose di bosco! Nei casi di fermento politico l’aspirazione democratica consi­ste in sostanza nel subentrare all’orchestra che suona e suonare la pro­pria musica. Ma la libertà è altra cosa. Mentre la democrazia riguarda la società in genere, la libertà è sentita dall’individuo. Oggi trovandomi sul bus mi sono sentito tutt’altro che libero. Non che qualcuno mi aves­se addentato le natiche. Peggio! Due studenti, un ragazzo e una ragazza sui diciotto anni, conversavano sull’amicizia. Naturalmente tale nobile argomento andava condito con un linguaggio adatto. Immaginando tut­te le definizioni e i termini riguardanti le funzioni biologiche, riprodut­tive, etero ed orno riferenti, si può visualizzare quello che i presenti si godevano in quel momento. Ecco io non vedo libertà in questo contesto ma prevaricazione. E demo­crazia! Perché certamente i due godevano di libertà democratiche. E se tanto mi da tanto la democrazia uccide la libertà. Da quando esiste la “democrazia” si verifica ogni tipo di oppressione sulla persona a van­taggio delle corporazioni e “interessi superiori”. La democrazia non è civiltà! Perché la civiltà è regole rispettate e leggi eque equamente ap­plicate. Nella democrazia è “concesso” di non rispettare le regole co­muni e i diritti degli altri. Ma senza regole non c’è libertà e senza li­bertà non c’è civiltà e senza civiltà cos’è la democrazia? Libertà per il malvagio e oppressione del giusto. Forse siamo troppo drastici. Ma fi­niamola col dire che: democrazia è libertà e libertà è democrazia. Che se la società è democratica essa è libera e l’individuo è libero. In realtà una società libera si fonda proprio sulla coercizione del singolo. Perché afferma le sue priorità, spesso astratte, a scapito di quelle molto reali della persona. Uno dei peggiori umani vizi è mischiare capre e cavoli dimenticando che la capra mangia i cavoli: la democrazia sociale man­gia la libertà del singolo. La vera libertà esiste dove gli individui rispet­tano i diritti degli altri e le regole pubbliche che si sono dati, trami­te i loro rappresentanti, onde governare l’esercizio dei doveri e dei dirit­ti nella comunità a cui appartengono. Nel concetto di libertà, che qui viene in evidenza, la democrazia ha niente a che fare perché essa espri­me solo un valore tecnico di licenziosità di massa senza precisa morale e dai contorni sfumati. La libertà generale (la democrazia) opprime il singolo perché lo obbliga a subire gli eccessi libertari della massa. La vera libertà è quella che si riferisce al singolo perché, se veramente di­fesa, obbliga la massa a rispettarlo. Non una società libera ma individui liberi formano una società libera! Non è la democrazia ne la libertà che fa la libertà, ma l’insieme delle regole comuni nel rispetto di esse.


TI STA BENE!

..anzi prendi anche questo! così impari a fare quello che non devi.., e ti porto a casa subito... che mi sono stufata! Il picco­lo piange a dirotto, becca lo schiaffo e strilla più forte, la mamma o la nonna si arrabbia ancor di più perché la quiete è rovinata, gli prende un braccio e con uno strattone lo avvia verso casa. Quante volte abbiamo assistito a tale misero spettacolo? E quest’adulto non si meriterebbe un calcione nel fondoschiena? I bambini, soprattutto in te­nera età, sono la classica spugna. Assorbono e hanno bisogno di as­sorbire un’enorme mole di dati sull’ambiente e la reattività di esso alle proprie “provoc’azioni”. Quindi corrono, toccano, giocano di tutto un po’. Quello che per un adulto è una piccola asperità nel terreno, per un bambino è un ostacolo che può farlo cadere. Un pendio di un metro corrisponde a due passi per noi mentre per lui è dove può rovesciarsi col triciclo. Per poter prevenire le difficoltà esplorative del piccolo si deve visualizzare la sua condizione “dimensionale”. Ma l’adulto inten­to a pensieri o letture importanti non si cura che l’infante è già in gra­do di recepire l’insegnamento e le segnalazioni critiche. Preso alla sprovvista dalle urla si adira per l’improvvisa briga molesta e si vendi­ca con un “ti sta bene”. Ma cosa avrebbe sbagliato il bambino? Prati­camente nulla. In base ai dati in suo possesso ha deciso un tipo di im­pegno relativo all’ambiente dove l’adulto l’ha portato. Sta all’adulto identificare potenziali pericoli e segnalarli in anticipo al bambino. Questo favorisce lo sviluppo della riflessione critica non basata sull’esperienza ma sull’astratto: la simulazione mentale della dinamica causa/effetto. Spesso, quando i bambini ricevono uno spunto, si ferma­no per parecchi secondi. Ci pensano su! Naturalmente poi riparte l’esplorazione delle sensazioni. Calci al pallone, velocità, inoltrarsi correndo in uno spazio erboso, sedervisi.. Tutto giustissimo! In questo contesto dove poniamo l’assurdo “ti sta bene”? Anche se l’adulto l’ ha avvertito il piccolo non è in grado di decidere di andare a mezza forza! (Se vi è un reale pericolo l’assistenza da disporgli deve essere continua!) Nel momento in cui il piccolo si fa male ha luogo una riflessione di altro tipo: l’imprevisto! Il differire dal previsto. Co­mincia qui a coltivare la saggezza! Ma il “ti sta bene”, lo schiaffo e tutto il resto soffocano ogni beneficio che può avere dalla sua riflessio­ne. Il pianto accorato, provocato dall’ostilità dell’adulto e l’”ostilità dell’adulto”, lo riempie di panico facendo che, invece di riflettere sulla dinamica dell’incidente, ne ha paura e ne allontana il ricordo. Ripeterà sicuramente lo stesso errore e lo farà finché non lo avrà compreso. In realtà l’adulto ha nessun diritto di pu­nire il bambino. Ne come colpevole ne per vendicarsi della molestia ne per ragioni educative. La prima cosa da fare è sempre il conforto e poi una spiegazione comprensibile sulla dinamica dell’accaduto. Di solito il pianto cessa presto e l’interesse per le parole dell’adulto fa dimenti­care anche il dolore fisico. Valutare: nei bambini il piacere di com­prendere è molto superiore al dispiacere delle piccole disavventure. La loro coscienza critica è pigra ma non assente! Un rimprovero può, se necessario, ma non esagitato e solo dopo l’avvenuta comprensione del “fatto”. E reiterarlo, mai! Il conflitto con l’adulto, il suo “ombelico” con il mondo, è distruttivo! Normalmente nessun bambino piange o “stranisce” senza motivo anche se talvolta indagarlo può essere comprensibilmente difficile. Ma ciò che riduce lo sviluppo delle qualità potenziali della crescita interiore è la sensazione di mancata cooperazione, e quindi protezione, che percepisce dall’adulto indifferente. “Quando sarà grande capirà!” Sì! Forse capirà.. forse capirà troppo avanti del perché quella figura adulta non ispira fiducia traducendosi il tutto come “difficoltà di rapporto”. La giovane pianta cresciuta malaticcia non ricorda la negligente cura del fattore ma gli da scarni frutti. Il “ti sta bene” è una violenza che frena la maturazione sensoriale e la focalizzazione del ruolo dell’adulto. È un residuo di imbecillità strutturale del pensiero. Niente sta bene se non la punizione del reo. Che il bambino sicuramente non è.. l’adulto sì!


EMOTIVITA’ MOLESTA

La bellezza dell’universo, la perfezione delle sue forme e il fascino della vita in generale si combinano con una funzionale identificazione delle sue luci e dei suoi sassi. Non si deve insozzare la trasposizione con cui si identifica e descrive l’ambiente infettandola di emotività negativa (quella positiva va bene, ma discreta..). Essa è escremento dell’ intelletto.. deturpa il nostro giardino interiore e defrauda i nostri simili della loro libertà di percepire l’ambiente, pulito da ogni infezione intellettuale d’altri. I giornalisti, in particolare, dovrebbero evitare espressioni come il ponte della morte, l’autobus della morte, l’aereo della strage, il fiume assassino, la discoteca.. il cinema.. il mostro.. Spesso i riporti sono talmente ingolfati della loro “partecipazione” da risultare fin’anche imbarazzanti! Come si fa e sentire anche un “poveretti” quando il cronista ci ha “pianto” su? Qui sarà dura comunque! La tendenza sempre più ampia a mercificare l’informazione la renderà sempre più vulnerabile alla sofisticazione “soffice” fino alla vera bugia.. purché bene “infiocchettata”! Altri linguaggi che mi sembrano assurdi vengono dalla religione. È vero che Gesù “a cena” disse del pane questo è il mio corpo e del vino questo è il mio sangue ma poi i posteri ci hanno ricamato su costruendo una linguaggio “macelleria” che non risparmia una goccia di sangue ne osso. La religione aiuti l’umanità a coltivare la speranza senza porgli continuamente davanti i segni della morte. Senza costringerla ad onorarla. Per un’abbuffata nel truculento bastano i telegiornali e i documentari di attualità. L’invadenza emotiva, anche se talvolta comprensibile, è un’attentato alla libertà interiore e alla congruità esistenziale


FEDE O SCIENZA?

Alcuni popoli hanno fama di essere più portati alla violenza caratteriale, immoralità o efferatezza nella vita normale. Altri lavorano da “giapponesi” perché il loro credo si ferma al culto dei morti senza concepire un mondo dello spirito più articolato. Questo e altro viene dalle religioni. Ma non a ciò che portano.. a ciò che lasciano! Quando l’individuo se ne allontana. Il cristianesimo, stimolando la speranza di riscatto anche nel peccato, lascia, all’individuo che se ne allontana, un’intellettualità abbastanza elaborata da permettergli di interagire costruttivamente con l’ambiente e soddisfare la sua sete d’essere. Altre fedi calcano il loro valore nell’essere seguite alla lettera e le colpe, nel disobbedirle, invece che dal danno che il prossimo ne può avere. Sicché il fedele non essendo spronato a migliorare la qualità delle relazioni interpersonali non sviluppa la necessaria arguzia intellettuale e nel caso abbandoni la sua religione gli rimane istintualità più che riflessione. L’Islam è un esempio emblematico di questa dinamica. Gli arabi dell’età precristiana hanno dato all’umanità immense ricchezze del pensiero. La scrittura., i numeri, studi astronomici.. ma dopo la venuta di Maometto per loro conta solo seguire i dettami del Corano come unico valore e riscatto di vita. Il Corano, infatti, monopolizza il pensiero profondo del fedele lasciando poco spazio alla razionalità pura di cui la scienza si nutre. In compenso la saggezza esistenziale, sebbene di emanazione prettamente religiosa, è piuttosto efficace. Non che il cristianesimo sia tanto differente. Ma il perdono e l’amore anche per il “peccatore”, che lo caratterizzano, fanno che questi, pur allontanandosene, senta che il suo riscatto da qualche parte comunque c’è. Se sbaglia ne allontana il tempo ma le sue buone azioni, anche se non nel Suo nome, Lui le mette “a credito”. Di qui lo sviluppo di una scienza che si propone di migliorare le condizioni pratiche della vita a prescinderne l’origine. Divina o no! Se Dio c’è si ritrova l’umanità industriosa e in qualche modo felice. Se non c’è essa fa comunque del proprio meglio per esserlo. La religione ha sempre abiurato la scienza perché ritenuta rea di allontanare l’attenzione dal Creatore. Ma la usa eccome! Anche chi fa la danza della pioggia vende una mucca e prende l’aereo se deve mostrare la sua “genuinità” ai ricchi “senzadio” occidentali. Il punto forte definitivo del cristianesimo sta che il buon pastore non abbandona la sua pecorella smarrita.. La solitudine intellettuale non esiste dunque perché il pensiero cristiano, basato sull’amore incondizionato, non pone condanne definitive per nessuno. Anche Lucifero tornerà a Dio. Ma per ultimo! Dopo che avrà scontato tutta la sofferenza causata all’umanità. In definitiva le religioni costituiscono le gabbie che imbrigliano l’intelletto. Nell’edificarle i popoli pongono i limiti entro cui la fantasia può strutturarsi e il coraggio o, meglio, l’osare intellettuale si tempra.


VELENO INVISIBILE

È la tensione interiore che si crea quando una risorsa non può es­sere esattamente quantificata dall’intelletto, non utilizzata in tempi uti­li e i cui dati non sono subito “archiviabili” nel magazzino dei ricordi. Un traccia buia che “infila” i giorni come un filo le perle di una colla­na. Qui due casi tipo che la società può “disinnescare” ponendo precise regole. Assicurazioni! Spesso risulta impossibile stabilire, entro accettabili tolleranze, cosa e come esattamente viene assicurato. Il lin­guaggio risulta complicato e bisognoso di “traduzione”. In alcuni con­tratti viene espresso solo cosa non si assicura o cosa si assicura con molti sé e ma, oppure si offrono formule “tutti rischi” con annesso “tranne i casi fortuiti”.. quali! Insomma qui la fumosità è d’obbligo e lascia all’assicurazione indefiniti margini di discrezione nell’espletare il proprio dovere. Una spina interiore antipatica per chi spera in questa “ciambella di salvataggio”. Perché non è sicuro che, in caso di bisogno, sarà gonfia! Il timore di pagare per qualcosa la cui ef­ficacia può dimostrarsi solo “se accade” produce una tensione conti­nua che si rinnova con forza soprattutto nei giorni del pagamento dei premi ove il dilemma “è buono per me questo? O no!” si ripropone al­la mente sotto la pressione del sacrificio finanziario. Che questo timo­re possa essere infondato poco importa. Il problema è il “veleno”! Evi­tare quindi di firmare un contratto le cui clausole sono espresse con parole dolosamente equivoche che abbisognano di interpretazione (Vi è sempre un termine più semplice e diretto). Se nonostante la loquacità del venditore e l’abbondanza di spiegazioni scritte, ci rimane un dub­bio “ostinato”, diamoci tempo per riflettere e se riusciamo a identifi­care con precisione il “settore ambiguo” chiediamo allo stesso vendi­tore di aggiungere a mano, con grafia leggibile, la postilla necessaria. Se si rifiuta rifiutiamo anche noi. Altrimenti il dubbio di aver subito una fregatura e la rabbia di aver ceduto, mangeranno una parte della nostra felicità che nessuno, alla morale attuale, sa quantificare e risar­cire. Le tecniche commerciali abbondano di ausili letterari tipo “Psicologia di vendita”, “Tecniche di vendita” che trattano la gente come “polli da spennare” approfittando dei punti deboli della persona­lità. Classico: “creare bisogni che non si sa di possedere”. È giusto che il venditore venda altrimenti non guadagna lui e chi dietro di lui fino al costruttore del prodotto e gli operai e.., però noi non siano benefat­tori di qualcuno che se ne frega di noi ma tiene in mente solo “quote di mercato” e robe simili. Compriamo solo se serve quanto proposto e il rapporto qualità/prezzo appare positivo in tolleranze ragionevoli. Altri­menti ci accorgeremmo che quel tizio tanto gentile, che ci ha venduto un aggeggio che non ci serve, mostra di non conoscerci neppure. Eppure eravamo diventati quasi amici? Pagheremmo allora anche il doppio per non esserci fatti rifilare qualcosa che ci ricorderà una fregatura, una nostra debolezza, un’offesa alla nostra bontà d’ani­mo e via di seguito, finché non riusciremo a sbarazzarcene. Un filo in più di tristezza evitabile. Lotteria! Se si vince subito, bene. Se si vin­cerà mai, o mai abbastanza, il timore di usare soldi per niente e la tri­stezza di doversi ridurre alle speranze casuali per una vita meno soffer­ta, produce una tensione lunga nel tempo che deprime od annulla le energie creative proprie, necessarie per impreziosire la propria vita in morale ed etica. La lotteria segue lo stesso meccanismo di un fascicolo di biada appeso davanti alla testa dell’asino: non potrà che afferrarne pochi fili ma nel frattempo trama il carro per chilometri. E l’asino non va nutrito prima del viaggio pena il suo disinteresse per la biada appe­sa e conseguente riottosità nel trainare.. vorrà digerire prima.. il mo­tivo.. non credo che l’asino ami il padrone.. che lo chiama sempre asino.. va bene che lo è! Allora proprio perché lo è che si offende.. proprio come a scuola.. ma se un asino è un asino perché.. forse so­maro va meglio.. ma somari e asini non sono la stessa cosa? E no per­ché il somaro porta la soma invece l’asino non vuole!.. “Ma dove ha la testa lei? Parlava della lotteria!!” E non strilli! Divagavo! Allo stes­so modo nella lotteria si drenano montagne di denari dalla popolazio­ne, restituendo solo il necessario per mantenere vive inutili speranze. E come per l’asino la popolazione non deve stare bene altrimenti perde interesse alle (di)speranze casuali. Quindi alla lotteria! Se consideriamo importante il bene comune ciò è profondamente ingiusto perché la lotteria ferisce il principio dell’acquisire secondo la formula servizio reso servizio acquisito rompendo quella barriera morale che tiene la persona nell’ambito di una gestione positiva della sua funzione sociale. Ha un effetto dirompente su chi coltiva speranze incondizionate di ricchezza senza trovare la chiave produttiva per realizzarle. Questo sogno potente che scorribanda nell’immaginazione è uno dei traini che spinge molte persone a deviare nella via criminale dura, la sottrazione violenta ai danni del prossimo, o morbida, la truffa parziale nelle relazioni commerciali. La lotte­ria come oggi appare è diffusa soprattutto in società a “moralità parziale” dove non esiste il concetto di bene comune ma quello del “bene d’altri” che per loro peculiarità estetiche (un bambino biondo smagrito ci fa lo stesso effetto di uno negro nelle stesse condizioni?), storiche ed ambientali appare in “urgenza”. Di esempi possibili ve ne sono nume­rosi ma credo con questi due di avere evidenziato un meccanismo che identifica delle falle alla nostra nave della vita che, con un po’ di ac­cortezza, possiamo evitare. Quando la relazione tra l’investimento e il potenziale beneficio derivante contiene troppe varianti, o tolleranze in­definibili, conviene evitarlo. Bisogna evitare che condizioni di dipen­denza da incertezze o truffe potenziali (o furti parziali) condiscano la vita col “veleno invisibile”. Se non dominiamo gli eventi che ci ri­guardano qualcuno lo farà per noi a suo tornaconto! In un certificato di garanzia di un mobilificio di Essen-Borbeck si legge: “Il nostro ma­terasso, costruito con i migliori materiali, è garantito: un anno, per uso famiglia. Due mesi, per uso professionale.” Questa si che è chiarezza!


BESTIA NASCOSTA

L’infelice posizione relazionale della donna non è dovuta solo ai pregiudizi religiosi ma al sentimento ancestrale ereditato dal maschio dal suo antenato preistorico. E questo sentimento riguarda l’orgoglio derivante dalla forza fisica. Il nostro antenato, povero di comunicativa, riteneva la compagna dura d’orecchi. La prendeva per i capelli e lei capiva dalla direzione dove la tirava dove doveva andare.. è un cenno storico un pò approssimativo ma delucida.. delucida.. è chiaramente se c’era da prender botte.. Dunque per nonno gorilla.. dai che gli assomigliava parecchio.. la forza doveva essere un risorsa utile in ogni contesto relazionale. Ma coi tempi ha assunto un significato più ampio. È diventata un motivo di orgoglio e onore. Più forza, più vittorie e più onore. La debolezza acquisiva così un alone di disonore, di impotenza, di non valore. E chi erano inclusi in essa oltre le donne? I bambini.. Ci si chiede spesso perché i bambini e il diritto della donna siano stati così ignorati e asserviti ai desideri dell’uomo adulto fino ai nostri giorni. Qui si esagera mica! “Integerrimi” esseri umani sono pronti a difendere ogni infame che abbia commesso infamie su donne e bambini. Siamo al ventesimo trapassosecolo dopocristo! Un motivo può essere quella bestia ancestrale che domina ancora gli esseri umani. La pedofilia e la prostituzione femminile sono aberrazioni comportamentali legate al predominio della forza fisica del maschio adulto. Figlie, quindi, dei semplificati modelli relazionali arcaici che la religione ha mantenuti in blocco in quanto, svantaggiando la donna per motivi “divini”, ha indirettamente rivalutato il dominio della forza fisica su di lei. Sul debole! Ad esempio: È quasi tradizione glorificare il maschio che riesce a copulare con più donne possibili. Il deflorarle poi è per l’ammasso di ormoni come la conquista della cima più alta per l’alpinista. E come l’alpinista ridiscende rapidamente la cima, questi lascia la donna come se si liberasse di un fazzoletto usato. Ma chi tiene all’onore della donna e alla sua difesa, a parte, se lo vuole, lei stessa? I genitori! Solo essi. Ma l’assurdo è che spesso sono loro stessi ad incoraggiare i figli maschi a “predare” le donne libere o altrui per conquistare l’”onore”! Gli appassionati dei “sensi” fanno danni enormi nella società. Distruggono la fiducia sul prossimo in tante donne, sfasciano le famiglie, rendono infelici tanti figli che si ritrovano con i genitori separati, distribuiscono terribili malattie e talvolta, se senza donne a tiro, volgono l’attenzione sui bambini.. Nei dieci comandamenti si raccomanda di non desiderare la donna d’altri.. questo non è semplice moralismo ma un’esigenza di ogni società civile che per progredire ha bisogno di generazioni in salute. Ci risulta che ci siano leggi contro chi distrugge le famiglie per soddisfare la sua libidine? No! Sembra che qui la saggezza umana si sia lasciato un terreno franco di trasgressione. La pedofilia crea clamore solo quando la vittima muore o il reo viene ucciso per giustizia privata. Che mi sembra al momento la giustizia che più la colpisca. Nella società odierna non vi sono quelle qualità spirituali e culturali che permettano di acquisire l’importanza di difendere la donna e il bambino dalla “bestia ancestrale” che viene dal passato perché il degrado morale invade ogni branca sociale. Ma se la civiltà del ventesimo secolo non troverà le motivazioni per schiacciare la pedofilia e la prostituzione con i loro protettori il ventunesimo secolo potrebbe presentarsi come un grosso bidone per i rifiuti..

Lo spirito del tempo II

IL RAZZISMO

Devo sinceramente affermare di aver mai visto qualcuno rifiu­tato o detestato solo per il colore della sua pelle. In effetti anche il naso non andava e il sedere poi.. Ricominciamo. Devo sincera­mente affermare di aver mai visto qualcuno rifiutato o detestato solo per il colore della sua pelle. Ma alla radice del problema c’era la maleducazione della vittima, la sua mancanza di rispetto, la sua diso­nestà o mancanza di gratitudine verso la comunità ospitante oppure la aperta, manifesta antiteticità delle proprie convinzioni rispetto all’am­biente. Il razzismo è uno dei tabù del nostro tempo. Non tanto perché non si sappia cosa sia. Ma perché allo scopo di garantire “il diritto del debole” si sorvola su tutte le sue incongruenze comportamentali e con­seguenze sull’ambiente. Si parla tanto di difendere la sensibilità della donna, dei bambini, degli anziani, dei giovani ma quando in ballo c’è il diritto degli indigenti tutto il resto scompare. Anzi nessuno ha mai pensato ad istituire la figura della vecchietta da schippo? (Nel senso di schippabile). Oppure di appartamenti svaligiamos’? (Perché sempre il latino?) Oppure il contrabbandiere caritam (nel senso di carità a me). L’esperienza tedesca di ospitalità ha dimostrato che nonostante gli asi­lanti, immigrati per “fame”, immigranti e basta, siano mantenuti ad un livello di vita dignitoso, non basta a distoglierli dall’idea di dedicarsi al piccolo crimine e meno piccolo. Non è vero che si ruba solo per fa­me o bisogno ma perché piace. Perché non si rispetta il derubato e non si conosce altra tradizione se non acquisire ai danni del prossimo. Per­ché a volte la pancia è già piena e non si ha altro da fare. I governanti sanno ma ignorano. Perché il buon vicinato è importante, l’essere tol­leranti è bontà, aiutare il bisognoso è doveroso.. Ma allora se i costi sociali sono previsti, abbondantemente constatati ed accettati, perché non istituire le figure sopra menzionate? I nostri ospiti potreb­bero ricevere quanto abbisognano più una porzione di avventura. Legalizzando l’illegalità più diffusa si liberano le forze dell’ordine da impegni su cui solo la gente comune tiene. E la gente comune non si sa neanche per chi vota! Dunque? E visto che la maggior parte degli immigrati è di sesso maschile, viste le difficoltà di inserimento in tempi anche lunghi hanno pensato i nostri “santi”, pro­motori del benvenuto ad ogni costo, a come soddisfare le loro esigenze “sacROSAnte” gratuitamente? Non sarebbe il caso di istituire una fi­gura ad hoc anche qui? Il razzismo è un carro pieno di ipocrisia traina­to dall’ignoranza e la malafede. Il razzista è colui che costringe gli al­tri a soffrire per le sue idee e le sue scelte: i cultori della solidarietà a tutti i costi (Della propria gente). Dietro il razzismo si nasconde l’inca­pacità di inquadrare i diritti umani in una comprensione morale basata su chiari principi. Non ho mai visto persone civili, a prescindere dal colore della pelle, venire svantaggiati senza colpa. Tempo fa ebbi mo­do di osservare alcuni bambini, tra cui uno negro, giocare al pallone. Il bambino di colore, di statura maggiore dei compagni (di scuola), si di­vertiva a dare calci sui loro stinchi, più che al pallone, facendone pian­gere più d’uno. Improvvisamente ne prendeva uno e lo spingeva per terra ridendo e dicendo: “cristi bastardi dovete morire”. Attualmente mi sembra che non lo abbiano volentieri nei loro giochi. E immagino come siano tranquilli i loro genitori, almeno coloro che hanno saputo dai figli del tipo di intenzione affettiva presente nel “fratello africano”. Ciò che divide non è il colore della pelle ma l’educazione e le convin­zioni. Sicuramente quasi tutti saranno d’accordo sull’educazione. E le convinzioni? Semplifichiamo. Come può un daino che ama il sapore e l’odore fresco dell’erba nuova convi­vere con una bestia carnivora odorante di sangue? Nel creato sono ne­cessari entrambi ma a loro è riconosciuto il diritto all’intimità territo­riale. E se una iena decidesse di cibarsi solo di erba sarebbe accettata tra i daini? Sicuramente!


BARRIERE E BARRICATE

Nell’ infanzia leggevo frequentemente giornalini di guerra. Non perché mi affascinasse la violenza ma i mezzi tecnici come gli ae­roplani, le navi ed altro che i disegnatori magistralmente rappresenta­vano in dinamiche immagini. Dopo qualche anno di appassionanti let­ture cominciai a sentire un acuto disagio che freddava il mio entusia­smo. Compresi che i personaggi protagonisti erano esseri umani esisti­ti e rappresentavano genti e nazioni esistenti nella realtà susseguente la guerra. Questa maturata percezione rese evidente qualco­sa cui fino ad allora non avevo dato peso. I cattivi erano sempre i soldati tedeschi che finivano sempre sconfitti dai combattenti alleati. Quando questo particolare si impose sulla dinamica tecnica della guerra, che tanto mi appassionava, smisi di leggere fumetti di guerra. Mi proposi però di conoscere il popolo tedesco. Dovevo accertare di persona se era stato così malvagio come veniva rappresentato. Ero nella scuola media di terza. Negli anni seguenti conobbi altri parti­colari che interessavano la storia tedesca come la persecuzione degli ebrei. All’età di ventotto anni colsi l’occasione di un periodo denso di complicazioni professionali per cambiare aria. Mi ricordai dei giornalini di guerra e decisi di andare in Germania ove finalmente avrei potuto soddisfare il mio desiderio di assodare di persona la “cat­tiveria” del popolo tedesco. Naturalmente si presentò ben’altro. I tede­schi mi apparivano corretti, gioviali, ordinati e, in generale, dotati di omogenea bellezza estetica. Ero affascinato da questa so­cietà nuova da cui, e mi parve subito evidente, c’era molto da imparare e fare amicizia mi veniva facile e spontaneo. In retrospettiva c’era sempre il desiderio di carpire un commento sul passato. Insomma vo­levo sapere del perché il popolo tedesco aveva “odiato” un popolo in particolare nella retrospettiva di una guerra che era scaturita più da una dinamica di fattori che da volontà precise dei contendenti. Il mio ripor­to è basato tutto su opinioni e commenti, di an­ziani, raccolti in strada. Le generazioni del dopo sono restie ad impan­tanarsi nel tema. Frasi pronunciate senza rancore e odio per nes­suno. Solo che a noi italiani un calcione lo darebbero volentieri! “..e non si capisce proprio come avete combattuto!!” Non sapevo cosa ri­spondere. Glissavo. Eppoi il nostro revisionismo è iniziato da poco. Ma passiamo al tema. Ovvero il sunto della mia piccola ricerca perso­nale condotta in pantofole di pelo!. Come dicono i tedeschi, quando si vuole ottenere qualcosa ma con molta prudenza. Ovvero non chiedevo espressamente ma speravo di raccogliere confidenze genuine e sponta­nee come delle riminescenze. Volevo raccogliere spezzoni di anima di un popolo che ama la qualità fino al fanatismo e odia la sciatteria con la stessa intensità. Volevo capire se i romani del ventesimo secolo avessero trovato negli ebrei i loro cartaginesi. I nemici mortali. Come si può odiare al punto di agire estromettendo ogni senti­mento? Desiderarne l’estinzione totale come i romani desideravano per i cartaginesi? E possibile paragonare queste due situazioni stori­che? Non del tutto. Ma qualche affinità c’è. Già negli anni ‘20 era opinione diffusa che gli ebrei fossero troppo ricchi e troppi da costituire un pericolo per lo svi­luppo della società. L’attitudine di gestire le risorse, nell’intimo dei correligionari e l’ef­ficienza, sommata al grande spirito di corpo, intimoriva. La forza eco­nomica nelle loro mani avrebbe potuto monopolizzare e influenzare, in misura inaccettabile, non solo l’economia ma la cultura generale a danno di quella cristiana. Che fossero antipatici per la loro vita settaria, vivessero in una società di cui non riconoscessero il fondatore morale (ed averne provocato la morte d’altra parte), prendessero quasi sempre posizioni politiche contrarie al lato cristiano e mostrassero in­curanza dei sospetti a loro carico, non deve essere stato il motore so­stanziale dei tragici fatti successivi, ma sicuramente una concime an­cestrale che li avrebbe favoriti. E non solo in Germania ma in tutto il mondo cristiano. Hitler era convinto che fosse necessario liberare il cristianesimo da un’influenza crescente che avrebbe potuto strangolar­lo attraverso il ricatto dell’economia. Ma l’uomo della strada sicura­mente non svernava in tali vette ideologiche. Gli bastava vedere i ric­chi affari degli ebrei e la sua nazione tribolante per detestare. Il senti­mento popolare e il generale sospetto “storico” dei cristiani verso gli ebrei avrebbe costituito una sorta di giustificazione alla scelta di Hitler verso una soluzione drastica. La Germania si trovava in un contesto economico drammatico a causa delle sanzioni ed una guerra recente alle spalle. Può ben comprendersi come emozioni e sentimenti subisse­ro una tragica amplificazione. Agli ebrei fu chiesto molti anni prima della guerra di lasciare la Germania. Ma una ragionevole spiegazione sull’olocausto può essere quella che considera una convergenza di sfortunate circostanze. Gli ebrei non avevano una rappresentanza autorevole impegnata al dialogo con il resto della società. Forse non lo ritenevano necessario vista la presunta unicità del loro destino. La società multitutto è un’invenzione di questi anni. Allora per il diverso non c’era appello. Ma se la Germania avesse avuto una situazione economica felice non si sarebbe neanche arrivati alla guerra. Invece di un austriaco baffuto avrebbero scelto un panciuto prussiano, altrettanto baffuto, come guida. È noto che la pancia piena non favorisce indoli e propositi guerrieri. La dinamica della guerra, quando mossa da indigenze, abbisogna di torti veri o sup­posti, rancori, sete di rivalsa e greve malumore diffuso nella società. I tedeschi si trovarono con pochissimi amici, tanti guai ed ospiti non amati su cui poté essere facile riversare “reconditi” capri espiatori. Gli ebrei furono come topolini sorpresi in una carica di elefanti. Nel crogiolo finale di un’epoca erano la parte più debole. Perché in una posi­zione indefinibile nella sua criticità culturale e storica. Erano nella mischia ma senza un ruolo. E senza un qualsivoglia legame nella contesa. Ma erano ospiti in una società il cui fondatore morale Gesù Cristo non era stato da loro riconosciuto e ritenuti rei non pentiti della sua morte. Il mondo cristiano è uscito dalla seconda guerra mondiale guardandosi le mani e stupendo che vi fosse tanto sangue. E ha cercato di rimediare. Sarebbe sorto lo stato di Israele (ai costi territoriali degli arabi che a tutt’oggi mostrano qualche disappunto) senza la volontà e la protezione dei cristiani? E sopravvissuto? La sua gente sarebbe così benestante oggi senza l’accoglienza cristia­na? Chiediamo perdono ai figli di Israele! Ma esigiamo impegno, dai figli di Israele, di rispettare e supportare i cristiani e il mondo cristia­no ovunque si manifesti perché solo in esso esiste per loro possibilità di dignitosa sopravvivenza. E godono tutt’ora di risarcimenti in varie forme. Soprattutto economiche: la Germania non acquista un’arancia siciliana se Israele ne ha ancora. I banchi di pegno privati in tutto il mondo sono professioni a loro predilette e favoriti dal “tacito” cristiano. Due tra innumerevoli esempi! Difficile che un ebreo in terra cristiana non abbia di che vivere. Lo spauracchio dell’antisemitismo gli apre tutte le porte. Difficile trovare nella storia, una trage­dia che abbia fruttato ai discendenti (o sopravvissuti se preferito) un futuro così florido, come I”’olocausto” giudaico. Ma la seconda guerra mondiale ha portato tragedie di ben superiore portata. I quaranta anni di dittature comuniste in mezzo mondo tra queste. I cristiani non riu­sciranno facilmente a risarcire le decine di milioni di morti di cui sono indirettamente responsabili per aver ucciso il “porco sbagliato” (Chur­chill a Yalta) e le centinaia di milioni di vite distrutte nello spirito e nel corpo. Più sbadati dei cristiani nel ventesimo secolo è difficile trovar­ne. Concentrati nell’eliminare il lupo cristiano autoritario, creato dalle loro politiche stupidamente tragiche, scoprirono troppo tardi di sangui­nane jene che infestavano i boschi lontani con i risultati che conosciamo. E andata anche troppo bene. Grazie ad uno degli uomini che la ci­viltà ha motivo di ringraziare finché esiste. Il Sig. Gorbaciov. Questo Signore ha impedito che Abele venisse ucciso per la terza volta. Gui­dando e ispirando Caino affamato a conquistare il proprio benessere ri­gettando il desiderio di uccidere Abele per occupare i suoi pascoli. I cristiani, promossi con la sufficienza, guidano oggi il mondo ma un primo della classe migliore deve ancora essere formato. Chiedano perdono i cristiani per le colpe recenti di antiche radici. Chiedano perdono gli ebrei per le colpe di un passato lontano, affinché smetta di precederci. E insieme dimentichino. Perché solo così potranno guadagnare vittoriosi il futuro, proteggendolo dalla scandalosa bestia che viene dal passato. Una bestia di nome Ba­rabba*, che entrambi li insidia.. e l’uno volle e l’altro non si oppose.. che imperversasse nelle praterie del tempo.. patto stolto per un se­guito tragico. Si diraderanno le nebbie del male e il futuro apparirà, come sognato dal giusto, senza più barriere nel cuore e barricate edificate dalla paura del buio.

*Barabba simbolizza la perduta unità dei popoli in Gesù a causa della morte del Messia. Dicono i mussulmani che se Gesù fosse stato seguito non ci sarebbe stata la venuta di Maometto e adesso sarebbero anche loro cristiani. Lo sarebbero rimasti! Maometto viene per correggere le distorsioni interpretative e modifiche che i posteri apportano agli scritti relativi al piano divino con Gesù. E, naturalmente, per ovviare al danno della sfortunata fine della missione di Gesù. Sembra dunque che, scegliendo il “salvando” nella persona di Barabba, gli ebrei concausano (la prima causa è la volontà di liberarsene) la morte di Gesù e, indirettamente, la nascita dell’Islam. Barabba, che sopravvisse al costo della morte di Gesù, simbolizza, così, la “diaspora” di sempre, tra cristiani, mussulmani ed ebrei, che ne conseguì. Il mondo potrebbe inciampare nel prossimo Nerone a causa di questo irrisolto, e spero non irrisolvibile, “inghippo” storico. Da quanto esposto ne risolvo che i tre fratelli della stirpe di Abramo, più che desiderare per l’un l’altro l’annullamento “fratricida”, debbano ritrovarsi, riconoscere le proprie colpe, farsi tante scuse e.. ricominciare! Il Dio che dichiarano che sia in cima alle loro priorità non può che desiderare questo.



IL CALCOLO DELLE PROBABILITÀ

..a modo mio. Famoso riferimento in tema fu quello di Gesù: È più facile che un cammello passi attraverso la cruna di un ago che un ric­co entri nel regno dei cieli. Si potrebbe obiettare che forse Gesù non parlava di un cammello sano. Aggiustandolo forse.. Dunque ci sono quelle cose che potrebbero accadere ogni milione di ricorsi della stes­sa circostanza quindi se siamo realisti meglio non pensarci affatto. Ma a me è successo due volte. A sei anni mio padre mi comprò una bici­cletta. Cominciai a guidarla aiutando l’equilibrio con le gambe finché potevo reggermi senza. Ma la prima caduta era in agguato e avvenne mentre percorrevo la strada in salita. Lo sterzo si girò e capitombolai in avanti verso la cunetta. Mi ritrovai dentro un tombino di scolo. Mi sembra che ve ne fossero pochissimi e a buona distanza. Ma la mia prima caduta, improvvisa, me ne fece visitare uno. Mi ritrovai con la testa tra le foglie secche raccoltesi nel fondo durante le piogge. La se­conda situazione è difficile da credere al punto che mi impressionò per molto tempo. Avevo circa sette anni. Mio padre andò dal medico in paese e mi porto con sé. La casa del dottore era circondata da molto spazio con prato e ulivi. Alcuni bambini giocavano in allegria tra cui il figliolo del dottore, forse di età minore. Allora, come spesso nella mia vita, ero su di peso e, comprensibilmente, gli altri bambini non perdevano occasione di prendermi in giro. Così fece il figlio del dottore ed io mi arrabbiai moltissimo da piangerne. Vicino la casa c’era un’altra abitazione in due piani più il tetto. I bambini, correndo vi si portarono dietro. Io, ferito nell’orgoglio, cedetti ad un innocuo (credevo) gesto di stizza. Raccolsi un solido sas­solino e lo lanciai oltre il tetto. Sentii subito delle grida di dolore. Mi Stupii pensando che fosse alquanto improbabile che il mio sasso potesse colpire qualcuno. Invece il figlio del dottore, reo di avermi preso in giro, fu colpito nel posto classico dove si pensa possa riceversi una sassata. In alto su un lato della fronte. Mio padre mi sgridò severamente ma non mi picchiò, forse perché riuscii a spiegare con buona freddezza quello che appariva incredibile e un po’ dubbioso (ma che era suc­cesso). Certamente quando gli adulti arrivarono videro solo la ferita sanguinante del bambino che piangeva a dirotto. E che mi accusava! Sentiva che ero stato io? La cosa mi fece molto pensare. Non sono mai stato un bambino vivace. Mia madre mori per un colpo di sole quando avevo sette anni. Fatti molto pesanti da interiorizzare per la mia età. Ma quel sasso che, volando a dieci metri sopra un tetto, intercettò un bambino detestato che correva insieme ad altri fuori dalla mia vista e percezione senso­riale, mi tolse una piccola parte della mia infanzia. In quella circostan­za la possibilità sul milione non era solo un modo di dire. Capitò ciò cui nessuno avrebbe scommesso un soldo. Il calcolo delle probabilità? Non fare mai cose sbagliate anche se hanno solo il silenzio come testi­mone. La possibilità sul milione che il male conseguente vada a segno da qualche parte potrebbe essere molto vicina alla nostra mano.. ignorata dal cuore.


LA NONVIOLENZA

L’ovvietà più ovvia: la nonviolenza! Rinuncia a difendersi con la forza, pur se le circostanze lo richiedono e si è in diritto legittimo di difesa. Rinuncia anche a difendere gli altri. E questo non mi sembra eroico. Se un soldato preferisce morire, senza aver fatto male ad alcu­no, è moralmente accettabile... se l’esercito in cui milita agisce per un acchiarato scopo banditesco. Ma se il suo inutile (agli altri) sacrificio fa perdere la battaglia e dilagare il nemico nella sua terra allora.., non gli faranno il monumento! Se nella storia tutti gli aggrediti avessero ri­nunciato a difendersi non avremmo avuto i popoli forti, protettori e diffusori della cultura ellenica e cristiana come i greci, i romani e gli inglesi. Capaci di dominare per lunghi periodi fungendo così da canali di travaso per le loro culture vincenti. Non sapremmo chi fosse Gesù Cristo, né perché fosse venuto. Non ci sarebbe stato un popolo eletto. Il riscatto del lato femminile sarebbe ancora da concepire.. Forse Dio avrebbe rinunciato a creare.. Mi sembra abbastanza per ciò che ci preme. Ma aggiungiamo: nessuna morale del bene e del male, giusto o sbagliato, diritto e dovere.. Perché anche la sanzione e la correzione forzata sono violenze alla libera volontà, benché potenzialmente traviata, dell’individuo. Non essendoci alcun tipo di educazione “attiva”, tramite imposizione disciplinare, verrebbe a dissolversi ogni possibilità di strutturazione morale basata sui concetti menzionati. I giovani “nonviolenti”, rifiu­tando di battersi, perdono infine interesse a discernere moralmente gli eventi e cadono inevitabilmente vittime della droga, le “paci” chimiche e ormonali, perché svuotati dentro. Dopodiché diventano “tuttoviolenti” contro la solita società “borghese” ritenuta di averli fregati. Non violenza è un assurdo che non trova ubicazione logica in un’ ambiente che lotta per raggiungere la giustizia di relazione. Questa lotta è il risultato di un pro­cesso conflittuale estremo, che avviene dopo tentativi me­no agitati, e non il processo stesso. L’esistenza, certo, ricerca una rela­zione non violenta, come giustissimo che sia però.. qui ci vuole un al­tro libro.. Insomma anch’io odio la violenza e mi secca così tanto ve­dere migliaia di persone che cercano di arginare un fiume che vuole straripare! È così bello vedere intere pianure, villaggi e centinaia di fattorie allagate, letamai e sederi domestici che non flatulano più e via bagnando.. Anche il fiume ha diritto di liberarsi anzitempo di tanta acqua che nubi criminali gli hanno alleggerito! Dunque! Anch’io con­cepisco la non violenza assoluta! L’unico fatto che non riesco ancora ad accettare è che, indossata giacca e cravatta per un appuntamento importante, mi vedo “centrato” da un piccione in centro. Potessi pren­derlo, lo farei arrosto.. ognuno ha i suoi limiti! Molti strillano alla non violenza, ma pochi sono veramente coerenti, così ho pensato di proporre il decalogo del nonviolento professionista: Non sottrarsi con la fuga a rapine, scippi e violenze varie. Non nascondere portafogli, preziosi e simili ma offrire prontamente. Non urlare, l’ag­gressore può spaventarsi! Non criticare il reo, è violenza psicologica! Non dire no! Obbedire al “vento” del momento. Non rubare ma lavo­rare! Perdere soldi propri e sudati è vera gloria! Ispirare il prossimo a concedersi: perdere insieme è un conforto in più! Insegnare la non vio­lenza alle autorità: basta prigioni e banche sorvegliate! Offrire la guan­cia, l’altra e i glutei.. per molti sono la stessa cosa! Farsi cucire una chiusura lampo anche “dietro”, il bisogno non aspetta! Però: se il “santo” non condivide anche una delle succitate regole, perde la sua integrità “non” e passa alla categoria dei “guerrafondai”! Contro il ma­le per salvare il bene non è questione di violenza ma di giustizia!IL MULTIETNICO (1997)

Il problema del multietnico condivide le sue dinamiche con il multirazziale. Nel multietnico concorrono principalmente fattori religiosi e culturali. La religione è senza dubbio la radice di ogni cultura e quando i conflitti toccano temi prettamente religiosi il fuoco è già acceso e la miccia brucia. La religione, “ricerca di Dio”, richiama le radici remote dell’individuo. E tutto il travaglio dei propri avi nel difendere i tesori acquisiti. Capire Dio significa capire se stessi. Ma l’uomo non può capire se stesso senza ca­pire Dio. Il Dio controverso che “crediamo” di conoscere è lo specchio più avanzato che abbiamo per identificarci. È questo che ci spinge a rea­gire quando il bagaglio culturale religioso in cui crediamo viene messo in discussione od offeso. I cristiani rispettano la vita in tutti i suoi aspetti e convinzioni. Non è così presso le altre fedi. Ho visto, in Germania, giova­ni arabi fare pesanti osceni gesti verso bambini tedeschi. Già i pedofili preoccupano, sentire che migliaia di persone sono potenzialmente un pericolo per i propri figli genera sentimenti molto più forti. Molti ge­nitori tedeschi lamentano che i loro figli vengono picchiati a scuola dai bambini arabi. Ed è noto che i loro genitori li educano strettamente agli insegnamenti del Corano fin da piccoli, inculcando il senso di rispetto solo per il mondo mussulmano. Solo chi porta “paraocchi” mentali può igno­rare questa realtà. Il bagaglio morale e culturale ha bisogno di un conte­nitore per essere preservato. Questo contenitore è costituito da tradi­zioni che hanno bisogno di una terra nella quale identificarsi e alla quale appartenere. Si desume così che un tessuto etnico omogeneo è in­dispensabile per una società civile di successo. Giacché ciò che si fa non va riportato solo alla soddisfazione delle proprie esigenze materiali, ma al desiderio di contribuire al meccanismo sociale. E se l’individuo non ama la società in cui vive, perché non vi si riconosce, non riesce ad esprimere pienamente la sua creatività potenziale. Le genti di religioni antitetiche al cristianesimo premono affinché la nostra società diventi multiculturale, multietnica, multirazziale perché a loro fa comodo. Però si guardano bene dal permettere alle loro società di diventarlo. Se i pro­cessi attuali di “misturazione” etnica continueranno, noi cristiani ci troveremo presto senza una “patria”, senza un futuro per i nostri figli come “cristianamente” lo intendiamo e con un invalicabile odio interetnico che ci toglierà il resto della voglia di aiutare il terzo mondo. Immaginiamo come un nostro insegnante potrebbe presentare la vittoria dei romani a Zama o della coalizione europea a Lepanto! La manterebbe di gloria della nostra civiltà, in una classe mul­tietnica, multireligiosa e multitutto? Col rischio di fomentare pericolo­sissimi odi? E i nostri figli di cosa verrebbero invogliati ad essere orgo­gliosi? Avremo anche noi scuole “americane”? Dove, fin dalla tenera età, qualcuno ci va con armi bianche e da fuoco? Questa problematica è ri­solvibile solo rinunciando ad ogni vanto storicoreligioso e, siccome gli ospiti non lo fanno, dovremo farlo noi. Sarà la fine della nostra cultura! Chiediamoci se questo è il corso per un mondo migliore e se è questa la via per risolvere veramente il problema della fame mondiale. Tenendo ben presente che l’emigrazione copiosa per ragioni economiche, da una terra molto povera, danneggia soprattutto questa terra in quanto gli to­glie denaro prezioso per l’espatrio, forza lavoro e spirito di unità. Questo blocca sul nascere qualsiasi possibilità, di avviare un meccanismo socia­le funzionale. Di la le terre si spopolano e di qui si saturano. Di la si desertificano e di qui si intasano. E basta con la solfa che gli immigrati sostituiscono una popolazione in regresso numerico. Se qui si fanno pochi figli si deve che non si vuole farli per poi vederseli strappare da una società misera di valori a causa di una religiosità fuori tempo e una criminalità di cui l’immigrazione è ormai la causa primaria. L’immigrato povero, del nostro tempo, avrà un così grande rimorso che peserà sui suoi figli per troppo tempo a venire. La sua terra, quella armata di coraggio e rimasta a lottare, non lo perdonerà mai. C’è chi dice che le rimesse degli immigrati aiutano le loro famiglie e le loro comunità. E un’illusione assurda! Si guardi il nostro meridione. Si è evoluto con le rimesse degli italoamericani? Neanche un poco. Si guar­dino le regioni centrali come il Lazio, l’Abruzzo, la Toscana e l’Umbria dove il fenomeno emigrazione è stato ed è trascurabile. Anche senza grosse industrie l’economia è cresciuta degnamente e la microeconomia è in ottima salute. L’emigrazione distrugge proprio la microeconomia! Quella che, se non garantisce la ricchezza estrema, sfama il popolo orgo­glioso che sa costruirla con l’unità. La microeconomia è la “microflora” e la “microfauna” economica della società. Va dalla carta igenica al veicolo, dalla farina alla pentola, dal medicinale alla televisione.. Prodotti indigeni o no, importante è che movimentino l’economia interna “affamandola” di personale specializzato. Se manca la microeconomia, come accade al terreno, non cresce più niente. E poi, se riescono a spendere migliaia di dollari per emigrare non sono certo i poveri che se ne vanno, ma i più furbi ed egoisti! E, spesso, coloro che hanno ricevuto dai missionari il “dono” della cultura europea, tanto apprezzata nei risvolti economici, ma.. da investire nel loro popolo. Gli immigranti dovrebbero ben soppesare le conseguenze del loro egoismo sociale. Una casa, benché umile, se di­strutta va ricostruita daccapo. Certo! Entrando nella casa altrui evitano di ricostruire quella che lasciano rovinare ma.. le leggi dello spirito non le cambiano i politici disonesti! E queste leggi vorranno un tributo di sofferenza per consentire il perdono. Tempo ce n’è: l’eternità! Basta considerare le radici storiche dei conflitti d’oggi. Si perdono nel passato più remoto. L’occidente si avvia a conquistarsi una seconda diaspora ne­gra come negli Stati Uniti! E come questi pagherà caro l’errore prima che ripiani. L’interetnico funziona solo nella relazione personale controllata, perché tra persone scopertesi compatibili. Tra popoli è solo tragedia senza fine. I problemi multietnici, per il paese ospitante, posso­no risolversi solo con la completa integrazione degli ospiti nel panorama religioso e culturale. Conversione religiosa. Oppure, che ognuno creda e viva come vuole ma nella propria terra di origine e cultura. Il resto sono solo incoerenti scemenze di intellettuali disonesti. “L’egoismo dei singoli è la tragedia delle moltitudini

ADAMO ED EVA

Supposizioni, supposte supponibili, sul tema dei temi. Sono esistiti? Chi dice sì, chi dice no e chi dice forse. E se fossero veramente esistiti sarebbe Eva una costola di Adamo? Andiamo per gradi. Dopo aver fatto gli animali il Creatore si rese conto che occorreva una scala dimensionale adatta al futuro dominatore del pianeta. I dinosauri era­no troppo grandi e pesanti rispetto alla topografia che si andava idealmente delineando sulla crosta terrestre. Mi spiego! Ognu­no è stato battezzato da audaci piccioni, depositando qualche grammo di fortuna sui capelli o vestiti. Mi chiedo: se i volatili fossero grossi come i sauri del giurassico e le fortune ammontassero a tre o quattro­cento chili, come ce la saremmo cavata nei battesimi? Non oso pen­sarci. Ci pensi Lei. Dunque il Creatore dovette introdurre i due eroi in un momento in cui gli animali fossero di grandezza relativa compati­bile altrimenti sarebbero scomparsi prima di mangiare la “mela”, come chicchi di granturco beccato dalle galline o sotto una grossa “fortuna fumante” di sauro volante. Dunque deciso il periodo si trattava delle modalità di introduzione. Farlo con un paffss? No! Troppo facile. Conveniva forse migliorare una scimmia oppure fare una specie paral­lela simile ma con capacità ampie di sviluppo. La scelta cadde sicura­mente su quest’ultima via. Altrimenti non si spiegherebbe del perché la scimmia non abbia proseguito lo sviluppo. Una specie fortemente imparentata ma a se stante. E il momento “sapiens”? Può essere anda­ta come ai gorilla del film Odissea 2001 dove uno di loro scopre, di un osso, un’ uso offensivo e quindi la riflessione. Oppure con la scoperta della forchetta.. ma in tal caso i cinesi non avrebbero spe­ranze.. Ma potrebbe essere un pomodoro maturo la nascita della ci­viltà! ..Cosa? Lo so.. loo.. sso che lo portò Colombo ma il pomodo­ro mi piace e ce lo metto! Dunque! Il giovane Antenato scopre che questo, oltre ad essere saporito, se spiaccicato sulla faccia del compa­gno fa divertire lui e arrabbiare l’altro. Un gioco di emozioni è già ci­viltà!! (motto giovanile) Il nostro antenato se la fila inseguito dall’in­ferocito compagno finché questi demorde nel broncio dello smacco e rimanda la rivalsa. Il novello creativo vaga afferrando qualche pomo­doro qua e la finché vede, sulla riva di un torrente, una giovane gra­ziosissima consimile. Un po’ per assodarne la reazione un po’ per at­taccar bottone, pardon pelo, si avvicina discreto e mentre Lei si gira guardinga.. spapf! Pomodoro sul muso. La signorina rimane immobi­le, sorpresa. Lui la guarda curioso e poi scoppiano a ridere di gusto. Quindi vanno alle piante dei pomodori, si mettono l’una di fronte all’altro e.. spapf! Spapf! Spapf! L’indomani, svegli dopo una profonda dormita tra un diffuso odore di pomodoro, si incamminano nella fore­sta. Ed ecco una radura erbosa con dei floridi alberi. Si inoltrano briosi. Una voce gradevole ma perentoria interrompe il loro avanzare. “Ahò! Pomodori sì ma mele.. no!” E perché? “Le mele non sono ma­ture, fanno male. “ Ma un serpente sull’albero sibilla sornione: “mangiate, mangiate.. quello è bacchettone, fosse per Lui saremmo alla fa­me.” Propensa Eva, mangiarono infine tutti e due. Dolori di stomaco a non finire e uno strano desiderio di coprirsi i pipì. “Perché vi siete coperti?” Sò e mosche! Si sa come poi andò. Bruciata la giovinezza prima del tempo e compromessi i piani del creatore, i novelli accultu­rati scoprirono la sofferenza e il conflitto. Il resto è storia di ieri l’altro e oggi. Può darsi che un essere somigliante alla scimmia e giunto allo stadio ultimo di istintivo sviluppo potenziale, abbia fatto un salto di qualità. Un caso fortuito o provocato da Dio o gli angeli su Suo or­dine. Potrebbe anche essere uno sviluppo naturale di livello supe­riore, negato a tutti gli altri animali, e concesso all’uomo per via di una fortunata morfologia psicosomatica che il perfezionamento natu­rale avrebbe prodotto prima o poi. Un po’ come la torre bolognese de­gli Asinelli: meglio impostata, andò più su! Ma, in definitiva, l’essere umano è idealmente conformato per vivere in una natura come quella terrestre. Ciò definisce senza margini di errore che, anche senza l’in­tervento divino, il nostro pianeta l’avrebbe plasmato comunque. E che in ogni altro ipotetico pianeta con la stessa materia e le stesse condizioni climatiche, verrebbe ad esistere lo stesso identico individuo. Visto che la sua morfologia, biologia e psiche sono ideali per interagirvi. Nel saggio Mondi espongo in dettaglio il mio pensiero. Il resto sono solo ipotesi che scaturiscono dalla nostra cultura storica ma è bene coltivarle e le coltiviamo. Nella Bibbia si menziona che Dio parla agli an­geli evocando la creazione di un essere che sia uguale a Lui e a loro. Dunque su queste analogie di sembianze e sostanza tra Dio, angeli e uomini, non vedo ragionevoli estrapolazioni di simbolismi. Mentre la mela rappresenta un’unione sensuale tra Eva e l’angelo, e poi tra Lei e Adamo, il riferimento di Dio sull’aspetto dei creandi lascia pochi mar­gini di interpretazione. Esisteva ed esiste, dunque, un’altra civiltà di es­seri identici a noi? A rigor di Bibbia.. sì! In essa è rac­chiusa l’essenza umana in tutti gli aspetti con grande completezza e non si dovrebbe dubitare. Si evince anche, dal racconto della Genesi, che i due “primissimi” non fossero soli ma avessero consimili ed è in questo contesto che i “figli” di Adamo ed Eva avrebbero trovato le mogli. Perché è improbabile che Caino avesse incestato con la madre per procreare e la Bibbia parla chiaramente di una moglie per Caino e, prima ancora, che egli potesse venire ucciso da “altri” per il suo delitto. La sua successiva sistemazione “nella terra di Nog a oriente di Eden lontano dal Signore” mostra che vi era di già un bel po’ di gente, tutt’altro che selvaggia, nei paragi. E i due precursori dell’umanità “attuale” potevano aver vissuto benissimo in una civiltà dove era già presente un grado di evoluzione non necessariamente embrionale ma tecnologico avanzato. In fondo in Ezechiele si racconta di un’apparizione che sicuramente è un mezzo tecnico volante. Oppure il Creatore si divertiva ad impres­sionare la gente con trucchi pirotecnici? Essi avrebbero dovuto costituire la prima cellula di una nuova stirpe moralmente superiore. Questo processo fu disturbato e distrutto da Lucifero, il capo degli angeli, che si innamorò di Eva rubandone l’amore ad Adamo prima che il processo potesse completarsi. Questo si evince dal fatto che Lucife­ro pagò le conseguenze del fallimento nel “giardino” più pesantemen­te degli altri due. Quindi la sua non fu solo una tentazione ma un’azio­ne sentimentale egoista. E Caino potrebbe essere addirittura Suo fi­glio. Del suo seme. E questo combinerebbe con tutta la retorica che indica l’umanità “figlia” del male di Satana. Perché Dio lo lasciò fa­re è difficile da sondare. E non ci sarebbe comunque di aiuto a miglio­rare la nostra condizione. Il non escludere una civiltà avanzata nei tempi di Adamo ed Eva mi viene motivato dal fatto che dopo l’uccisione di Abele vi è un tempo dove i ritmi vitali sono enormemente espansi e vissuti da individui dalla vita lunghissima. Credo che sia una simbologia per indicare un periodo arcaico di transizione, abitato da genti abbruttite su cui Dio non può lavorare, che prelude una rinascita di civiltà. Insomma Lucifero e Adamo ed Eva potrebbero rappresentare due civiltà, l’una in declino e l’altra emergente, che lottano l’una per sopravvivere e l’altra per conquistarsi il futuro. La prima, sempre che sia così, purtroppo vince e trasmette al futuro i rantoli della sua agonizzante civiltà! E il Padreterno deve ricominciare! Consideriamo che le diverse migliaia di anni che ci separerebbero dai tempi storici di “Adamo ed Eva” bastano per cancellare qualsiasi traccia di civiltà contemporanee avanzate. E comunque un Dio “a nostra immagine ideale e somiglianza ideali”, toltosi tra i piedi “Lucifero”, avrebbe ripulito il pianeta per lasciare l’umanità libera di riformarsi in una nuova innocenza. Se Dio ci ha fatto a Sua im­magine e somiglianza sicuramente anche i nostri meccanismi del pen­siero sono uguali ai Suoi. Per questo credo che non si offenda se oso concepire queste ipotesi! Io mi fido di Lui! Che alla fine del cammino ci aspetta “Il regno dei cieli” dove potremo riposare tra le meraviglie del creato e godere dell’intel­ligenza divina senza temere l’astio di Caino e suo padre Lucifero. Ma se non è così me lo dica! Mi mandi un sogno! Me ne ha mandati tanti, tutti veramente interessanti.. ed uno in più cosa fa? Comunque.. vogliamo “rischiare” di meno? Accontentiamoci pure: Adamo ed Eva sono esistiti e sono i pionieri che all’istinto hanno per primi associato la riflessione ed’ una valida struttura morale. Adamo ed Eva sono i primi personaggi di cui si riportano cronologicamente le tappe esistenziali. Il primo caso di studio dell’essere umano iniziando la tradizione del ri­porto storico. Insomma le loro disgrazie, in un momento cruciale del piano della creazione, risultano talmente gravi e particolari da ispirare qualcuno a rifletterci su con metodo producendo così il materiale di cui si nutre la storia.. che trae alimento soprattutto dal tra­vaglio e la soluzione. E il travaglio inizia da Adamo ed Eva giacché il mondo angelico, possedendo un elevato livello di perfezione esisten­ziale, non aveva volontà ne sentiva il desiderio di scrivere una storia. La storia inizia dal momento in cui un atto doloso interrompe o an­nulla un progetto importante. Il “povero” Dio si sarà sicuramente chiesto dove avesse sbagliato dopo che un fedele servitore, creduto af­fidabile fino a quel momento, lo avesse sfacciatamente tradito. Ah! Dimenticavo! La costola di Adamo da cui proverrebbe Eva? La lettura solita della “costola mancante” potrebbe essere fazio­sa. L’”umano” che ha scritto i passi biblici inerenti, non riuscendo a spiegarsi l’anatomico fatto, si sarebbe preso qualche libertà.. “letteraria”. Vi avrebbe cucito su un’ipotesi passabile.. Oh no! La miseria.. dopo quest’eresia non trovo neanche un santo da “numero” a proteggermi. Comunque sono in ballo e ballo!.. Condivido l’opinione di molti pensatori d’avanguardia che la Bibbia sia sta­ta scritta con una speciale filosofia di comprensione progressiva per cui se ne è tratto quanto fosse alla portata dell’intelligenza strutturale relativa dei momenti storici. Non c’è bisogno quindi di prendere rife­rimento statico su interpretazioni stantie di secoli. Se Dio ci ha dato un’intelligenza perfettibile, non l’ ha fatto per complicarsi e complicar­ci le cose!
Pensa con la tua testa!


FEDE & OTTIMISMO & ENTUSIASMO S.P.A.

La fede è la madre dell’ottimismo. L’ottimismo è il padre dell’en­tusiasmo. L’entusiasmo è lo zio del successo. Il successo è il padre della felicità. Qualcuno si chiederà: ma l’altro genitore dov’è! E lo zio poi? Al successo ho assegnato solo uno zio perché di padri ne avrebbe troppi. All’entusiasmo ho assegnato la status di zio perché essere entu­siasti non assicura il successo. Il successo, in verità, è un padre scarsino della felicità. Abbisognerebbe di una moglie! ..la trovi lei! I primi tre “moschet­tieri” possono esistere semplicemente se si vuole e si sente mentre il successo dipende anche da fattori esterni alla volontà. Credo giusto af­fermare che il successo sia il padre della felicità. Ma la felicità non sa chi è suo nonno. E questo la rende fragile, labile, bisognosa di conferme. E il pessimismo? Se considerassimo i “tre moschettieri” come i vertici di un”azienda dovremmo assegnare ai sindacati il ruolo del pes­simismo. In effetti il pessimista mira a mantenere l’acquisito. Non de­sidera rischiarlo per esplorare nuove frontiere. La sua funzione, ben­ché apparentemente negativa, salva i cavoli senza ammazzar la capra. Però la capra a stomaco leggero concima poco lasciando la terra arida per i nuovi cavoli. Un bel dilemma! Se il pessimismo si dibatte nella diaspora il trio fede, ottimismo, entusiasmo è indubbiamente positivo e indispensabile alla vita. Il pessimismo agisce quando crede che gli altri compari corrano troppo. Frena un po’ per impedire l’accettazione di un rischio troppo grosso. Stimare l’utilità del pessimismo non è fa­cile. Vorremmo non averlo mai. Ma forse nell’intimo speriamo che non ci lasci. Se il buon Dio fosse stato pessimista, però, non ci avrebbe fatto. Infatti il pessimista gode più a mettere i bastoni tra le ruote agli ottimisti che nell’adoperarsi in positivo. La fede rappresenta l’illimita­to. La proiezione della vita oltre il conosciuto: l’ignoto. Nessuno intra­prende un faticoso e rischioso viaggio se crede che, oltre l’orizzonte, vi sia niente da ambire. Senza di essa la nostra fantasia non avrebbe coraggio ne vastità astratte dove svernare. Chi non ha fede non apprez­za la propria vita come dovrebbe e neanche quella degli altri perché la sente limitata, finita. L’ottimismo e l’entusiasmo hanno bisogno della profondità della fede. La fede è una madre che introduce all’amore illi­mitato ed eterno. Amore grandioso perché basato su una libertà illimi­tata, aspaziale e atemporale. Certo l’uomo usa solo una piccola parte di questa libertà nella vita terrena ma, se sente che ai suoi tentativi, al­le sue speranze, non viene posto limite di spazio né di tempo la sua gioia è superiore. Così il suo ottimismo e l’entusiasmo. L’ottimismo, come sincera propensione, non dovrebbe mai mancare. Ci per­mette, comunque, di ottenere il meglio in base alle risorse disponibili. L’ottimismo è un bene di investimento. L’ottimista trova facilmente persone che gli devolgono fiducia. L’ottimismo invita a costruire an­che se intorno tutto crolla.

ESISTONO GLI ALIENI?

Sì! I primi alieni di cui abbiamo testimonianze sono gli angeli. Appaiono in carne ed ossa in diverse circostanze bibliche. Su di loro se ne dicono di gustose. Gli angeli sono: tuttofare al servizio di Dio e non hanno il pipì. Sono maschi e femmine? No! Perché Dio questo sforzo creativo lo fa solo con la specie umana. Che aspetto hanno? Sono solo spirito e assumono l’aspetto che vogliono, compreso il corpo fisico. Essendo asessuati non si sposano ne fanno figli. Non esistono come fi­gura pensante perché simbolizzano la natura stessa, culla dell’uomo..
Ma Dio dice chiaramente che gli uomini esisteranno ad immagine e so­miglianza Sua e degli angeli. Non dice: “li faccio come voi e me ma ag­giungo un pipì, una pipì e un popò perché dovranno riprodursi e man­giare per tenersi su. Non come ho fatto con voi che vi ho plasmato uno per uno.. dimenticando qualcosina”. In altri passi si menziona che gli angeli fornicano e che Lucifero dà la conoscenza ad Eva che la passa ad Adamo e poi entrambi passano alla foglia di fico.. sui pipì. Il ché indi­ca chiaramente di che conoscenza si tratta. Si dice: Sì! La fa con Eva ma solo spiritualmente. Poi Eva va da Adamo e si uniscono anche nel corpo. Da ridere! In realtà è il caso della sposa che rimane incinta con un vecchio amico e la notte dopo tira fuori con le tenaglie il pipì del marito, stanco morto, per metter tutto in ordine facendo sembrare la gravidanza di giusta provenienza. Gli angeli fornicano! Quindi sbaciucchiano! E non avrebbero il pipì? E Lucifero avrebbe sono spiritualmen­te tentato Eva? Visto che gli angeli sarebbero numerosi e senza il pipì, Dio li avrebbe fatti uno ad uno? E se l’avevano ci facevano solo la pipì? Come si vede le domande non finirebbero mai. E tutto ciò per sostenere la convinzione che Adamo ed Eva fossero i progenitori assolutamente primi dell’umanità. Teologi e religiosi ortodossi in genere si ar­rampicano sugli specchi per l’indimostrabile. Oppure relegano tutto alla simbologia adattandogli come si può delle interpretazioni plausibili. Ma, attraverso gli angeli e loro esposizione biblica, Dio vuole informarci che esistono già altri mondi dove vivono esseri identici a noi e con una storia più antica. E che una parte di loro sono Suoi e nostri nemici! Non siamo soli insomma! E pur­troppo, perché la “guerra” continuerà sicuramente anche nella dimen­sione spirituale! E di là l’arma in campo sarà basilarmente la “lucidità” interiore. Ecco perché Dio vuole che l’essere umano entri nella dimen­sione definitiva dell’esistenza con grandi qualità percettive sopra ogni cosa! Non importa come la sua vita sia stata ma, al momento della mor­te fisica, la sua anima deve essere il più possibile priva di conflitto e ca­rica di “forza” interiore: equivalente alla capacità e velocità con cui rie­sce a liberare il flusso dell’amore. La storia biblica ci illustra chiara­mente che esisteva un mondo angelico composto di individui del tutto simili all’essere umano e perfetti in immagine. Avevano “sicura­mente” le stesse funzioni biologiche. Dio li castiga perché fornicatori (Questo termine definisce tecnicamente un rapporto o attività sensuale, in assenza di amore spirituale, tendente unicamente a godere dello sti­molo dei sensi fisici. Spesso si travisa con il tradimento nel matrimonio che è tutt’altro, anche se può essere presente la fornicazione) e colpevo­li della distruzione del Suo piano di creare dei capostipidi che avessero una superiore struttura morale. Infatti Dio non dice che l’albero della conoscenza sarà per sempre precluso. Al momento non si deve dispor­ne. Alcuni spiritualisti orientali ritengono che il piano di Dio fosse di dare ad Adamo ed Eva il tempo di maturare le qualità generali prima di godere della sensualità del corpo. Quindi di arrivare ai venti venticin­que anni, secondo i criteri cronotemporali odierni, prima di conoscere le gioie sessuali. Periodo che li avrebbe trovati adeguatamente maturi per l’educazione dei figli. In sostanza Lucifero agisce da pedofilo ap­procciando Eva ed introducendola alla conoscenza del sesso quando questa era adolescente e Adamo non sapeva ancora cosa fare con la sua appendice se non la pipì. Il tutto si riconduce al tentativo di creare una stirpe superiore precludendo le attività sensuali fino alla completa maturazione della mente e del corpo, permettendo così lo sviluppo com­pleto delle potenzialità innate. E possibile che questo processo, per creare una stirpe superiore, sia stato avversato per paura che la vecchia venisse trascurata e lasciata estinguere? Vediamo che i meccanismi non erano dissimili dai tentativi che l’uomo ha cercato da sé di realizzare durante la storia. Anche Hitler la voleva. Anche i romani la volevano. Il caso tedesco, più vicino a noi prevedeva una razza sana, bella estetica­mente, di corporatura mediogrande e le aberrazioni sessuali assoluta­mente bandite. Ma l’uomo, a prescindere della liceità di questi tentativi, ha sempre temuto l’esistenza di una specie superiore. Perché teme la solitudine, l’oblio, l’esclusione. Stati spirituali spesso più dolorosi del pensiero della morte. Durante la seconda guerra mondiale la carnagione chiara e i capelli biondi erano il più odiato sulla faccia della terra. An­cora oggi se un uomo biondo si rapa a zero fa subito pensare ai nazisti e fioccano occhiate ostili. Se lo fa uno moro al massimo si pensa ad uno stravagante, drogato o un po’ agitato. E questo proprio perché il nazi­smo identificava una razza superiore nei tedeschi che in gran parte han­no i capelli biondi e gli occhi azzurri. Che oggettivamente è il massimo della bellezza umana riconducendosi ai colori del grano maturo e del cielo terso, con connotati di levatura spirituale. La bellezza, natural­mente, è presente in tutti i colori ma questo stereotipo ha comunque i suoi fondamenti. Se facciamo attenzione alla cinematografia, letteratura e gli esempi storici possiamo notare che l’umanità ha sempre avversato i tentativi isolati di creare una stirpe migliore. Di affermarsi ed espan­dersi. Anche se migliore di poco. Una totale avversione tramutata in odio profondo al punto da desiderare la morte sostanziale di ogni pre­sunto “superiore”. Proprio come Lucifero odiava Adamo ed Eva. An­che la giovinezza nella purezza rappresenta il “superiore” e quindi odiata dallo stolto invidioso. Una dodicenne ha di fronte a sé un futuro florido se amata dai genitori, frequenta buone scuole ed è protetta nella sfera di relazione. Tutto questo può essere spezzato se incappa in un pe­dofilo o si innamora, o insidiata da un ammasso bipede di ormoni. La conversione alla sensualità porta un’enorme riduzione della crescita creativa. L’innamoramento intenso porta alle stesse conseguenze, anche se non si arriva al sodo, perché truffa la psiche, spacciandosi per amore, che è tutt’altro. Un teso “immaginifico” che frena la percezione dell’ambiente generando infinite fantasticherie sensuali. Chi attenta all’innocenza è veramente l’incarnazione di Lucifero. Lucifero volle fa­re in modo che tutto rimanesse com’era distruggendo l’innocenza di Eva. L’unico tentativo parzialmente riuscito fu probabilmente quello sui romani ed europei poi, da parte dei pionieri cristiani, che poterono, però, espandere una tradizione incompleta a causa dell’uccisione del Cristo. Colui che avrebbe dovuto essere il “nuovo Adamo”. Nel loro caso si combinò il popolo migliore con il popolo più forte. Grazie a lo­ro conosciamo l’amore vero pur non potendolo pienamente gestire. Gli angeli erano degli alieni? Sì! Il loro mondo non è il nostro benché siano uguali a noi (Visto che non ci hanno lasciato crescere migliori!). Sono stati estinti? No! Si menziona di grande punizione e non distru­zione. Che civiltà avrebbero adesso? Enormemente più sviluppata della nostra visto che il loro crimine lasciò regredire l’umanità, orfana di su­periore morale, in uno stato barbarico mentre loro disponevano già del passaggio dimensionale che attestava un livello conoscitivo decisamen­te elevato. La regressione alla barbarie fu dovuta soprattutto all’esigen­za che Dio vide di dividere il mondo angelico da quello umano, assoda­to che gli angeli erano tutt’altro che affidabili. Mancò così, alla nuova stirpe, il livello evolutivo di partenza in quanto, probabilmente, Dio scelse di far attraversare alla specie umana un corso autonomo dove gli angeli avessero solo un marginale e controllato potere di intervento. Un’altra teoria plausibile potrebbe essere che gli angeli fossero le genti già presenti sulla terra. Fallito il tentativo per una stirpe superiore (at­traverso due angeli migliorati) l’umanità sarebbe andata avanti così com’era. Senza una superiore struttura morale. Significando che, sebbe­ne percependo il giusto, avrebbe spesso fallito nel resistere alla tenta­zione perché priva di una tradizione adatta. Quest’ipotesi non spieghe­rebbe, però, gli interventi angelici nel mondo umano. Un dettaglio interessante è “gli angeli fornicatori” precipitati nell’inferno. Testimonia due fatti rivelatori! La sensualità deviata era un problema dominante anche nel mondo angelico non solo del nostro! Nella Bibbia l’allusione plurale rafforza l’ipotesi che i fatti della Genesi simbolizzino gli eventi di moltitudini non di singoli individui. Se ci atteniamo a questo dovremmo definitivamente estrapolarne che la Genesi contiene esclusivamente una efficace simbologia emblematica con il prioritario scopo di esplicare le radici del male e i suoi molteplici mutamenti qualitativi nelle dinamiche di relazione. Comunque anche questa è un’ipotesi perché io non c’ero.. e Lei?.. Torniamo agli alieni.. Tecnicamente l’esi­stenza di un mondo angelico, visto come civiltà altamente tecnologiz­zata, spiegherebbe il fenomeno degli UFO. Nel mondo spirituale la re­lazione spazio tempo è flessibile. Lo si intuisce dalle parole di Gesù quando dice che di là un giorno è come mille anni e mille anni sono co­me un giorno. Secondo questi parametri “flessibili” possiamo immagi­nare ed appaiare l’immensità universale con la sua relativa “piccolez­za”. Ma Gesù faceva un esempio di massima oppure il rapporto di trecentosessantacinquemila giorni ad uno è esatto? Visto che la conoscenza di Gesù era molto più che prettamente morale e il suo dialogo sempre profondamente ponde­rato, probabilmente si esprimeva con precisione. E se così è: esiste una possibilità di compressione ed espansione diversificata, della relazione spazio tempo, sicuramente accessibile all’uomo e di ampiezza enorme. Tale da permettere agli “ufi” di viaggiare da e per irraggiungibili mondi nella nostra dimensione terrena. Dio parla di Sé e degli angeli come es­seri, di fatto, uguali all’uomo. Ma che vivono nel mondo dello spirito e tranquillamente anche in quello fisico. Se vogliono! Ciò significa che la vita “viva” come noi la conosciamo è potenzialmente “esistibile” nel mondo dello spirito. Un ambiente spirituale smaterializzato esiste solo nella nostra immaginazione in quanto solo presumiamo che fine faccia­mo dopo essere ridiventati “polvere”: il corpo sparisce e se rimane solo l’anima, di là c’è solo un mondo di anime in un ambiente smaterializza­to. Ma questa è fantasia d’emergenza stimolata dal fatto che noi prefiguriamo un mondo dello spirito dove si vive liberi da un “corpo sensibile” che ci mette troppo spesso nei guai. Di la non si mangia, non si coita e non si strilla.. niente problemi dunque! E, aridunque, il paradiso può stare solo la! E invece no! Può stare anche qua.. ma questo è un’altro tema.. È probabile che l’universo sia intensamente popolato da individui capaci di muo­versi in almeno due diverse realtà dimensionali e ne usino diligentemente le peculiarità. Quella spirituale per viaggiare ad esempio. Tempo e spazio sono dimensioni legate al ritmo che la nostra materia “balla”. Se ballasse un milione di volte più lentamente, gli spazi siderali sareb­bero al classico tiro di schioppo. La parabola vitale sarebbe così rallen­tata ed “allungata” da poter raggiungere le stelle entro nicchie tempora­li in essa comprese. Ma per adesso siamo confinati a “terra”. L’orto più bello per un essere di grandi promesse. Un divenendo essere superiore che ha molti nemici in “cielo”.. .e in terra! Ciò che vediamo in una not­te carica di stelle indica che lassù e laggiù e di la e di qua e di fronte e di dietro si è lavorato sodo. Senza stipendio e niente scioperi. L’unico salario in cui il Creatore spera è che la razza doc cresca bene e, consa­pevole, lo ringrazi prima o poi.


LA FRATTURA MORALE

La frattura morale incombe quando un’azione propria ferisce la propria coscienza. Il posizionamento morale dell’azione non trova cor­rispondenza nell’intendimento morale della coscienza che ispira a fare del bene e ad influire positivamente sull’insieme. È facile pensare che i piccoli conflitti quotidiani causati da comportamenti scorretti con l’auto, gettare rifiuti dove non concesso, non rispettare le priorità.. siano peccati veniali che la nostra coscienza, spinta da un razio­cinio di parte, relega nel dimenticatoio. Questo raziocinio “addomesti­cato” irretisce la coscienza con la motivazione che le numerose scor­rettezze sono necessarie per asservire ad un piano di lavoro o soddisfa­re un carattere brioso. Ma si sa che non è così. Se ci abbandoniamo a leale riflessione sentiamo che la coscienza ha conservato tutto ed è pronta a mostrare tutte le malefatte incorse nel nostro incauto compor­tamento. Cerchiamo brevemente di vagliare i momenti critici della giornata: Non salutare i figli che vanno a scuola. Passare con semaforo rosso e pericolare i pedoni sulle strisce pedonali. Prendere qualcosa al bar, pagare e uscire senza salutare. Non rispettare le code. Pensare co­se terribili di qualcuno senza averne motivo o interesse. Disprezzare i superiori solo perché non si è così fortunati. Dire chiare bugie. Essere sempre ai margini delle regole come gli automobilisti che pur ferman­dosi al rosso proseguono fino ad intralciare il flusso pedonale. Vi è un’enorme quantità di casi in cui il nostro comportamento entra in fallo. Per evocare la giusta immagine di quale danno il conflitto morale sia portatore basti confrontare la nostra società italiana con quelle nor­diche. Qui il disordine comportamentale è incomparabilmente limitato e le società risultanti sono le migliori che il mondo conosca. E stabili come i loro individui. Se pensiamo la società italiana come vittima della sciatteria comportamentale ci accorgiamo che il conflitto morale distrugge la struttura portante della personalità. Al punto da non poter­si più considerare ragionevolmente affidabile. Avete mai notato che in­dividui apparentemente normali non riescono a sostenere lo sguardo dell’interlocutore neanche per un secondo? Roteano i loro occhi e il loro viso ogni dove come se inseguissero moscerini nell’aria oppure usano parole altisonanti, astratte, tradendo il desiderio di impressiona­re e non di trasmettere veridicità che in realtà viene snaturata dal teso lavorio mentale. Anche chi parla troppo svelto spesso lo fa per sé in quanto gli piace, riflessi dall’interlocutore, assaporare i suoi addome­sticati e autogratificanti archetipi. Molti politici sono venditori di fumo per mestiere. Dai loro discorsi traspare tutto e il contrario di tutto. In caso di mancata previsione o promessa devono riuscire a persuadere che quanto precedentemente espresso era coerente con quanto real­mente accaduto. Naturalmente non tutti sono così ma il ruolo impone flessibilità. Le innumerevoli fratture morali quotidiane feriscono la no­stra coscienza ed inquinano la chiarezza mentale. Circuiscono co­me formiche all’assalto di chicchi di grano. E quando ci si trova in momenti critici in cui si è chiamati a dare del proprio meglio ci si ri­trova miserabili senza un perché. Saper vagliare il valore delle azioni, scaricando la propria coscienza da inutili fardelli, è fondamentale per assurgere ad una qualità complessiva superiore della persona. Gesù disse a proposito dell’uomo: non ciò che entra lo avvelena ma ciò che esce dalla sua bocca. Gesù raccomanda l’uomo di stare attento a quel che dice! Il comportamento è esternazione al pari della parola. Quindi:
l’uomo non è ciò che crede di essere ma l’insieme di positività e nega­tività delle sue azioni. Le fratture interiori sono il peggior veleno del nostro equilibrio esistenziale. Sia che le accumuliamo in atti pubblici o privati, con testimoni o meno, poco importa. Il danno causato è lo stes­so. Le fratture morali e le bolle emozionali sono tipologicamente simi­li. Ma la bolla emozionale è soprattutto un ripostiglio vacante che con­tiene frammenti “malati” del nostro passato. Tra cui le fratture morali.
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Guidando a notte tarda, circa cinque anni fa in Germania, mi fermai ad un crocevia con semaforo rosso. In ogni direzione, per diversi chilo­metri, non vi era segno di automobili incombenti. Il luogo pianeggian­te e la perfetta visibilità non indicavano pericoli nel non indugiare ad aspettare il segnale verde. Ingranai la marcia e cominciai a muovere. Improvvisamente mi fermai indeciso. Sentivo quasi una molla dentro che mi tratteneva.. ed un fragore di folla scrutava il mio cuore.. si­lenziosa.. Una manciata di secondi dopo giunse il segnale verde e proseguii. Sorrisi felice mentre la folla esplodeva in scrosciante ap­plauso.. e quella terra, spiata dai fari della mia automobile, mi ringra­ziava.. Rimuginai molto su quel lampo di vita al crocevia. Facile sen­tirsi fessi! Invece riuscii a carpire il diritto di essere felice. E capii il successo di un popolo un pochino di più. Costruire una nuova società? Impossibile senza costruire un nuovo individuo.


LO SCASSISTA

Dicasi di colui che usa il suo tempo unicamente per criticare l’ope­rato altrui, quando possibilmente di bloccarlo. Parola di vaga origine napoletana “quillo schscassatissimo” ma forse latina: scassatorum loquax. Che indica uno scassista molto loquace.. una miscela esplosi­va (spero che i latinisti non mi contestino queste citazioni fresche di giornata). Osserviamolo nei diversi ambienti svernatori. Al ristoro: di qualsiasi cosa si discuta lui l’ ha già fatta o sente che la farebbe meglio e mitraglia.. avresti dovuto fare così! Blocca quindi qualsiasi rilassato godimento degli aneddoti narrati ed affoga il relax dei presenti nella spossatezza mentale. Se politico: fa l’emendatore accanito su tutti gli aspetti marginali cercando di convogliarvi molta tensione emotiva. Il primo effetto sui presenti è anestetico e messianico. Poi questi rinsavi­scono e lo “disinnescano”. Nei dibattiti televisivi: ascolta le proposte degli altri poi tira stoccate moralizzatrici. Potendo avrebbe impedito le missioni lunari, per non deturpare l’intoccato paesaggio, e spedirebbe gli americani a riprendersi la bandiera. Trova difetti a tutto privilegian­do la perfezione concettuale. Ha uno zaino pieno di difese delle mino­ranze, delle diversità, della natura, residui storici e il tutto più vario che i colori di carnevale. Li colloca accanto ad ogni argomento come mine alle chiglie di navi nemiche. Con lui ogni dibattito si conclude con la sensazione di essere venuti alla merenda con cibo avariato. Non sa costruire, non lascia costruire e cerca di demolire la fondatezza del già costruito. Toglie la “sedia di sotto” a qualsiasi buona idea: Insom­ma scassa!


REGALI PER I FIGLI

Ricevere troppi regali o gratificazioni alimentari da parenti, amici o estranei può essere dannoso e pericoloso. Il regalo è anche un modo di premiare o punire (negandolo), oltre che gratificare, durante il tempo di crescita. Il ricevere troppo da altri può indurre il bambino a ri­volgersi regolarmente ad altri come sostituzione di ciò che non ha dai genitori. I regali sono certamente positivi. Ma se provengono numerosi fuori dal contesto familiare privano i genitori di una fetta importante del loro potere educativo. Innumerevoli sono le possibilità di ricevere picco­li regali: da anziane signore, alle casse dei supermercati, dai vicini che desiderano far godere parte del loro benessere, da parenti generosi.. Per un’educazione riflessa e serena è bene fissare dei limiti informando il prossimo più “prossimo”, se necessario, della linea educativa imposta­ta. Non importa se ricchi o poveri è meglio dare del proprio ai figli e abituarli a non dare confidenza ad estranei ne accettarla se non in pre­senza dei genitori e loro “percepita” autorizzazione. Di riflesso il com­portamento generico di ogni persona o genitore verso i figli degli amici e bambini in genere, deve essere distaccato e rispettoso, evitando assolu­tamente carezze o effusioni ingiustificate. A mio giudizio, dovremmo dare del “Lei” ai figli degli altri. Come forma di rispetto a cui i bambini hanno diritto come qualsiasi adulto. Anche nella scuola il rapporto con­fidenziale da parte del personale insegnante e di supporto, uscieri, im­piegati, mi sembra inutile e ugualmente deleterio. L’approccio confidenziale con il “Tu” disturba i bambini nella stessa misura in cui disturba un adulto approcciato allo stesso modo da uno sconosciuto o persona con cui non vi è rapporto confidenziale. Attenzione alle priorità! In famiglia, ed entro la sfera relazionale, ai bambini vanno riconosciute le priorità che gli spettano come qualsiasi adulto. Si sente spesso: i bambini (e i giovani in generale) devono rispettare gli adulti, gli si deve insegnare il rispetto verso gli adulti ecc.. Nonostante mi sforzi non riesco a trovare nessuna ragione valida per l’arbitraria unidirezionalità espressa in questa “sentenza”. È vero che i bambini sensibili al rispetto verso gli adulti sono meglio disposti a recepirne gli insegnamenti. Di fatto però il rispetto richiesto si concretizza al più nella pretesa che rinuncino alle priorità che di diritto gli competono. Devono sempre cedere il posto a sedere. “Ma mamma! Mi sono seduto prima io!” Fare silenzio. Non fare domande perché non sono affari loro e poi le cose non le sanno. E via di seguito. Questa arroganza adulta è spesso immotivata e disonesta. Immotivata perché i bambini talvolta percepiscono il congruo morale molto presto. Non lo esternano a causa del timore che incute la dominanza fisica dell’adulto.. infido. Disonesta, perché ne temono latentemente l’imbarazzante innocenza. Chiaramente l’infanzia non va inserita in cose che non gli competono. Va compreso però il danno psicologico che si crea quando l’infante sente i suoi diritti non rispettati. Esso stesso non rispettato. Il primo è l’effetto contrario a ciò che si vuole ottenere: il rispetto verso l’adulto. Il bambino salta giù dalla sedia prontamente, e sta in silenzio, ma che coltivi del rispetto non è da credere. Probabile è che lo veda come un cattivo Ciclope. Vorrebbe accecargli l’occhio.. Solitamente si adducono scuse del tipo.. la zia ha la sciatica.. i calli.. è anziana.. tu sei giovane puoi stare in piedi! È buona educazione verso gli ospiti.. ecc.. E se non capisce capirà quando sarà più grande! Ammesso che capirà la sua psiche farà a pugni con un nugolo di sensazioni, conservate nelle bolle emozionali, che gli falseranno la “lettura” affettiva dei genitori e degli adulti in genere. In tempi, soprattutto l’adolescenza, dove il rapporto con il mondo adulto è più delicato che mai. È da rispettarsi, dunque, il diritto alle priorità dei bambini. Se mancano sedie, e i bambini possono presenziare alla compagnia, saranno i genitori a sacrificarsi per gli ospiti! Sull’autobus sono i bambini ad avere la priorità del posto a sedere! È pur vero che la vecchiaia ha diritto a notevole comprensione ma.. un bambino schiacciato tra telefonini, mazzi di chiavi, borchie di cinghie, borse della spesa, anatomie imbarazzanti.. è ancora più in diritto.. o si aspetta che cresca per concedergli umana dignità? Ho visto spesso adulti, più o meno anziani, lanciare sguardi tremendi sui bambini seduti nei mezzi pubblici.. Grattare il fondo dell’ignominia è davvero difficile.. Se vi sono motivazioni importanti ogni esigenza di un loro sacrificio va spiegata con tranquillità affinché la condividano evitandogli coercizioni. Perché: Tutto ciò che l’infanzia nota sotto il metro della sua innocenza, di irrisolto contraddittorio, costituisce deleterie bolle emozionali che saranno risolte solo avanti negli anni quando la vita, passato il tempo della ricerca affannosa della realizzazione, scoprirà esausta la necessità e il piacere di introspezionarsi onde ricercare le ragioni di quel qualcosa che manca. L’infanzia rispettata impara nella gratitudine a cedere le sue priorità agli adulti quando questi ne hanno “veramente” bisogno. Essa deve essere aiutata a comprendere il loro complesso mondo per poterlo rispettare ed evitare di sviluppare una repulsione, più o meno latente, con esiti drammatici dall’adolescenza in poi. Ricordiamo che il bambini possono anche non razionalizzare gli eventi, a causa della eventuale tenerissima età, ma “sentono” la congruità ambientale. Subiscono quindi il danno interiore dato che ogni conflitto con l’adulto agisce come inibitore sulla fiducia di relazione. Scusarsi chiaramente, quando si è in torto, è un dovere dell’”anziano” verso il “giovane” in qualsiasi rapporto di età e posizione. È meglio essere rispettati perché temuti o perché amati? Dipende dai fattori in campo ma.. questo è un dilemma che molti insegnanti o educatori non riescono a risolvere adeguatamente col risultato di punire o premiare senza merito. Un’insegnante percepito come inetto è quanto di peggio possa capitare alle “nuove speranze”. Figuriamoci se lo è veramente poi! Costui, per imporsi, preme sulla disciplina e non riconosce fin’anche i suoi errori palesi “per non farsi mettere i piedi sulla testa” violentando, così, la percezione naturale del congruo e la supervisione morale sulle piccole circostanze di relazione degli alunni. Del giusto o sbagliato insomma! Se gli “anziani” desiderano avere rispetto dai “giovani”, e conseguente attendenza, devono ottemperare a delle condizioni morali vigenti in ogni altro rapporto umano: devono prima darlo! Non ultimo un rapporto basato su un livello di rispetto superiore aiuterebbe gli adolescenti a ri­cercare di più la dignità e la correttezza comportamentale che l’ambi­guità e la mescolanza anonima del gruppo. Tornando alle regalie. Evitare del tutto la generosità altrui è spesso innecessario nonché complicato. E bene allora che il bambino accetti previa approvazione del genitore e consapevole di ciò che accade. Egli deve sentire che il regalo esterno non è una momentanea evasione dall’influenza affettiva e giurisdiziona­le dei genitori ma un atto di altruismo nella loro sfera di relazione. In questo contesto il bambino vive le sue esperienze sociali in continuo dialogo con i genitori che così possono effettuare eventuali correzioni ed intuire possibili pericoli. I desideri insoddisfatti provocano delle fratture a livello più o meno conscio e mortificano lo sviluppo della personalità negli anni a venire. Lasciare i bambini coltivare desideri senza limiti, di generi di conforto o giocattoli, significa mutilare le loro potenzialità creative autonome. La rimozione delle fratture interiori, dovute a deside­ri insoddisfatti, può avvenire in due modi: soddisfazione del desiderio oppure diversa valorizzazione dell’oggetto del desiderio. L’unica frattura che non si può rimuovere, riconsiderandone la causa, è la latitanza affet­tiva dei genitori. Tutto il resto può diventare difficoltoso solo se manca sensibilità ed intraprendenza intellettuale nel guidare i tigli al discerni­mento obiettivo dei valori.


SENSITIVI

I bambini sono dei veri sensitivi poiché il canale che unisce la co­scienza al mondo dello spirito è pulito e l’energia può fluire libera­mente. Molti miracoli o fenomeni paranormali hanno bambini come veicoli. I conflitti e gli errori morali degli adulti disturbano la percezione dello spirito come le onde magnetiche di uno spinterogeno fanno ad una radio non schermata. La tradizione di vivere isolati in montagna, di molti ordini religiosi, risiede nella necessità di sottrarsi al fragore innaturale della vita secolare. Vento, pioggia e uragani sono anch’essi rumorosi ma il loro “senso” è piacevole. Vorremmo essere cullati tra le nubi in tempesta. Lasciar sferzare il viso dalle gocce fiondanti ed osservare il fulmine schiarire le valli in visita fuggente. Che meravi­glia.. che baccano meraviglioso che alcun sonno disturba. Mentre an­che il rientrare in casa del vicino talvolta ci irrita. Perché.. il fragore secolare reca con sé le ombre dell’ignominia, del disperato dibattersi dello spirito nel forzare la catena dell’impotenza contro l’erro conti­nuo della tentazione e la perdita e le ombre di una storia sofferta, lunga nel passato e a venire. Se il contadino non pulisce il canale presto foglie e sterpi, qui raccogliendosi, lo bloccheranno.. così il conflitto e le bolle emozionali disturbano la naturale irradiazione dei tesori dello spirito chiudendo l’essere nella solitudine di non conoscere fin’anche sé. Non percepire il suo simile ne il paradiso perduto che calpesta dimentico che esso è sempre ai suoi piedi, pronto a rifiorire di erbe e mantarle di brina.. e donargli la felicità come un frutto concesso.. UNTERTASSE

Ancora alieni, ufi e i loro viaggi siderali.. vacci a credere! Per­ché no! Ma prima Vi dico come i tedeschi chiamano i dischi volanti:
“Untertasse”. Sottotazza! E pensare che hanno fama di essere gente seria! Meglio gli inglesi che l’han fatto lungo ma siglabile: ufo! Si pronuncia in fretta, facilmente ed ha esso stesso un sentore di “mac­cos’è”. Ufì auffa insomma! Ma vengono veramente questi ufi? Chiedo dalla fine­stra.. Ehì!.. Oh!.. Aahooo!.. Tfiiùì! Mica ci sente.. senta? Ci so­no gli ufi per Lei? “Go mé dubi!” Non ci crede. Io sì! Come già esposto, ma aggiungo ulteriori argomenti ispirati dalla vita di Gesù. Nei miracoli dei pesci e dei pani Gesù dimo­stra che è nella possibilità dell’essere “divino” la manipolazione della materia al punto da materializzare, od evolvere lo spirito, in una forma di esistenza sofisticata dall’uomo, come il pane, e semplicemente natu­rale, come il pesce. Questo processo si può definire tecnicamente co­me una codificazione volontaria dello spirito onde dargli la forma so­stanziale voluta. Gesù dimostra anche che è possibile una decodifica­zione della materia, quando attraversa i muri e le porte, mostrandosi in materia ai suoi discepoli, dopo la resurrezione, senza subire conseguenze. Ricordare che Dio dice agli angeli che noi “siamo creati” a Sua e a loro immagine e somiglianza. E dubito forte­mente che noi siamo solo una “copia di Taiwan”. Questo significa che noi, come individui “simili” a Dio, abbiamo la potenzialità di manipo­lare lo spirito e la materia a patto che le nostre qualità interiori raggiun­gano almeno il livello “esternato” da Gesù. Come fare, lo stesso Gesù lo indicò! (l’assenza di peccato) Cosa significa questo? Che l’esistente complessivo (spirito + materia) può smaterializzarsi e rimaterializzarsi. Che può smaterializzarsi in un luogo e rimaterializzarsi in un altro. Che può smaterializzar­si senza lasciare tracce. Che il tutto può avvenire anche in distanze in­concepibili per noi “teste glandi”. Ecco allora che l’umano desiderio di “possedere”, ciò che è a portata dei sensi fisici e intellettuali, acquista una speranza tutt’altro che utopica. Ma il sogno si potrà realizzare solo dopo aver acquisito la maturità che Dio indica con la vita di Gesù. Se non altro per impedire che un individuo interiormente disastrato, inqui­ni l’Universo. Un problema che Egli non può non sentire! Ma forse, prima che l’essere umano padroneggi tali poteri direttamente, riuscirà, attraverso la tecnologia, a sviluppare i mezzi necessari. Soprattutto per­ché il suo organismo, vivente nell’ambiente terrestre, avrà sempre bisogno di proteggersi portandosene appresso un pezzetto. Una comoda astronave! Dunque non è detto che solo l’uomo perfetto potrà rag­giungere mondi extra solari (anche perché il desiderio di perfeziona­mento abbisogna di nuovi orizzonti trainanti per auto alimentarsi) ma comunque con una maturità generale molto più avanzata di quella co­nosciuta. Di sicuro: potrà muovere se stesso e il suo veicolo come vorrà. E in tempo reale! Gesù ha mostrato che ciò è possibile! Non saranno necessariamente supermotori a permettere al sogno di concretarsi ma, se inizialmente pur sempre una tecnologia sarà, espressione questa di un individuo il cui destino, trasparente nel volere di Dio, è senz’altro di possederla e andare finanche oltre. Cosa dovrà acquisire l’essere uma­no? Un’adeguata assenza di conflitto interiore affinché l’afflusso illi­mitato (così consentito) dell’amore cosmico, permetta il liberamento dell’energia necessaria al raggiungimento di quelle mete, che la sua mente concepisce di già, ma negategli nel tempo presente.


LA VITA E LA MUCCA

La vita potrebbe essere paragonata ad una grossa mucca che pa­scola in un prato circondato di siepi. Passa un turista. Attraverso uno sfoltito vede la mucca voltata verso di lui che mangia un batuffolo d’erba appena strappata e lo guarda curiosa. Il turista si sofferma un pò, assaporando poetiche sensazioni di armonia, poi va. Qualche mi­nuto dopo passa il secondo turista. Arrivato allo stesso sfoltito vede la mucca, questa volta però di posteriore mentre espelle rumorosamente e vaporosamente i residui della lavorazione biologica avvenuta. Il turi­sta, lievemente disgustato, pensa che il mondo animale non è poi così poetico come quegli animali, pardon animalisti, pensano. Inoltre la vacca, nel suo malaccorto atto, ha provocato una catastrofe alla micro­fauna soffocata in massa. Un repentino colpo di coda sulle natiche, per scacciare qualche inoffensivo moscerino, convince il secondo turi­sta che non è il caso di soffermarsi su tale deplorevole spettacolo e va. Alla sera i due si ritrovano casualmente insieme ed ognuno desidera condividere le sensazioni della giornata. Arrivati alla mucca.. sì l’ho vista anch’io! Si comincia a litigare.. com’era umana.. mi ha fatto venire il mal di stomaco.. simbolo di madre natura.. e che fetore.. ero pro­prio sottovento.. occhi materni.. animale cornuto.. Insomma le opi­nioni divergono. Ma quale delle due sensazioni sulla mucca è più veri­tiera? Innegabilmente sia il davanti che il didietro appartengono alla mucca. Ma se dovessimo proprio scegliere? Direi che il primo turista ci riporta l’interpretazione mucca più utile e veritiera dato che la testa rappresenta il mondo dei sentimenti e del pensiero, quindi la vita evo­luta, mentre il deretano riporta alle cicliche funzioni biofisiologiche proprie della natura sostanziale. Se volessimo identificare il lavoro intellettua­le secondo l’approccio alla mucca dovremmo dividerlo in lavoro intel­lettuale di testa e lavoro intellettuale di deretano. Ma la mucca può es­sere vista anche di fianco.. quello è il ricercatore che ha bisogno di una visione d’insieme. Però quello filosofa poco ed è un personag­gio grigio. Diventa interessante solo quando dice di averla vista volare.. la mucca. In realtà è la prima interpretazione che porta ottimismo e gioia di vivere. La seconda è la negazione della prima e ferma la vita costringendola idealmente a ripartire dall’embrione. Gli nega la possi­bilità di migliorarsi, insomma. Chi vede solo il deretano della vita è un disfattista. Il suo antenato è Nerone. Però l’intellettuale che ha le mi­gliori possibilità di capire veramente la vita è quello che, vista la mucca dal lato meno poetico, si preoccupa di girarle intorno osser­vando il resto. Chi rimane pago del davanti appartiene al genere dei santi. Da queste considerazioni potremmo estrapolare un metodo per giudicare la bontà dei mattoni di conoscenza da conservare, quando ci cibiamo al “desco intellettuale” altrui, affinché la nostra casa inte­riore non crolli al più leggero movimento tellurico relegandoci nell’in­felicità.


ITALIA E IMMIGRAZIONE

Nel caso specifico italiano l’immigrazione dal terzo mondo può scombussolare il delicato equilibrio in cui la nostra società si dibatte. Ricchezza e povertà, cultura ed ignoranza, educazione e anarchia comportamentale, conflitti interetnici sono le diaspore che frammentano la nostra società. Rancori e odi di natura ideologica causano che i gua­sti sociali non siano ben valutati se non addirittura auspicati da una parte politica per danneggiare la società rappresentata dell’altra. Esa­gerazioni? No! Se una data cultura politica difende ad oltranza la li­bertà sessuale non darà molto peso al rischio che corre una donna di essere violentata. Gli basta concedersi per evitare un pestaggio. Tanto è un semplice delitto contro la morale!? D’altra parte come si ottie­ne la libertà sessuale se, quando si ha voglia, l’altro sesso a tiro non ci sta? Ma se questa e una donna cristiana, o ci tiene ad essere rispettata, tale aggressione è una morte spirituale e forse fisica. Che le correnti politiche di sinistra sorvolino quando i danni sociali sono a carico del­la cosiddetta borghesia è un fatto e non ci piove. Anche nei momenti di pace c’è sempre chi vorrebbe la guerra e vive interiormente su tale piano di conflitto. Benché non osi aggredire una giovane donna, per punirla di una presunta posizione di classe, si sente immedesimato se questo è fatto da qualche immigrato del “sud” che ha niente da perde­re. La sua guerra la lascia combattere da qualcun altro. Da considerare che gran parte degli immigrati maschi ha ucciso, depredato, violentato. L’apertura spirituale a questi atti favorisce il perpetuare di attività cri­minali nella nostra società che non ha lavoro per loro ne adeguate pos­sibilità di integrazione. Senza soldi e legami affettivi la via criminale è obbligata. Esattamente: furto e spaccio per la finanza, violenza ses­suale sulle donne e bambini per le necessità bio ormonali . Le meretrici costano! Mentre in Germania l’elevata qualità sociale fa sì che “l’ospi­te” senta il peso del giudizio comune sulle sue azioni, in Italia si confonde facilmente con il degrado sociale presente, integrandovisi in poco tempo. Si rafforza così una potenziale tendenza che pericola la società italiana: acuire il degrado morale e la progressiva diffusione e non persecuzione dei reati contro la persona. Gli antagonismi religiosi sono il sale del futuro disastro perché le culture principali in campo non si sono riconciliate. Sia la cristianità che l’ebraismo e l’islamismo, senza tirare in ballo il resto, indicano gli antagonisti come servitori di Satana. Senza appello! Nei relativi dogmi vi sono i “semi” per uccidere la pace in ogni disponibile futuro! Il relativo vantaggio qualitativo che potremmo premiare alla cristianità non mitiga la dinamica comune: ogni lato è pronto a distruggere gli altri per difendere la sua “via” a Dio. Questa immigrazione, mossa da ragioni prevalentemente economiche, pone insieme solo nemici dichiarati. E prima o poi si sbraneranno. Non solo! Un’enorme quantità di denaro va alla criminalità mondiale e a quella parte “malata” della società che guadagna sull’immigrazione, potenziandole e promovendole! Questi tre fortunali, depressione delle terre di emigrazione, turbamento delle terre di immigrazione e potenziamento abnorme dell’economia criminale devasteranno i progressi civili, che il cristianesimo ha spronato nel mondo occidentale, portando l’inferno nel pianeta. Le masse potenzialmente migratorie sono enormi. Forse un paio di miliardi di individui che valutano l’assistenza sociale cristiana, o ingaggi nella sua microcriminalità, più allettanti delle migliori condizioni esistenziali dei loro paesi di origine. Una massa critica che porterà il macchinario civile occidentale al grippaggio. La ritrosia a considerare i fatti nella loro gravità è palese nella politica attuale. Le forze dell’ordine sono osteggiate nell’espletare la loro funzione. Quelle militari perché sgambettate da troppe leggi garantiste e perché i governi, non prendendo posizioni rigide contro la criminalità, non saprebbero cosa farsene di una polizia efficace. Quelle civili, come i vigili urbani, oltre il già citato, perché essendo l’italiano del dopoguerra generalmente privo di etica civile, fa il suo dovere solo se è sicuro che non facendolo verrebbe punito. Se le infrazioni non vengono punite perdono il loro valore negativo. Questo fa sì che la società si riempia di vuoti morali facendola svalutare di fronte a se stessa e ai suoi detrattori! Nel contesto l’importazione di criminalità distrugge tangibilmente e progressivamente la libertà e i valori che es­sa dovrebbe includere. Ma! Attenzione! L’immigrazione non osteggiata, se non apertamente favorita, potrebbe essere un modo sottile per distruggere la borghesia, facendola sbranare dalla piccola e media criminalità. In questo contesto l’indebolimento delle forze dell’ordine sarebbe nel piano! Che sia l’ultima via che il comunismo ha di conquistare una nazione ricca? Spero che sia solo una mia isterica preoccupazione. Un vaccino però sarebbe indicato! Anche consideran­do che una parte del clero cristiano condivide le stesse mete. L’assisten­za sociale italiana e i criteri di supporto alle indigenze sono quanto di peggio l’Europa offra nel settore. In Italia si tolgono i figli alle fami­glie, invece di aiutarle a mantenerli, benché questo costi al bilancio co­munale quattro volte di più che versare ad una madre il corrispettivo giornaliero necessario. Gli aiuti, se vengono erogati, lo sono così in ritardo da non impedire il disastro economico e relazionale dei beneficia­ri. I criteri di assegnazione delle case popolari sono strutturati da bene­ficiare solo coloro che hanno un lavoro sicuro o non hanno niente. Di conseguenza le ricevono chi potrebbe permettersi anche alloggi nel li­bero mercato od extracomunitari che assolvono completamente i para­metri richiesti: poveri e sulla strada (Poveri in Italia perché nes­suno lo sa se al loro paese posseggono case o ettari di terreno). Coloro che sono passibili di sfratto, di solito lavoratori e impresari in disgrazia, non hanno diritto perché il comune teme che non paghino l’affitto. Che gli extracomunitari non lo pagheranno poi di fatto è un dettaglio trascurabile. E tutto questo mentre l’economia e strangolata da un tassazione assurda tesa a fornire denari in quantità al finanziamento del clientelismo politico e “internazionale”. Se analizziamo questo contesto ci accorgiamo del diabolico im­broglio di cui è vittima la società occidentale cristiana. Se Stalin aveva torto, quando pronosticava che i capitalisti gli avrebbero venduto la corda per impiccarli, altri sicuramente credono che questi calacalzoni dei cristiani gliela regaleranno la corda e dopo avergli procurato gratis un giaciglio con servizi di ottima qualità. Chi non crede nel diavolo deve ricredersi dopo avermi seguito in queste argomentazioni. La società occidentale, accogliendo i suoi sicari, sta preparando la sua croce. Una società che non sente il perché dovrebbe difendersi è come un tavolo con un doppiofondo, contenente la mappa di un tesoro, che nessuno conosce. Finirà per marcire in una discarica nonostante il prezioso contenuto. Vanificandolo! Allo stesso modo tale società non sa stimarsi ed amarsi perché non sente i valori strutturali che poggiano sulle antiche fondamenta nel passato. Il suo destino è di scom­parire nella confusione totale di un’esistenza priva di visioni trainanti. Lasciando al singolo innocente una sola meta: sopravvivere sporcandosi il meno possibile. La sociocultura italiana è visibilmente alla fine di un ciclo. Politici di ogni corrente favoriscono alla luce del sole amici e fa­miliari regalando loro montagne di denari pubblici alla faccia dei ceti operai che si credevano riscattati dalle loro lotte e si ritrovano buggerati dai loro stessi rappresentanti. Il popolo unito non sarà mai vinto! Vinto no! Ma imbrogliato sì! La chiesa cattolica non ha più energia morale per proteggere la società che la esprime e si dedica anima e corpo (di certo non quello di Gesù) a dre­nare denari in nome di un terzomondismo che non gli porta una conver­sione sincera che sia una ma confina nella disperazione i suoi fedeli. Questi ultimi anni del ventesimo secolo vedono la defondazione delle ideologie. Perché alla fin fine la causa di tutto è la degradazione morale che accomuna sullo stesso palco chi insidia l’infanzia, chi dissemina crepe nella società attraverso una tassazione feroce, chi ignora la comu­nità che dovrebbe servire e che gli versa lo stipendio, chi in nome di un settarismo culturale o religioso parassita chi lo accoglie. La situazione attuale è un terreno fertile per dare alle genti “svantaggiate” una nuova identità e due vecchi nemici: il clero e la borghesia corrotti. La società cristiana è stanca! I principi portati da Gesù sembrano perdere freschezza, decaduti per tanti a causa delle apparenti confutazioni che le aggressive tradizioni delle culture immigranti favoriscono. Organi preposti alla vigilanza del diritto e del costume allentano sempre più le briglie alle peggiori infamie di cui la persona in ogni età possa essere vittima. Truffe alla dignità e al bene materiale vengono tollerate e giustificate quando avvengono ad opera di popoli, di minoranze sociali o poteri finanziari. Dopo due millenni si ripresenta all’umanità la scelta tra un balzo coraggioso verso l’accompimento del progresso morale indicato da Gesù o il salto nel buio: il crollo dell’opera incompiuta ed un nuovo esilio punitivo del popolo scelto. I cristiani! Non reminghi questa volta in terre perennemente avverse ma stranieri nelle proprie. Il prossimo secolo potrebbe non essere di generale benessere ma ospitare una gene­rale esplosione d’ira che, orfana questa volta di ideologie, potrebbe solo erodere la relativa pace sociale senza offrire nuovi orizzonti.

Dunque siamo..
..più o meno a metà del libro.. Le piace? Se sì lo dica ad altri! Se no.. mah.. inutile chiederLe di tenerselo per sé.. tanto non lo farebbe! Andiamo avanti..


LE FILOSOFIE
..prigioni volontarie!

Quanti hanno conosciuto i pensieri di grandi filosofi, abbracciatone le interpretazioni esistenziali, sacrificato il proprio spirito critico nell’adozione di visioni della vita assolutamente non obiettive ma influenzate dalle esperienze degli autori? La personalità debole relega facilmente ad altri l’organizzazione del suo approccio con l’ambiente in quanto non è in grado di costruirlo in proprio. Oppure i suoi sentimenti sono talmente negativi verso il prossimo che cerca una versione di verità appropriata all’autogiustificazione. Spesso il materiale letterario non favorisce la crescita intellettuale dell’individuo ma si presta alla diffusione di diaboliche menzogne e contorte visioni che hanno effetti devastanti sul futuro degli interessati. Giacché né gli insegnanti né gli studenti spesso sanno come “pesare” le esperienze e le conclusioni altrui e fi­niscono per diventare uno specchio di ciò in cui piace identificarsi. La considerevole quantità di diverse filosofie esistenti spinge a credere che nessuna possa assurgere allo status di verità, dato che per verità si intende una sola e non diverse. Quindi la considerazione che a loro si dà è esagerata, in quanto espressione solo di un aspetto o circostanza in cui si è verificato un processo socioculturale. Oltre ai filosofi anche grandi psicanalisti e grandi scienziati hanno divulgato risultati di ricer­che teoriche spacciandole di autorevolezza. Assurde teorie passate per buone spesso solo a causa della loro altisonanza e rivelatesi prive di qualsiasi utilità scientifica. La personalità labile gradisce la “droga intellettuale” come la “droga biologica” e la “droga spaccatimpani”. Drogarsi intellettualmente significa anche credere a qualcosa senza l’esistenza di prove. La più assurda: che si possa tornare indietro nel tempo. Grandi imbroglioni hanno scritto teorie elaborate su quest’ultima. Senza pensare che se ciò fosse possibile avremmo un tremendo viavai di moderni archeologi che dai tempi futuri farebbero capatine nei nostri. Purtroppo la fama di taluni ricercatori rende estremamen­te difficile riconsiderarne il lavoro. Bisognerebbe riuscire ad obliarli nell’indifferenza. Parlano di buchi neri, salti nel futuro, velocità del­la luce, curvatura del tempo e dello spazio come abili disinvolti vendito­ri di patacche. Non salteranno in nessun futuro e non costruiscono le basi per nessun felice futuro. Ma ci impediscono di vivere il nostro pre­sente. Se un filosofo parte giustificando degli aspetti negativi della vita e dandogli sentore di verità chiudiamo il libro e gettiamolo nel cestino. Anche se di seguito potrebbero trovarsi dettagli interessanti non sappia­mo quanto deleterio è l’unico virus maligno che assorbiamo. Meglio an­dare alla prima osteria e rivolgere ad una decina di ultra settantenni le nostre domande. Rimuginiamo sulle risposte e sicuramente otterremo utili estrapolazioni. Non è detto di dover ricevere una risposta illuminan­te da qualcuno. Lasciamoci solamente stimolare anche da risposte od opinioni astruse. Sarà il nostro cervello a scovare la “verità” navigando critico fra le sensazioni raccolte. Questo significa essere buoni cuochi di intelletto. Rifiutiamo cibi pronti congelati che letterati dalla mente con­torta ci propinano vita natural durante. I grandi uomini che hanno colto sprazzi di verità nella loro esperienza l’hanno tramandata con linguaggio semplice e ispirato. Le nostre reazioni a tali letture sono di gioiosa sor­presa. I grandi imbroglioni che ci tramandano teorie stupide e fuorvianti usano linguaggi complessi. Affidano alla dialettica la prova delle loro assurde elucubrazioni. Viviamo la nostra vita e non riduciamoci a pren­dere in prestito quella altrui. Cerchiamo di cogliere se i dati ricercati so­no praticamente e positivamente utili oppure ne abbiamo bisogno per riempire un vuoto esistenziale. Che razza di consolazione troverà una novella divorziata a leggere un filosofo che afferma che il maschio è un essere migratore e quindi non adatto a curare la sua compagna ma solo a corteggiarla ed inseminarla? Il prossimo filosofo che cercherà sarà quel­lo che le giustificherà il suicidio. E amen. Quanta gente è finita a qua­rant’anni? Quarti non hanno un briciolo di energia spirituale ed intellet­tuale per sentirsi vitali e felici? L’uomo di oggi tende a procurarsi tutto pronto all’uso. L’estremizzare tale moda a tutti gli aspetti della vita porta sempre più ad assimilare vite già vissute. Prendere in prestito vite pre­confezionate. Quante volte abbiamo assistito ad un’alba ed un tramonto nello stesso giorno? Magari tra splendide nevose cime? Nel pensiero siamo come profughi che sfuggono l’orrore: I ‘insoluto. E come i profu­ghi di guerre e carestie subiamo la speculazione ed il raggiro dei diso­nesti che ci vendono false speranze a prezzo di ciò che ci rimane.


IL CRIMINE

efferato è opera di chi non partecipa alla comunione affet­tiva della comunità dove vive e la sua vittima fa parte di questa comu­nità. Casi tipo sono i rapimenti per estorsione. Come gli ostaggi sono trattati indica nel riscatto non l’unico scopo, ma l’umiliarne la dignità. La barriera affettiva tra le parti è così spessa che il carceriere sente l’ostaggio alla stregua di un maiale da tra­sformare in salumeria, per la gioia della pancia sua e di tutta la famiglia. Le statistiche parlano chiaro: lo straniero, ovvero l’immigrato non affettivamente integrato, è responsabile della quasi totalità dei crimini gravi ai danni di persone di società evolute. La causa è nel falso concetto di democrazia che oggi si persegue. Non contiene più educazione ma solo una libertà senza tratti morali. La sua evoluzione porta alla normalizza­zione delle aberrazioni se costumi dei popoli immigranti. Il sentimento d’accoglienza maturato sotto il cattocomunismo ha glissato sui terribili strascichi dell’immigrazione precipitando la nostra società ad un livello di reattività morale così misero che sicuramente solo un ri­gurgito violento potrà stimolarne la risalita. L’immigrato non obbligato ad accettare e rispettare sanzionalmente le regole della comunità rice­vente è come un appestato che sbarca dalla nave senza fare la quarante­na. Appesta tutto ciò che può! Naturalmente basta regolarizzare la peste e tutto torna in ordine. I rapimenti sono guerre striscianti tra culture che si odiano. E le grosse differenze etniche precludono ogni riscatto mora­le. Non si spiegherebbe altresì la cooperazione di interi parentadi a tali imprese. Proprio come la pista del maiale. Figuriamoci poi se intere am­ministrazioni cittadine sono composte da af­fettivamente estraniati alla comunità che servono e, fors’anche la detesta­no: mandano tutto a sfascio! Ogni soluzione nasce dalla comprensione dell’ insoluto e la volontà di risolvere.


LA VULNERABILITÀ

Secondo gli psicologi abbiamo personalità oppresse da innumere­voli cause che possono essere: troppo bassi (niente vigile), troppo alti (si vede bene in panoramica ma si pestano i bioresidui), orecchie a sventola (parabole.. sospetto di spionaggio), naso aquilino, dritto, schiacciato, lungo, appuntito, a palla, occhi da pesce lesso, sedere alto, basso, gros­so, pancia a cocomero, pancetta, erre moscia, floscia, struscia, del poliglotto.. Senza contare i complessi legati alle parti in ombra. Che, se­condo alcuni, sono le parti più influenzanti. Significando che la testa sulle spalle non va in pressione se anche l’altra in ombra non ci va! Di­ciamolo in cinese: “molti glandi psicologi hanno avuto glandi idee, le glandi idee hanno creato glandi psicopatici”. Ma in definitiva perché una personalità è debole? Perché la ragione pura, il lavoro razionale li­bero da emotività, non ha luogo. Non accede agli elementi da valutare ed elaborare perché la mente è occupata dalle bolle emozionali, da conflitti concettuali, da fratture con la coscienza (compromessi tra la percezione del giusto e le scelte di circostanza), forti sentimenti di pos­sesso od odio a lungo repressi tipo un amore non ricambiato e l’odio di classe. Quest’ultimo, in particolare, può protrarsi per la vita costrin­gendo la ragione in un condizionamento perenne. Normalmente gli emotivi hanno avuto genitori emotivi. Che li hanno educati emotivamente. Ovvero insegnando con i cìccìbbàbbà, rimproveri e punizioni. Un buon esempio, di tale occupazione, è quello del contadino che pic­chia il mulo restio a seguire il sentiero. Il contadino lo bastona nel lato dove il mulo devia dal sentiero. E il mulo capisce dove non deve an­dare dal lato dove arrivano le bastonate. Bastonata da sinistra e devia a destra. Bastonata da destra e devia a sinistra. Analogie nei cambiamen­ti politici? Che i popoli siano come i muli? Ma no! Oh sì! Mah! Tor­nando alla personalità. Tutto ciò che si fa in contrasto con la coscienza frammenta la percezione della realtà. Colpe indirette (vedi capitolo), conflitti vari, convincimenti infondati, disonestà morale.. Possia­mo immaginare la visiera di un motociclista che durante il viaggio si imbratta di moscerini. Se non viene pulita si rischia un’incidente per­ché, nonostante ci si veda ancora, la percezione della dinamica del succedere può essere difficoltosa o falsata. Una mente imbrattata da troppe “mosche” rende la personalità labile, vulnerabile nella palude malsana che è la società di oggi. Non solo nella psiche ma anche nello spirito. Il malocchio o le influenze negative in generale, trovano nella personalità debole la vittima ideale. Le reazioni emotive alle offese, le difficoltà, i contrasti fanno sì che l’interiorità rimanga incollata in sen­sazioni che amplificano notevolmente l’effetto degli atti subiti. La mente deve essere creativamente personalizzata ma è importante che sia chiara in ogni condizione. Deve carpire ed elaborare i dati oggettivi del succedere senza emozione o compassione. La mente deve poter fare il suo lavoro come anche il cuore. Emozione e compassione sono figlie di una mente ed un cuore che confondono i ruoli. Sono na­turali giocando con bambini in tenera età. Ma tremendamente dannose quando si agisce tra individui adulti in serie circostanze. Una coscien­za chiara, una mente libera, un cuore libero, costruiscono una persona­lità armonica, frutto della loro giusta interazione. Ma, a dispetto di tan­te complicazioni, personalità veramente libere esistono. Sono quelle degli scemi.


DELITTO E CASTIGO?

Le convenzioni morali maturate fino ad oggi prevedono punizioni per i crimini, commisurate alla gravità degli stessi. La crescente crimi­nalità di oggi è però massimamente, organizzata. Le conseguenze più eclatanti sono tre. Decadenza qualitativa della vita sociale, ingrossa­mento proporzionale dell’apparato inquisitorio e dei professionisti della difesa nei processi penali. Se osserviamo il comportamento del corpo umano di fronte ad un’invasione di batteri troviamo molte analogie. Più batteri o virus ci sono più anticorpi vengono prodotti per combatterli. La differenza è che non vi sono avvocati. Se il corpo vince la vittoria è totale. Non vi è garantismo per i cattivi. E sono chiaramente rico­nosciuti come nemici del corpo. Il corpo sente di avere diritto alla vita e per i virus sconfitti non c’è rimpianto. Cosa succede nella vita socia­le? La giustizia, come si suoi dire, è uguale per tutti. Ma questo non corrisponde a verità. A parte il fatto che la giustizia è uguale per tutti se considerata come risarcimento per la vittima e punizione per il colpe­vole. Una punizione per i reati vista a prescindere dal risarcimento alle vittime è un aleatorio vantaggio per la società che si vede poi costretta a spendere giornalmente per i condannati come per un albergo a cinque stelle in St. Moritz. Il risultato di un’azione penale dipende dalle capa­cità dei magistrati e avvocati, i quali si battono sullo stesso piano intellettuale ma non su quello morale. Il magistrato ha giurato di servire la giustizia e si suppone che la sua dedizione sia confacente. L’avvocato, invece, il più delle volte difende consapevolmente un colpevole, cer­cando di dimostrarne l’innocenza, senza scrupoli morali. In questo mo­do la giustizia, al pari della fortuna da lotteria, si può considerare cieca. Diversamente sarebbe se anche l’avvocato difensore fosse tenuto al giuramento di servire la giustizia, la verità e non il suo cliente (la giu­stizia cristiana, dovremmo dire, perché solo questa mette l’uomo al centro del diritto alla vita e alla felicità con indubbia chiarezza. Ma questo è un altro tema). Egli non va “servito”, come servo succube della sua volontà (e soldi), ma difeso (La differenza è come la notte e il giorno). E che il difensore fosse penalmente perseguibile come compli­ce nel caso difendesse, conscio, come innocente, un colpevole. Costret­to ad una moralizzazione della sua azione, l’avvocato rifiuterebbe di di­fendere il suo potenziale cliente se questi pretendesse la difesa di uno stato di innocenza pur essendo colpevole dei fatti contestati e se questo fosse palese. E dichiarerebbe al giudice e alla corte, sotto giuramento, di non essere responsabile di possibili dichiarazioni mendaci del clien­te. Un avvocato con ottima raziocinante dialettica può smontare appa­rentemente qualsiasi prova e tenere in scacco una corte per lungo tempo fino a vincere la causa per sfinimento intellettuale della controparte. Figurarsi se la difesa è composta da un collegio di avvocati! Sicché non si può parlare di giustizia ma di un tipo di confronto sociale dove la giustizia e lo stesso imputato, hanno un’importanza marginale di fronte ai forti interessi finanziari e, talvolta, ideologici. Si pensi agli incredibi­li costi di esercizio che la società civile sopporta per ricostruire attività illegali fondate o ipotetiche. Molto spesso la cosiddetta giustizia costa dieci, cento, mille volte, il danno causato dal crimine che si cerca di perseguire. Le possibilità di fare luce sui fatti in maniera obiettiva sono teoricamente nulle in quanto le parti che agiscono in un processo: giu­dicante, accusa, difesa, non sono sullo stesso piano di obblighi morali. E la qualità e l’onestà del loro lavoro non è sanzionabile. Almeno fino ad oggi. Naturalmente non è compito della difesa appurare i fatti. Ma è dovere morale di non occultarli, qualora questi fossero di sua cono­scenza. Un grande progresso civile, la prossima pietra miliare sarà la revisione del ruolo e obblighi della difesa nelle cause penali. Il crimine, “che è illegale”, dispone di una difesa legale che in pratica ne garantisce la continuazione ed una sorta di giustificazione. La confusione morale e concettuale di questi tempi, trae origine dall’impossibilità pratica di esercitare la giustizia con effi­cacia, ostacolata dal garantismo legislativo e dal garantismo pratico dell’istituto della difesa non sottoposto ad obblighi morali. Molti pro­cessi vengono terminati, nella spossatezza generale, con un tacito com­promesso tra difesa, accusa e parte giudicante, approvando una rico­struzione dei fatti che permetta di chiudere il caso senza perdere troppo la faccia e gli enormi guadagni. Un processo importante è paragonabile all’acquisizione di un appalto da parte di una grossa industria. L’unica differenza è che il processo non produce, se non raramente, benefici tangibili alla comunità ma ne brucia enormi risorse. Pensiamo ai cosid­detti processi fiume dove vengono inquisite per anni centinaia di persone. Alla fine vanno in galera in tre o quattro per poco tempo. Magari perché i reati sono poco importanti o riguardano aspetti finanziari. Nel frattempo tra stipendi e onorari sono andati centinaia di miliardi e diver­se centinaia di innocenti, o colpevoli di reati veniali, sottratti per diver­so tempo da occupazioni produttive. Una truffa illimitata per la società! L’allucinante paradosso dei processi fiume è che gran parte dell’illegalità viene di fatto tollerata perché non vi è alternativa esistenziale. Inclu­sa quelle che riguarda la violenza verso la persona ad opera di immigra­ti. I governi sanno che non vi è possibilità, per queste genti, di vivere la­vorando ma le lasciano entrare comunque e vagare liberamente nel ter­ritorio. Che vivranno rubando, scippando, borseggiando, violentando giovani donne o madri di famiglia, viene tacitamente messo in conto ed accettato sia dalla politica vile che dal clero corrotto.. e vile! Gran par­te dei processi interminabili sono avviati solo per l’enorme dinamica fi­nanziaria che ne consegue. Cinquecento imputati uguale cinquecento avvocati (ma molti ne hanno due o più) con tutto il resto. L’imputato colpevole, evitato il peggio, potrà scrivere le sue memorie e guadagnare tramite questa esperienza. Dall’anonimato della macchia, alla notorietà. La criminalità micro o macro aumenta di giorno in giorno perché ade­guatamente garantita da mercenari senza scrupoli pronti d passare sul corpo di innocenti di ogni età per difendere il male. L’impossibilità di perseguire il male rende arduo identificarlo moralmente e conseguentemente di esprimere la necessaria energia educativa. L’innocenza risiede nella struttura morale dell’universo. L’innocenza ha un valore decisivo e va difesa a priori. Chi aiuta un colpevole a passare per innocente di­venta esso stesso rappresentante, difensore e propagatore del male. La società civile riveda l’istituto della difesa affinché la dignità a cui tutti aspiriamo sia veramente la dignità che Dio vuole. Si aiuterà a recuperarla anche chi vi ha rinunciato. Si vince dove Abele vince.


IL CILIEGIO LA VITE E IL CACO

A dodici anni ebbi un’esperienza stuzzicante verso l’invisibile e il misterioso. Mio padre estrasse alcune piantine di ciliegio, dal vivaio in un nostro campo lontano, per piantarle vicino l’abitazione. Una decina in tutto che provvedemmo insieme a sistemare nel terreno. Lui scavan­do le buche, per poi riporvi la piantine ricoprendone le giovani radici con fine terriccio e concime, io versando dell’acqua sul tutto. Finito il lavoro mi dedicai di nuovo a qualche passatempo quando vidi, appog­giate ad un muretto, due piantine rimaste. Chiesi a mio padre del perché non le avesse piantate. Le loro radici si erano strappate durante il viag­gio e non vi era speranza che potessero sopravvivere. Ma una aveva due minutissime radici. Per gioco scavai con le mani, aiutandomi con uno zeppo, una buca di qualche centimetro e ve la posi. Data la preca­rietà della sistemazione e le esigue radici osai neanche pensare ad una possibile crescita. Passò qualche mese finché un giorno mi tornò in mente il mio ciliegio. Andai sul posto e vidi con grande stupore che la piantina aveva preso bene ed era in piena salute. Crebbe forte e bella a vedersi. Il suo fusto era perfettamente diritto, i suoi rami altrettanto come fossero disegnati. I suoi frutti vennero perfet­ti come da natura incontaminata e nessun segno di malattia era da nota­re sulla pianta o sui frutti. Nonostante la buca fosse profonda non più di sette centimetri ed in terra tenace non preparata, il fusto crebbe profon­damente ancorato nel terreno. Sentivo che la perfezione estetica di que­sta pianta rifletteva idealmente il mio senso del bello concettuale. Dopo diversi anni mi riproposi di fotografare il ciliegio e pregare mia sorella, che aveva acquistato il terreno, di farlo spostare con un escavatore dato che l’avevo piantato tra un giovane ulivo e un altro ciliegio anziano. Posto per una pianta adulta non c’era. Purtroppo il ciliegio non c’era più. Disturbava l’ulivo disse mia sorella. Davanti alla nostra casa c’era una vite piantata vicino al passaggio dalla strada fino all’uscio. Ero solito appoggiarmi ad essa quando casualmente chiacchieravo con qualcuno di passaggio. Un giorno notai che la vite produceva una quantità enorme di grappoli. Sani e dolci come le migliori e ben curate viti sanno fare. Ma questa vite non veniva mai concimata e la quantità d’uva prodotta ogni anno era almeno tre volte tanto di una nei filari della stessa età e dimensioni. Essa si nu­triva sicuramente dell’amore casuale di chi sostava nelle sue vicinanze. Tra i ricordi infantili ce n’è uno collegato ad una birbanteria. Non si col­gono i frutti acerbi, ammonivano gli adulti a noi giovanotti di quattro o cinque anni. Ma un giorno, solo soletto, volli provare la trasgressione. Staccai un grosso caco dal suo ramo e, dopo averlo girato e rigirato, tan­to era grosso, pensai a qualche dolorosa sculacciata se fossi stato visto. Lo nascosi allora in una cavità alla base di un fusto di ulivo e posi una tegola sull’apertura. Contento di averla fatta franca ed avendo rispettato relativamente il frutto, non avendolo gettato tra i rovi, lo dimenticai. Dopo qualche mese mi tornò in mente il fattaccio e curiosamente volli appurare che fine avesse fatto il caco. Sicuramente era rimasto solo il picciolo, marcito o mangiato dalle formiche. Tolsi la tegola dalla base del fusto e vidi il mio caco enorme, rosso e perfettamente maturo. For­michine e animaletti vari si muovevano intorno senza curarsene e nean­che una ragnatela vi era intessuta sopra. Era perfettamente pulito e ri­spettato come un totem circondato dai suoi adoratori. A quell’età non stetti molto a filosofare sulla cosa, lo presi e gioiosamente lo mangiai. Che frutto meraviglioso.. da giardino dell’Eden. Se Eva avesse offerto un caco così ad Adamo, invece della mela del diavolo, non avrebbero combinato quel gran pasticcio. Possibile che non ci fosse un albero dei cachi in quel giardino? Bah! Nei casi del ciliegio e del caco si potrebbe parlare di miracoli involontari non concessi all’uomo in conflitto, ma solo alla purezza inconscia di un bambino. Anche se qualche indelicato potrebbe pensare che anche le formiche aspettavano di mangiarsi il ca­co.. le avrei dunque solo precedute? Cattivo!


IL MALOCCHIO

A quindici anni fui testimone di un fatto straordinario: un esorcismo! Andò così. Il nostro maiale smise di mangiare. Dopo quattro giorni di digiuno e ottanta chili di prosciut­ti, costolette, salsicce.. stesi nella stalla senza più forza per respi­rare.. cominciammo a preoccuparci! Una nostra cara vicina, la Signora Genoveffa, conobbe il fatto e raccontò di aver visto la signora.. recarsi, in nostra assenza, nella stalla dove svernava il maiale. Da contadini superstiziosi si pensò subito al malocchio e ci rivolgemmo ad una donna che, si sapeva, poteva to­glierlo: La Signora Giacomina. Venne il giorno dopo e ci chiese di prendere dell’acqua, un piatto fondo e olio di oliva. Ci recammo, io, Lei e.la mia seconda madre Signora Clotilde nell’angusta stalla. Era­vamo vicini sopra e intorno la bestia che giaceva sfinita ai nostri pie­di. Giacomina chiese di versare acqua nel piatto e disse: ora pronuncerò alcune formule e poi lascerò cadere una goccia d’olio nell’acqua. Se la goccia scompare c’è un maleficio in opera. Se la goccia rimane vi è alcunché. La vidi pronunciare alcune frasi incomprensibili e poi, con cautela, lasciar cadere una grossa goccia d’olio sull’acqua. Io e la mia matrigna eravamo molto vicini al piatto. Ci guardavamo dentro in piena eccitazione. Vidi la goccia cadere. Come toccò il liquido una macchia di colore giallo si espanse repentinamente fin quasi i bordi del piatto e sparì. Giacomina, senza scomporsi, disse che vi era il maloc­chio e cominciò a recitare un intreccio di preghiere conosciute e frasi astruse per circa un minuto. Ci invitò a fare il segno della croce e uscimmo. Quel pomeriggio il maiale ricominciò a mangiare e visse fe­lice il resto dei suoi giorni (Pochi!). Affascinato dalla circostanza chie­si a Giacomina come potevo imparare queste cose. Già mi vedevo, si­gnore dell’occulto, dominare compagni di scuola, professori e cattivi. Mi rispose che era d’uso trasferire questi poteri alla mezzanotte di San Silvestro. A cavallo del vecchio e nuovo anno. Per uno spazientito co­me me fu un colpo tremendo. Non si poteva fare semplicemente con qualche formuletta in un manuale? No proprio la sera di Capodanno. Quando si brinda con lo spumante. Non solo! Sotto una grande quercia, be­nedetta per questo rito, in una foresta remota. Al gelo, ai lupi, mica al bar giocando a briscola! Commento sui generis. So che centinaia di santoni usano l’acqua e l’olio per fare alcuni esorcismi truffaldini e c’è un trucco anche lì. Ma nel mio caso l’olio era dei miei ulivi e l’acqua del comune. Sgorgata dal rubinetto della cucina paterna. Vidi tutto con i miei occhi, da brevissima distanza, compreso il maiale che si ingozzava dopo quattro giorni di assoluto digiuno. Lo osservai mangiare per almeno venti minuti.


L’ABORTO

Questa parola dal suono esteticamente ambiguo, evoca un imma­ginario doloroso che ci riporta negli ambiti moralmente e funzional­mente irrisolti dell’umanità d’oggi. Ma il suo significato, comunemen­te inteso, indica l’abbandono della gestazione di un effetto, o risultato, dall’esito assodato come imperfetto. Non utilizzabile. Un risultato imperfetto! Non un risultato perfetto!! L’aborto indica una tendenza naturale, presente in ogni manifestazione della natura conosciuta, di liberarsi anzitempo di una creazione non corrispondente alle esigenze di funzionalità e qualità richieste dall’am­biente destinato ad accoglierla. Un’esigenza che la natura soddisfa nel suo interesse per un’evoluzione dinamicamente positiva non gravata da imperfette trasposizioni sostanziali dello spirito che darebbero vita a creature infelici per l’eternità perché poste in un ambiente da cui non possono trarre stimoli per una formazione evoluta a causa della insufficiente capacità di elaborazione e sensorialità. Un ovu­lo fecondato è vita? Nel momento primo in cui due parti di “esistente complessivo” di segno opposto si uniscono, inizia un’interazione evo­luta tra la materia e lo spirito e quindi la vita ad un livello essenziale superiore. Che sia voluta o casuale quell’essere appartiene all’universo e ha pieni dirit­ti di nascere come i nati di sopravvivere. Eccezioni possono sussistere per proteggere la madre, oppure evitare la nascita di esseri infelici, ma quanto espresso non è contestabile a rigor di logica: si abortisce solo ciò che, secondo natura, non è producente portare in essere. E non per­ché schiavi del dio “ormone”. Per il resto ognuno si regoli come crede, spinto da plausibili motivazioni o puro egoismo. Ma riconosca le im­plicazioni morali senza obbligare la società a “scagionarlo” normaliz­zando delle bugie. Un feto appurato come anormale deve nascere? Si cerchi la risposta ponendosi l’interrogativo: vorrei nascere e vivere in tale stato? Questa è una risposta che ognuno deve darsi da se e nessuno ha il diritto ne il dovere di darla per altri! Considerando che Il feto abortito libera lo spirito ingaggiato e la materia torna elementare dato che l’anima, spirito modellato nella vita di relazione cosciente, non esiste ancora. Non esistono, quindi, anime “ferme”, inevolte. Un individuo è come un campo: amato e curato se fertile, se arido viene ignorato e la compassione non basta. Una vita così ha scopo? ..per l’interessato!!


SACRIFICIO, MARTIRIO E CONVERSIONE

Sacrificio e martirio volontario sono veramente utili alla causa del­la fede? Di questo si tratta anche se il risultato privato non può essere ignorato perché diritto del “privato”. Il pensiero cattolico che Gesù po­tesse salvare l’umanità solo attraverso il Suo sacrificio totale ha porta­to a considerarlo come l’unica via per accedere alla grazia piena del Signore. Così celibato, isolamento, spartanità, solidarietà e martirio so­no assurti alla gloria come espressioni di fede “vera”. In questo conte­sto la resa fisica al malvagio non viene sentita come un disonore in quanto la “prova” è vinta nell’interiore. Il protestantesimo si è molto liberato da queste “remore” elevando il dinamismo sociale. Uno dei benefici è stata una maggiore efficienza bellica. Se pensiamo alle guer­re sostenute da francesi e spagnoli contro l’Inghilterra notiamo che la ligiosità dei primi, ai riti d’onore bellici, li portava sempre a prenderle nonostante fossero in condizioni di notevole superiorità. Il sentimento cattolico ispira, infatti, a “sentire il valore umano anche del nemico, mentre il nemico, scaltro, pensa solamente a vincere! Il sacrificio di fede è “lodevole”, ma perché oggi non funziona più? (Di missionari e affini sacrificati ne abbiamo a migliaia. I primi discepoli di Gesù missionarono in Europa. E qui c’erano i progrediti romani e i barbari. Gente fresca, genuina, industriosa. Le loro divinazioni erano positive. Ispiravano ad una vita serena, in armonia con la natura e non chiede­vano sacrifici umani, come invece facevano gli “dei” afroorientali e sudamericani. Dio non ha chiesto sacrifici umani, se non ad Abramo, di suo figlio Isacco. Ma per finta! Infatti, vedendo Abramo disposto, lo ferma. Quindi, i barbari erano fertili per nuovi “semi”. Il sacrificio de­gli apostoli avrebbe comunque portato a Dio i frutti che da loro si aspettava. I “testimoniati” possedevano quelle qualità spirituali adatte per essere moralmente eruditi. Invidiabili qualità interiori, ricettive del mondo dello spirito. Riti pagani, ma positivi, erano sicuramente ben­venuti da Dio. Riti con immolazione di vittime innocenti non lo erano di certo! (Infatti tutte le culture sanguinarie sono lasciate soccombere o inevolte). Dei barbari si arrendono ai romani che costringono San Martino ad affrontare la battaglia disarmato perché si rifiuta di servire l’esercito. Questa gente era già “amata” da Dio! Già “assunta” nel pia­no del dopo Gesù! In Africa cambiano i contesti. Gli ebrei aspettano il “loro” messia e finché non viene.. L’islam, come contraltare culturale all’ebraismo e all’europeismo, contiene delle barriere “psicologiche” insormontabili alla conversione dovute, soprattutto, che il concetto di amare il nemico qui non sta ne in cielo ne in terra e amare, o la disponibilità ad amare, è una delle condizioni base per rispettare e desiderare di accostarsi ad altre tradizioni. Nonostante, dunque, che il Corano possa contenere un’affascinate filosofia di vita per tanti aspetti, le implicazioni della sua dinamica di culto assolutista fanno che chiunque disobbedisca alle sue leggi è nemico della vita. Essendo difficilissimo seguirle, perché toccano in dettaglio ogni spazio esistenziale, sono tanti gli islamici che vi rinunciano (oltre, naturalmente, le altre fedi!) attirando su di se il disprezzo degli integralisti. La disunità e la litigiosità dei popoli arabi sarebbe dovuta in gran parte a questo fatto oltre che la disomogenea distribuzione territoriale e gestione delle loro ingenti ricchezze naturali. Il sacrificio cristiano qui non può dare frutti con il proselitismo ma solo il riscatto privato del sacrificato. Ma! Conversione e proselitismo sono veramente all’altezza dei tempi? Segni che venga percepito come un’inaccettabile interferenza e gli aiuti connessi, come le briciole per i servi dalle tavole di ricchi mercanti, sono tanti. Tale insofferenza, in questo decennio, è stata evidenziata dalle numerose vittime di missionari e turisti occidentali. Senza contare le innumerevoli stragi fratricide dovute al conflitto causato dalla “concussione politica” con l’occidente. Le missioni, di fatto, contribuiscono a creare quel senso di imposizione di una realtà culturale ed economica che arabi e africani interiormente disprezzano, sebbene ne accettino gli aiuti a causa della povertà. Il Corano abiura la scienza e il benessere “consumista” come soluzioni di vita. Le indica come ostacoli sulla via a Dio! L’Islam ammette la persecuzione del diverso solo se questi mostra attiva inimicizia. Evidentemente le missioni cristiane vengono percepite come “attivamente” ostili. Credo che sia proprio questa arrogante interferenza religiosa e vassallaggio economico ad impedire all’Africa di costruirsi un’autonoma dimensione culturale ed economica calzante alla sue bastanti etiche di vita. Il Corano, infatti, comanda esplicitamente che il ricco aiuti il povero. Teoricamente le risorse naturali sarebbero sufficienti e rendere tutta la popolazione benestante sennonché l’occidente, obbligando alle sue dinamiche economiche e finanziarie, fa che il denaro ricavato debba essere investito nel suo capitalismo lasciando gli arabi orfani di queste loro risorse perché privi di una struttura produttiva e consumistica capace di assorbirle e moltiplicarle. I signori del petrolio sono odiati nel mondo islamico perché rappresentano il “giogo” dell’occidente. E, con loro, è odiato l’occidente! Da considerare che l’Islam appare come una “ciurma indemoniata” perché si ignorano i contenuti del Corano e, naturalmente, perché l’occidente “ignora” le sue colpe. I contenuti del Corano, talvolta opinabili ma mai insensati, porterebbero ad una società globalmente migliore, di quella che il cattolicesimo esprime attualmente, qualora i suoi insegnamenti fossero integralmente messi in pratica. Si tratta di un livello relazionale quasi da primo testamento ma che dà una risposta immediata e concreta alla sete di giustizia esistenziale per chi decide si sottostare alle sue regole. Qualcosa di diverso dalla non soluzione terrena che affida il riscatto solo alla grazia di Dio e al suo perdono e.. solo per l’aldilà! Non farebbe meglio la Chiesa Cattolica, ma anche la cristianità in generale, a ritirarsi armi e bagagli e trattare con le altre fedi una tregua lasciando alla diplomazia “divina” il compito di avvicinarle nel rispetto delle loro tradizioni? E investire le proprie energie nel rendersi più attraente revisionando il suo giardino intellettuale? È dall’esito delle crociate non dovrebbe dedurre che Dio non vuole lasciare alle chiese cristiane, “ingrassate” di culti, il monopolio della salvezza? Non saranno le conversioni ad unire gli individui ma le conciliazioni culturali che obbligheranno le fedi a privarsi delle loro spine dogmatiche. Purtroppo questo processo, a causa dei rancori storici, sarà molto lungo. Ma la storia ha fretta.. e non teme il dolore.. Glorifi­care il dogma, vero vitello d’oro delle chiese, e l’ignorare i contesti storici ha creato una convergenza di forze distruttive tale da indebolire la fede cristiana verso un’inarrestabile decadenza. Il cristianesimo non deve essere la “vacca grassa” delle religioni perché la vacca prima o poi va al macello! Deve vincere per Dio e per sopravvivere!! Si vince se Abele vince!


COLPE INCOGNITE

Quante volte abbiamo la sensazione che se non ci fosse accaduta la tal cosa non avremmo perso la tal altra? In questi casi più che risen­tirci verso un eventuale colpevole imprechiamo verso il destino che ha combinato in sfavore le circostanze o la prendiamo con il Creatore. In effetti un inciampo nella vita di tutti i giorni può alterare un corso vita­le che è sconosciuto. Però possiamo facilmente immaginare delle va­riazioni incidentali. Poniamo il caso di un impiegato che si reca in uffi­cio previa capatina al bar per la colazione. L’insieme delle azioni che compongono la circostanza colazione ha una certa durata. Al termine paga alla cassa, esce, sale in macchina e si avvia. Si ferma ad un incrocio avendo il semaforo rosso dalla sua. Viene il verde a va oltre alla volta del posto di lavoro. Se nel pagare avesse chiesto anche delle sigarette, si sarebbe attardato di qualche secondo e sarebbe giun­to all’incrocio con il semaforo verde andando subito oltre. Il corso vitale può cambiare. Ed in questo cambio ci potrebbe essere un incidente con un auto incrociante che non si ferma al suo segnale rosso. Oppure uscendo dal bar potrebbe incontrare una giovane donna di cui si inna­mora e che diventa sua moglie. Oppure qualcuno parcheggia di fianco alla sua macchina impedendogli di partire. Insomma vi sono diversi sentieri e li imbocchiamo in base al ritmo temporale che si scioglie di fronte al nostro incedere. Ogni variazione può significare un corso to­talmente differente nel futuro di un individuo. Poniamo che l’impiega­to abbia l’incidente al crocevia e il ritardo non è dovuto all’acquisto delle sigarette ma al cameriere che con fare malaccorto gli ha versato il cappuccino sui pantaloni. In questo caso il cameriere ha una colpa perché ha provoca­to al suo cliente l’imbocco di un sentiero temporale infausto. La sua colpa umanamente e giuridicamente non è considerata ma nel mondo spirituale viene valutata e posta a debito. La conseguenza diretta sul cameriere sarà un deterioramento del suo ambiente interiore dato che gli antenati dell’impiegato influenzeranno negativamente le circostan­ze che lo riguardano. Soprattutto se l’incidente ha comportato gravi danni. Esempio: un ingegnere, a cui viene commissionato un’impor­tante progetto da elaborare su computer, affitta un nuovo locale per si­stemare i suoi apparecchi. Incomincia a lavorare ma dopo un po’ si in­terrompe l’energia elettrica. L’impianto è in corto e per ripararlo biso­gna fare un lavoro costoso e lungo. Le continue interruzioni, causa le cadute di energia, scombinano i suoi piani di lavoro ed anche la sua se­renità interiore e non riuscendo, nei tempi previsti, a consegnare il la­voro, perde la commessa. In questo caso l’inaspettato difetto dell’im­pianto elettrico ha provocato l’imbocco di un sentiero infausto al pove­ro ingegnere che forse subirà un grave danno come professionista, con conseguenze negative sulla carriera. Il locatore vuole risparmiare una cospicua somma per la riparazione dell’impianto elettrico e spera che lo faccia l’inquilino. Non sa che ha un programma di lavoro preci­so o non se ne cura. In questo modo la sua infelice furbizia causa un danno di una gravità non immaginata. Le azioni volte a terzi hanno conseguenze di diversa ampiezza di cui non siamo in grado di preve­derne gli sbocchi. Noi possiamo cambiare il corso vitale di chi ci è in­torno con la semplice negligenza o inettitudine, dolose o no. Se il nostro contributo è dato tramite una azione eticamente corretta, pur provocando conseguenze indesiderate, non siamo incolpabili. Se invece, attraverso un imbroglio o atto maldestro con cattivo sentimen­to, provochiamo le stesse conseguenze, diventiamo responsabili dell’infausto cambiamento al nostro prossimo e diventiamo colpevoli di fronte alla giustizia assoluta. L’ingegnere ha due strade di fronte a se. Una prevede che trovi un locale in ordine, compia in tempo il suo lavoro con serenità, lo fornisca al committente, riceva il compenso, attestazioni di stima e buona risonanza foriera di future commesse e propizie condizioni di carriera. L’altra prevede il locale non in ordine ed un catastrofico concatenarsi di circostanze negative che portano il no­stro ingegnere al fallimento della commissione con deleterie conse­guenze per il futuro. L’affittuario ha cambiato in peggio una vita altrui. All’età di ventidue anni volli imparare a pattinare sul ghiaccio. Mi apprestai incertamente sui pattini cercando la giusta sensazione di equilibrio quando un conoscente mi diede scherzosamente una spinta. Caddi e mi ruppi un braccio. Dolori incredibili e gesso per un mese. Di pattinare sul ghiaccio non ne volli più sapere. Il ricordo dell’esperienza funge tutt’ora da lucchetto su questa possibilità. Un popolo scorretto accu­mula tante colpe umanamente non perseguibili ma di fatto registrate nel mondo spirituale. Queste sminuiscono il suo valore. Quando la cri­minalità si accanisce su vittime innocenti o improvvisate significa che gli individui di questa società non irradiano un senso di valore. Le for­me di dolo nelle responsabilità mancate sono infinite. Le responsabi­lità mancate costringono a riesporsi per ottenere ciò che si sarebbe potuto ottenere nel momento primo conveniente. Il male che possiamo fare, sia riconosciuto che incognito, si irradia in onde concentriche di causa/effetto e alimenta una malattia invisibile di drammatica gravità. Se un’automobilista insidia a torto un pedone questi può accumulare negatività ai costi dei suoi colleghi o accusare cali di rendimento dan­neggiando il lavoro comune in un interminabile concatenazione di ef­fetti. Se il danno dell’automobilista scorretto fosse monetizzabile e ri­sarcito, questi si troverebbe sul lastrico. Il problema delle colpe inco­gnite riguarda in particolare noi italiani (nell’ambito del mondo civile). Se non verrà arginato il nostro popolo pagherà un grande tributo di sofferenza sacrificale per liberarsene e accedere ad una nuova era. Ma questa nuova era potrebbe trovare la cultura italiana indebolita e priva di autonomo splendore. Si deve interrogare la propria coscienza prima di approfittare di un’occasione truffaldina o disattenzione dolo­sa. Solo la coscienza può scrutare oltre i sensi fisici e, attraverso la sua percezione ideale, valutare le conseguenze delle azioni celate al prossi­mo o fuori dalla sua sfera di attenzione critica. Bisogna tornare severi con noi stessi avversando l’ingiustizia, l’improprietà e chi ne è i ‘au­tore se vogliamo costruire un mondo felice in cui essere felici! Spesso mi sono riferito al mondo spirituale perché il nostro corso vitale è probabilmente influenzato dagli spiriti che ci sono intorno. I nostri antenati si preoccupano per noi. Fanno ciò che è in loro potere per aiutarci a rag­giungere una qualità di vita da loro mancata. “Oliano” un preciso percorso che si snoda lungo l’immediato futuro. Dopo la morte di mia madre molti fenomeni soprannaturali accaddero nella nostra casa. Di notte sentivamo forti colpi sul tetto e tra i mobili. Di tipo inspiegabile razionalmente. Nelle stesse notti mio padre sognava mia madre che gli veniva incontro con molto denaro in mano e gli chiedeva di non preoc­cuparsi perché avrebbe ricevuto abbastanza per tutta la famiglia. E così realmente fu. Chi ha conosciuto fenomeni spirituali non ha dif­ficoltà a condividere le mie testimonianze. Come accennato il paranor­male appartiene a chi lo vive perché vi è uno scopo che trascende la nostra curiosità ma si rifà ad un piano vasto che solo il Creatore cono­sce. Chi non crede a queste cose forse non vi crederebbe neanche se gli capitassero in quantità. E il mondo spirituale non si cura di chi non crede perché il gioco “vediamo se è vero” appartiene all’uomo ignorante e non tocca chi vive nella dimensione di verità sostanziale come è quella del mondo dello spirito. Le responsabilità e i doveri mancati costringono il prossimo a riesporsi per ottenere qualcosa che avrebbe potuto ottenere a tempo debito se dette mancanze non fossero avvenute. Costituiscono un freno che agisce sull’intero motore sociale intralciandone il funzionamento. Tante colpe, piccole e grandi, alimentano il potente freno che inibisce la società italiana.


AL VILLAGGIO DELL’IRRIVERENZA

Questa mattina bel fresco scendo in strada per fare quattro passi. Avrei mai immaginato di vedere tanta bella gente e famosa per giunta! Girato l’angolo, dopo il negozio del ciabattino Oscar Pino, ti vedo niente popo’ di meno che il grande centravanti giapponese della squa­dra di Chioto (quelli accusati di bucare i palloni) Tetiro Naka Gata e suo fratello portiere Teparo Naka Gata. Osserva­no le vetrine ma sembra che si affrettino verso la pubblicità di un film.. Ah! Sì anche loro sono affascinati dalla nuova super pornodiva tedesca Tante Tekte che svetta nei manifesti insieme alla conterranea non più in fiore Poppe Auffa. Alla vista delle mastodontiche mongol­fiere si scalda la squadra di Chioto ma aimé solo di carta si tratta e bu­car non si può! Mi appresso al caffè del famoso oste russo Vinogradov compianto per una settimana da quando si seppe che aveva raggiunto la stazione Mir, che sta per “miracolosamente ivi rimase”, prima che si scoprisse che si trattava di un omonimo. Al tavolo siede di già il disoc­cupato arabo Machim Mofafa’ angustiato dal compagno di briscola na­poletano Chittofafà. Ma vedo in strada il frate giapponese Gesù Ito, conosciuta guida per turisti orienta­li. Mi avvicino e gli chiedo notizie della sua terra che notoriamente mira a stabilite amicizia con il gigante cinese, futuro colosso econo­mico. Fulcro dei nuovi rapporti relazionali è la televisione nazionale cinese TC Telecinesi che ormai trasmette un dibattito dopo l’altro sull’integrazione dell’area comune. Ultimamente numerosi sono gli in­tervenuti autorevoli: il ministro delle poste coreano Ciò Hi Pak, il mi­nistro dei beni forestali cinese Tai Ohi Ciok, il presidente cinese dell’azien­da stilistica nazionale Tu & Te e consorte, signora Ciò Hi Tak e il famo­so modello superdotato Tung Ce Lai. Si è disc